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16 ottobre 2019
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Argomenti

L’Africa centrale che sogna la pace

Miriam Rossi - 26.01.2016

Pochi giorni fa il Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) ha lanciato l’allarme attraverso le parole del vice direttore dell’Agenzia Specializzata dell’ONU, Guy Adoua. Nella conferenza stampa è echeggiata la stima secondo cui 2,5 milioni di persone nella Repubblica Centrafricana (RCA) si troverebbero in una “situazione di scarsa o grave insicurezza alimentare”. Poco più di un individuo su due tenendo conto che la popolazione del Paese sub-sahariano conta meno di 5 milioni di abitanti. Non si tratta di un allarme che sorprende il mondo della cooperazione: lo scorso anno una analoga verifica di emergenza sulla sicurezza alimentare in RCA aveva indicato un rischio per “appena” 1,5 milioni di persone, il 30% della popolazione. “Tre anni di crisi hanno stremato la popolazione della Repubblica Centrafricana, facendole pagare un tributo enorme” ha dichiarato Guy Adoua che ha portato doverosamente l’attenzione sulla ragione principale di tale disastro umanitario, ossia l’insicurezza diffusa. Secondo il rapporto, il raccolto del 2015 è stato povero dal momento che gli agricoltori non hanno potuto coltivare i campi, con centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire, abbandonando abitazioni, terre e mezzi di sostentamento.

Dal dicembre del 2012 nel Paese imperversa una guerra civile tra la fazione musulmana Séléka e i guerriglieri cristiani anti-Balaka. Un conflitto a lungo restato senza vie di uscita se non la fuga leggi tutto

Empowerment femminile, sviluppo e tutela dell’ambiente nel continente africano

Elisa Magnani * - 23.01.2016

Secondo le stime della Banca Mondiale, l’Africa ha conosciuto un’incredibile crescita economica nel corso dell’ultimo decennio (per quanto al momento si prevede che nel 2015 le performances del continente abbiano rallentato), con una crescita media del Pil che si protrarrà anche nei prossimi anni. Le cause di questa crescita sono da attribuire all’aumento della domanda interna ed estera, agli investimenti nelle infrastrutture e ai consumi privati, sostenuti dal basso prezzo del petrolio. Esistono comunque alcuni aspetti critici: anzitutto s è registrato un calo degli investimenti diretti esteri cinesi, inoltre si stima che le rimesse estere siano diminuite nel corso del 2015, probabilmente come conseguenza dell’apprezzamento del dollaro, e infine persistono situazioni di crisi politica e sanitaria nella regione che mettono a rischio non solo l’andamento dell’economia ma anche la pace e il benessere della popolazione.

Nonostante miglioramenti in alcuni paesi e in alcuni ambiti specifici, il continente africano continua a rimanere il fanalino di coda nelle statistiche del Rapporto sullo sviluppo umano ed è particolarmente vulnerabile alla sicurezza alimentare, come evidenziato nel Rapporto 2012 dell’UNEP dedicato allo sviluppo umano in Africa, dal titolo “Africa Human Development Report: Towards a Food Secure Future”. Lo studio evidenziava che la fame continua ad essere pervasiva in questa regione del mondo, nonostante un’abbondanza di risorse agricole, un clima favorevole leggi tutto

