Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Orientarsi in Siria: alcuni suggerimenti

Turchia contro la Siria

Gli eventi bellici in corso nel Nord della Siria, che vedono l’esercito turco bombardare e invadere i territori a ridosso del confine da mercoledì 9 ottobre sono purtroppo la nuova tappa della drammatica guerra in Siri: guerra che combina forze interne, regionali ed internazionali. Per orientarsi nel drammatico conflitto, che dura da oltre otto anni, risulta utile ricordare alcuni punti fermi, o processi di lungo respiro che possano dare un senso alla cronaca militare, umanitaria e politica di questi giorni.

 

In primo luogo, sia per motivi etici che politici bisogna ricordare le sofferenze umane patite dalla popolazione siriana, con quasi cinque milioni di rifugiati all’estero, sette milioni di rifugiati interni e una stima di quasi mezzo milione di morti su una popolazione di circa 23 milioni di persone nel 2011 e una generazione di bambini e ragazzi che ha perso anni scolarizzazione ed è cresciuta in contesti di deprivazione e violenza. Questa guerra è sì “stupida” ma non “ridicola” come sostiene il Presidente Usa Trump nella sua sincera e violenta discriminazione.

 

In secondo luogo, se l’esistenza individuale e collettiva dei siriani ha senso ovviamente per loro stessi, tutte le altre forze esterne hanno considerato la Siria come uno strumento per realizzare le proprie ambizioni politiche nella regione: ambizioni sia egemoniche sia di contenimento e logoramento altrui. All’indebolimento del regime politico a guida baathista è corrisposta la fine del ruolo attivo nel Paese nel mondo arabo, in Medio Oriente e nel Mediterraneo, per tornare ad essere oggetto e terreno di scontro delle politiche altrui.

Da qui nasce la più recente contraddizione del rapporto tra forze autonomiste curdo-siriane, Stati Uniti e Turchia. La popolazione curdo-siriana, le forze politiche del PYD e militari del YPG sono state soggetti attivi ed autonomi della politica siriana da quando hanno combattuto e sconfitto le forze jihadiste nel 2012-2013, costruendo poi l’esperimento del confederalismo democratico della Rojava, per combattere e sconfiggere in seguito l’Organizzazione dello Stato islamico nel nord-est siriano nel 2015-2018 con il sostegno degli Stati Uniti d’America. La collaborazione si basava sulla convergenza di interessi tra i curdi, per i quali l’IS era una minaccia esistenziale, fisica, oltre che politica, e Washington per cui l’IS divenne una minaccia rilevante e prioritaria dopo l’estate del 2015, quando siglarono l’accordo sul nucleare con l’Iran. Mentre i curdi-siriani hanno investito risorse politiche e militari nella collaborazione con gli USA (oltre 10.000 combattenti sono morti contro IS dal 2014 al 2018, oltre alle devastazioni materiali e sociali), i sostenitori della presenza statunitense nel nord-est siriano attribuiscono ai curdi il ruolo di partner locale per il contenimento del supposto espansionismo iraniano e, soprattutto, per non lasciare mano libera alla politica russa nella regione. Potrà esserci anche una sincera empatia in alcuni casi, ma la cinica strumentalità è quella che anima le decisioni strategiche e tattiche di Washington. Inoltre, si aggiunge anche l’idea per cui i curdi-siriani possano essere una sorta di “trappola” in cui impantanare la Turchia del Presidente Erdogan, le cui ambizioni assolutiste ed egemoniche necessitano altresì di maggiore autonomia nei confronti sia degli Europei sia degli Stati Uniti. In ognuna di queste tesi nord-americane, i curdi-siriani rimangono uno strumento da utilizzare in modo cinico e spregiudicato in base alle convenienze del momento. Se si possono evitare le morti civili e le fughe di massa della popolazione, meglio. Altrimenti, dovranno vedersela da soli.

Su questa falsariga si muove anche la politica della Turchia in Siria: da opportunità in cui dimostrare le ambizioni tanto egemoniche quanto partigiane dell’Islam politico di Erdogan, il fallimento di queste ultime nel 2015 con l’intervento russo in Siria e la concomitante ascesa della dissidenza interna (sia nazionalista laica sia progressista), ha spinto il Presidente a saldare l’alleanza con il più radicale e discriminatorio nazionalismo turco: si è così aggiornata la violenza dell’omogeneità etnico-linguistica con quella religiosa-confessionale. Nemico storicamente privilegiato che legittima questa santa alleanza sono i movimenti autonomisti curdi, la cui stessa esistenza mina l’essenza del progetto ideologico del nazionalismo islamista di Erdogan. Da qui, l’ingegneria politica tanto surreale quanto reale nelle sue conseguenze umanitarie di costruire una fascia territoriale abitata in maggioranza da popolazioni arabe e sunnite che divida i curdi-siriani dai curdi-turchi. Il baathismo arabo radicale al potere a Damasco negli anni Sessanta aveva provato a fare altrettanto, senza grande successo ma con grandi violenze e discriminazioni.

 

Terzo e ultimo punto riguarda lo sviluppo progressivo, sebbene poco apparente, dell’autonomia politica della regione medio-orientale rispetto ad interventi esteri, prima europei e poi statunitensi; la costante di questi è stata il mantenimento di un equilibrio di potere, ossia frammentazione, contro qualsiasi tentativo di integrazione o coordinamento ad opera di forze locali che avrebbe reso più autonoma la regione a fronte del dominio o della direzione “occidentale”. Con l’eccezione dell’alleanza de facto tra Israele e Arabia Saudita, la lettura attenta delle pratiche, più che della retorica, di Iran, Turchia, Egitto e degli stessi governi siriano e iracheno mostra la condivisione di alcuni minimi elementi di base su cui costruire le rispettive azioni politiche: evitare scontri militari diretti di grande portata, come dimostrato in Siria e Iraq, e negoziare soluzioni minimamente condivise; rafforzare il potere statale; contenere la presenza statunitense nella regione. Si tratta di elementi minimi ma largamente condivisi e che dunque minano alla base la strategia più tradizionale, prima europea poi statunitense in Medio Oriente. Elemento di debolezza politica, però, rimangono però le politiche di esclusione e discriminazione sociale ed economica dei gruppi subalterni che, se tendenzialmente approvano tale processo, non ne vedono ancora i benefici materiali e collettivi. Sembra che, al contrario, la Russia si sia inserita in questo processo come sponda internazionale, per accreditarsi politicamente ed economicamente nella regione. Finora con un successo commisurato alle proprie forze, che piaccia o meno. Se tale processo avrà buone gambe, allora è forse auspicabile che l’Europa e gli Stati Uniti lo riconoscano e si inseriscano in maniera consensuale e negoziata. Anche per il bene delle popolazioni locali, curdi compresi che potranno avere maggiore opportunità nel vedersi riconosciuti come parte costituente e caratterizzante la pluralità sociale e politica del Medio Oriente. Anzi, Asia occidentale.