Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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La Siria e noi: perché armare (con prudenza) i ribelli e aiutare (molto di più) i curdi

Bernardo Settembrini * - 02.11.2016
Assad e Putin

Mentre sembra finalmente avviata l’offensiva per liberare Mosul – che ha rappresentato il Godot inutilmente atteso della vicenda mediorientale degli ultimi due anni – le forze governative siriane, con l’appoggio determinante russo, continuano ad applicare ad Aleppo la “tattica Grozny”: sconfiggere i ribelli radendo al suolo le parti della città da questi controllate. Si tratta di due vicende che è bene trattare distintamente.

La prospettiva di una tregua che possa alleviare le sofferenze di Aleppo appare purtroppo irrealistica. La ragione è semplice: Putin e Assad stanno vincendo e non hanno alcun interesse a stipulare un cessate il fuoco. Per questo se si vuole, nel medio termine, far tacere le armi, occorre che, nell’immediato, USA e occidentali armino i ribelli fino a consentire loro di rovesciare il fronte (o, in alternativa, di evacuare la città per non far soffrire ulteriormente i civili e organizzare altrove una forte controffensiva). A quel punto di fronte allo stallo Putin come gli altri “padrini” di Assad, gli iraniani, si convinceranno a trattative di pace serie (Assad seguirà o sarà sostituito da uno dei suoi generali).

Di fronte a questa proposta due sono le possibili obiezioni, una fondata, l’altra assai meno. Parto da quella fondata: l’opposizione al governo siriano è oramai egemonizzata da forze fondamentaliste; non solo i jihadisti dell’ex-al Nusra, fino a luglio rappresentanti ufficiali di Al Qaeda in Siria (poi c’è stato un divorzio consensuale per accreditare una dubbia conversione “moderata”) ma anche forze salafite appoggiate dall’Arabia saudita. In questo quadro armare i ribelli significa armare i nostri nemici. E’ vero: il rischio è forte ed ovviamente il sostegno dovrebbe andare piuttosto ai “laici” dell’esercito libero siriano ormai minoritari, anche se sul campo è probabilmente difficile distinguere. Ma soprattutto il sostegno dovrebbe essere limitato a consentire una stabilizzazione del conflitto e favorire trattative di pace. Il modello dovrebbe essere quello della Bosnia: i serbo bosniaci furono fermati non solo con i bombardamenti NATO (che purtroppo contro gli aggressori siriani ad Aleppo non si possono fare, perché, realisticamente, non si possono rischiare incidenti con i russi) ma anche con l’offensiva croata, con il sostegno USA, dell’agosto ’95 che riconquistò la Krajina: anche le forze croate non erano composte da liberali educati ad Oxford e, purtroppo, crimini furono commessi ai danni della popolazione serba; però in quel modo Milosevic si convinse (e convinse Karadzic e Mladic) a trattare.

La seconda obiezione, infondata, è quella diffusa tra le varie forze “antisistema” europee: è stupido combattere Assad e Putin che sono i nostri migliori alleati contro il Califfato. Questo è falso: ai due del Califfato importa relativamente poco; se, ad esempio, hanno tolto Palmira allo Stato islamico è stato principalmente a scopo propagandistico, proprio per accreditare la loro immagine di unico argine contro il fondamentalismo. Ad Assad preme piuttosto mantenere il controllo di una parte della Siria e a Putin farne la proiezione della ritrovata potenza russa in Medio Oriente. Combattere il Califfato deve essere la priorità degli USA e, ancor più, degli europei: per questo l’offensiva, tremendamente difficile, su Mosul deve essere sostenuta decisamente, e devono essere sostenuti con molta forza (con i bombardamenti e con le forze speciali) i peshmerga curdi che sono, peraltro, le forze più presentabili nel contesto mediorientale (anche se questo significa rompere con la Turchia, tanto ormai Erdogan è perso per l’Occidente).

Solo in questo modo, oltre a far cessare lo sconcio dominio di Al Baghdadi, USA e Europa potranno poi avere un peso nel futuro siriano e, se forza e intelligenza diplomatica procederanno insieme, condizionare la pace: anche in questo caso il modello dovrebbe essere quello della Bosnia post-Dayton, con la Siria trasformata in una confederazione dai poteri centrali assai deboli e composta da tre entità: la costa alawita sotto controllo di Assad o di un suo successore e sotto influenza russa e iraniana; un’entità sunnita, nella sfera di influenza saudita (e occorre che gli USA sfruttino l’attuale debolezza saudita, dovuta al basso prezzo del petrolio, per imporre un’emarginazione, per quanto possibile, delle forze salafite e degli ex-al Nusra); il Rojava dei curdi che hanno a pieno conquistato, con la loro resistenza al Califfato, il diritto a una semi-indipendenza. Anche in questo caso sarà tutto molto difficile (città come Aleppo dovranno probabilmente essere divise a metà) ma appare l’unica soluzione praticabile dopo cinque anni di massacri reciproci e, comunque, rimarrà la strada per una riconciliazione di più lungo periodo a cui stanno lavorando le forze migliori della società civile siriana (con il sostegno di organizzazioni come la radicale Non c’è pace senza giustizia).

L’alternativa è che la pace sia raggiunta con un grande accordo tra Russia, Turchia, Iran e Arabia saudita, con gli USA in veste di spettatori: la ritrovata intesa tra Putin ed Erdogan (finora su fronti contrapposti sulla Siria) è preoccupante e costituisce un grave errore l’autorizzazione statunitense alle attuali operazioni turche in Siria che appaiono rivolte, oltre e più che contro l’ISIS, contro i curdi. E insieme sono preoccupanti le prime intese sul prezzo del petrolio tra Russia e sauditi. Da una pace realizzata da queste potenze autoritarie nulla di buono potrebbe venire per noi occidentali mentre l’influenza russa in Medio Oriente – si consideri anche come a Putin guardino con interesse sia l’egiziano Al Sisi sia il libico Haftar - si ritroverebbe ai suoi massimi storici da quando Sadat abbandonò l’alleanza con l’URSS per schierarsi a fianco degli USA.                                                                                                              

 

 



* Bernardo Settembrini è uno studioso di storia contemporanea.