Se l’islamismo è una nevrosi. Per una terapia psicanalitica del fenomeno ISIS

Omar Bellicini * - 23.01.2016

La sconfitta del fondamentalismo di matrice islamista potrebbe non dipendere dall’azione degli eserciti o dalle mediazioni di qualche diplomatico, ma dalle considerazioni di un analista svizzero di inizio Novecento. Più precisamente, di Carl Gustav Jung: allievo di Freud e padre di una delle teorie psicanalitiche più ricche e fortunate. La tesi può sembrare provocatoria, ma merita attenzione. Il principio di partenza è piuttosto lineare: le società sono composte da persone; ergo: i disturbi che affliggono gli individui, se particolarmente diffusi, possono trasferirsi alla società nel suo complesso. L’assunto non appare rassicurante, ma ci sono implicazioni positive. La prima: se davvero il “male sociale” corrisponde a quello individuale, il metodo più efficace per sanarlo può essere lo stesso che viene impiegato per vincerlo nella loro dimensione soggettiva. Il che è già di per sé sorprendente. Lo è ancor di più se ci si focalizza su un aspetto piuttosto trascurato: a ben guardare, l’integralismo è una forma di nevrosi. Com’è ovvio, non lo si vuol ridurre a una mera devianza psicologica. È evidente che i fenomeni di massa siano determinati da un concorso di fattori, anzitutto storici ed economici. Tuttavia, è indubbio che il radicalismo islamico, nelle sue manifestazioni private come in quelle collettive, ricalchi molte delle intuizioni di Jung. La chiave è spinosa, poiché si presta meno di altre interpretazioni alle semplificazioni giornalistiche e alle strumentalizzazioni politiche cui siamo, nostro malgrado, abituati. leggi tutto

Yemen, un conflitto all'ombra dei media

Raffaele Crocco * - 21.01.2016

Le cose si intrecciano, quasi sempre. Così capita che la guerra che nello Yemen si combatte ormai da più di un anno sia l’intreccio di realtà differenti. Da un lato ha la faccia della guerra interna – civile l’avremmo chiamata qualche anno fa – tutta puntata al controllo e al governo del Paese. Dall’altro ha l’aspetto dell’ingerenza di una potenza media straniera – l’Arabia Saudita – nei fatti di uno stato indipendente.

Si parla meno, molto meno di quanto si dovrebbe di questa guerra. Prima cosa, giusto per non sbagliarci: è guerra vera, i morti ormai sono migliaia e sono quotidiani. Prendete un giorno a caso, il 18 gennaio 2016: 26 persone morte e 15 ferite per gli effetti di un bombardamento aereo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Le bombe sono cadute sulla capitale, Sanaa, controllata dalle milizie sciite Houthi. Dal settembre del 2014 questa popolazione ha cacciato il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, sunnita, scatenando la guerra interna. L’Arabia Saudita, paese sunnita e integralista, non poteva accettare che degli sciiti governassero nella Penisola Arabica e ha scatenato la razione, cioè la guerra.

Ora: lo Yemen non è mai stato un paese tranquillo. Fino al 1990 era diviso in due, Yemen del Nord e Yemen del Sud, con i governi spesso in conflitto fra loro. L’unificazione non ha trovato nuovi equilibri, anzi. Le tensioni interne, fra Governo centrale e Clan, sono sempre state fortissime. leggi tutto

Ashraf Fayadh, l’Arabia Saudita e la libertà di stampa

Francesca Del Vecchio * - 12.01.2016

Secondo Albert Camus “La stampa libera può essere buona o cattiva, ma è certo che senza libertà non può essere altro che cattiva”. È evidente che il regime saudita non la pensi allo stesso modo: condanne a morte per apostasia, esecuzioni pubbliche e frustate per i prigionieri. Un numero sempre crescente di vittime sacrificali dell’assolutismo ideologico di Riad. L’uccisione dello sceicco Nimr al-Nimr, insieme a quella di altre 47 persone, – dello scorso 2 gennaio - è solo l’ultima sulla linea cronologica.

E poi c’è Ashraf Fayadh, poeta, 35 anni e origini palestinesi. Fayadh è stato arrestato per la prima volta il 6 agosto 2013, in seguito alle rimostranze di un cittadino saudita secondo cui l’autore avrebbe promosso l’ateismo e diffuso idee blasfeme tra i giovani con la sua antologia poetica, Instructions within (2008). Il giorno successivo, il rilascio su cauzione. Ma la sua libertà è stata altrettanto breve: il 1 gennaio 2014 viene nuovamente incarcerato con l’accusa di apostasia. A questo primo capo d’imputazione se ne aggiunge un secondo: la violazione dell’articolo 6 della legge saudita contro il cybercrimine, per aver scattato fotografie a donne con il proprio cellulare e averle conservate. Risultato: una condanna a quattro anni di detenzione e 800 frustate. Successivamente il suo caso viene giudicato da una seconda corte che, il 17 novembre scorso, lo condanna a morte. leggi tutto

Un test per tutti: la bomba nordcoreana, la fine della deterrenza e la mancata leadership statunitense.

Dario Fazzi * - 09.01.2016

Il recente annuncio secondo il quale la Corea del Nord avrebbe sperimentato con successo armi termonucleari, le cosiddette bombe all’idrogeno o bombe-H, ha scosso l’opinione pubblica mondiale, confermando, almeno in parte, la stratificazione e il consolidamento di una coscienza assolutamente contraria alla proliferazione degli ordigni atomici. Nonostante i proclami, però, la detonazione avvenuta nelle prossimità della capitale nordcoreana parrebbe non esser stata provocata da una bomba-H “pura”, basata cioè su una reazione di fusione nucleare in grado di rilasciare una quantità di energia nell’ordine dei megatoni (milioni di tonnellate di tritolo).

 

Più verosimilmente si tratterebbe di una più tradizionale arma atomica il cui rilascio di energia avviene per fissione nucleare e la cui portata distruttiva si situerebbe nell’ordine di qualche decina di chilotoni (migliaia di tonnellate di tritolo), non di molto superiore cioè alle armi utilizzate dagli statunitensi a Hiroshima e Nagasaki. Nel caso nordcoreano, si tratterebbe, se le analisi degli esperti dovessero confermarlo, di un’arma atomica arricchita all’idrogeno, dove questo elemento chimico svolgerebbe un ruolo di moltiplicatore di energia e, assieme, una funzione molto più fisica che chimica, cionondimeno molto importante. leggi tutto

Perseguitati per la fede. Un dramma senza esclusive

Claudio Ferlan - 07.01.2016

La libertà religiosa è garantita in ambito internazionale dall’articolo diciotto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed è assicurata in molte leggi fondamentali: bastino qui gli esempi del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America o l’articolo diciannove della Costituzione italiana. Ciononostante, a una percentuale molto alta di donne e uomini non è consentito vivere e professare apertamente il proprio credo. Lo affermava il Pew Research Center nel bilancio presentato il 28 febbraio scorso, dove si suonava anche l’allarme per una situazione in sensibile peggioramento. Previsioni fosche che i primi resoconti del nuovo anno confermano a pieno.

Tutti abbiamo ben presenti movimenti terroristici come Boko Haram o Isis, abbiamo notizia delle violenze religiose in Kenya o in Somalia, ma in molti casi l’intolleranza è tutt’altro che fuori dalla legge. Guardiamo alla lista pubblicata dalla Organizzazione Non Governativa Human Rights Without Frontiers (HRWF), che segnala venti Paesi nelle cui carceri vi sono persone detenute per motivi religiosi: i cosiddetti FoRB (Freedom of Religion or Belief & Blasphemy Prisoners). L’elenco è lungo ma non esaustivo: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bhutan, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Eritrea, Indonesia, Iran, Kazakistan, Laos, Pakistan, Russia, Singapore, Sudan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Non esaustivo perché leggi tutto

La trappola dell’escalation

Ryad, Teheran

 

Lo scontro politico in corso tra Arabia Saudita e Iran è un passaggio importante e pericoloso della più grande trasformazione delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

Dagli anni Settanta, la ricchezza del petrolio ha contribuito a spostare l’asse politico, militare e ideologico della regione dalle coste orientali del Mediterraneo e dal conflitto arabo-israeliano verso il Golfo (persico o arabo dipende da dove lo si osserva) e verso il conflitto politico tra tre Paesi e modelli: l’Iraq baathista del nazionalismo arabo e laico, la Monarchia saudita bastione del radicalismo musulmano-sunnita e la Repubblica islamica d’Iran, bastione del radicalismo musulmano-sciita. Dopo oltre due decenni di guerre, l’Iraq da attore politico è diventato terreno di battaglia tra forze che in modo diverso si richiamano ai modelli ideologici e statuali dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Dunque, in una sorta di “guerra fredda” a base confessionale è il conflitto tra diverse correnti dell’Islam politico a prevalere nel Medio oriente di oggi.

 

Dallo sviluppo trainato dal consumo di massa di petrolio negli anni Trenta e dalla Guerra fredda negli anni Cinquanta nacque l’alleanza strategica prima tra USA e Arabia Saudita, e poi tra USA e Iran. La Rivoluzione islamica del 1979 in Iran recise questa alleanza ponendo Washington e Teheran su fronti opposti e consolidando i legami tra Washington e Ryad. leggi tutto

Settant’anni fa, all’altro capo del mondo (3° parte)

Guido Samarani * - 29.12.2015

Settant’anni dopo, il 1945 è ricordato come un anno straordinario quanto drammatico sotto molti punti di vista: la fine della Seconda guerra mondiale, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Conferenza di Yalta, la nascita dell’ONU, la scomparsa di Franklin D.Roosevelt e di Benito Mussolini, per citare solo alcuni eventi significativi. Fu altresì l’anno, in Cina, della fine della lunga e sanguinosa guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese, ma più in generale in Asia della proclamazione dell’indipendenza del Vietnam da parte di Ho Chi Minh, della divisione della penisola coreana  e dell’avvio dell’occupazione statunitense del Giappone sotto il comando del Generale MacArthur.

Tuttavia altri fatti meno noti, dimenticati o anche semplicemente sconosciuti segnarono quell’anno 1945 per la Cina, restituendo oggi al meglio la drammaticità del periodo.

 

*Collaborazionismo, letteratura e amore: il caso di Hu Lancheng e Zhang Ailing

 

Nell’agosto 1945, insieme alla resa giapponese, si concludeva anche in Cina l’esperienza del collaborazionismo. Nata sin dai primi anni Trenta in parallelo con l’espansione nipponica nella Manciuria e nel Nord della Cina, tale esperienza aveva toccato il suo apice nei primi anni Quaranta con l’adesione di Wang Jingwei (1883-1944), uno dei più stretti collaboratori negli anni Dieci e Venti del XX secolo di Sun Yat-sen, “padre della patria” e fondatore della Repubblica di Cina nel 1912. leggi tutto

Settant’anni fa, all’altro capo del mondo (2° parte)

Guido Samarani * - 19.12.2015

Settant’anni dopo, il 1945 è ricordato come un anno straordinario quanto drammatico sotto molti punti di vista: la fine della Seconda guerra mondiale, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Conferenza di Yalta, la nascita dell’ONU, la scomparsa di Franklin D.Roosevelt e di Benito Mussolini, per citare solo alcuni eventi significativi. Fu altresì l’anno, in Cina, della fine della lunga e sanguinosa guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese, ma più in generale in Asia della proclamazione dell’indipendenza del Vietnam da parte di Ho Chi Minh, della divisione della penisola coreana  e dell’avvio dell’occupazione statunitense del Giappone sotto il comando del Generale MacArthur.

Tuttavia altri fatti meno noti, dimenticati o anche semplicemente sconosciuti segnarono quell’anno 1945 per la Cina, restituendo oggi al meglio la drammaticità del periodo.

 

*Il Settimo Congresso del Partito comunista cinese e la nascita del Pensiero di Mao Zedong

 

Tra il 23 aprile e l’11 giugno del 1945, mentre la guerra andava volgendo al termine in Cina e nel mondo, il Partito comunista cinese (Pcc) tenne a Yan’an (nella provincia nord-occidentale dello Shenxi, la “capitale rossa” come era allora definita) il suo Settimo congresso nazionale. Erano passati ben 17 anni dall’ultimo congresso leggi tutto