Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
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I 70 anni della Nato: dall'ordine geopolitico all'ordine geoeconomico

Francesco Provinciali * - 27.04.2019
70 anni della Nato

Un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si è spinto a scrivere su Repubblica che il 70° anniversario di compleanno della NATO assomiglia più ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti.  Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica fa il paio con un articolo comparso nei giorni scorsi sul Financial Times nel quale un docente dell’Università di Cambridge evidenzia come, dall’osservatorio europeo, l’Alleanza Atlantica indugi a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.

Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.

La transizione dal multilateralismo al bilateralismo è netta con un chiaro costo per i paesi più deboli politicamente ed economicamente.

La creazione di prodotti sotto forma di servizi tecnologici tipica di Giappone e Corea del sud, alleati americani, contribuisce a spostare gli asset strategici dell’economia globale verso l’Asia.

Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale.

Ma implica altresì per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO all’inizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Pur chiedendo all’Europa di destinare il 2% del PIL alle spese militari e pur minacciando dazi per 11,2 miliardi di dollari per ritorsione verso la concorrenza Airbus – Boeing.

Le politiche economico-commerciali sono imprescindibili rispetto al rafforzamento dei sovranismi dei singoli concorrenti: USA, Russia e Cina hanno imboccato la strada dell’implementazione delle economie interne per ritagliarsi un ruolo egemone di superpotenze tale che le relazioni internazionali sono viste sotto l’ottica dell’espansione sui mercati mondiali.

Peraltro la priorità della politica asiatica rispetto a quella europea non è incominciata con Trump, bensì già con lo State Department ai tempi di Obama, anche se in maniera meno sfacciata.

La parte debole dell’Europa è assai vulnerabile rispetto a tali politiche espansive, ciò che l’U.E. non ha ancora metabolizzato è che passare da una fase di tutela militare ad una basata sulla conquista dei mercati la rende vulnerabile, un boccone ghiotto in particolare per la lenta avanzata della Cina nel vecchio continente.

Nell’Europa attuale non avvertiamo identità e senso di appartenenza, piuttosto cogliamo attriti, frazionamenti, distinguo, veti incrociati. Dalla Brexit ai gilet gialli a Parigi, dal declino della Merkel al compattamento dei Paesi di Visegrad, essa è un ibrido istituzionale malaticcio e diviso quasi su tutto.

Ciò determina un indebolimento nella negoziazione politica che è speculare al declino economico.

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica?

Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla.

Il passaggio da una dimensione geopolitica ad una dimensione geoeconomica nel nuovo ordine mondiale che si va configurando deve fare i conti con lo statuto fondativo della Nato, il permanere delle ragioni dell’alleanza atlantica, i focolai di guerra e l’onda d’urto del fondamentalismo islamico, le dinamiche di cooperazione internazionale e la forza prevalente dei mercati rispetto alle matrici ideologiche.

L’espansione della Cina, la crescita economica dell’India, quella demografica della Nigeria, le pressioni migratorie verso l’Europa dalle dimensioni imponderabili (anche in assenza di una politica di gestione condivisa dei flussi e di univocità nelle relazioni con i governi africani) impongono una diversa valutazione delle relazioni internazionali: ciò non significa allentare le ragioni che legano i Paesi aderenti al sodalizio atlantico.

L’equilibrio mondiale è determinato da un mix di fattori di natura politica in senso stretto, economica (ora prevalente) e di scelte di civiltà, di costumi e stili di vita dei popoli.

Occorre affrontare le sfide del presente e del futuro salvaguardando le identità storicamente costituite e consolidate negli ultimi due secoli, per garantire un ordine mondiale basato su pesi e contrappesi.

L’annuncio di un “funerale della NATO” non può essere giustificato dalla primazia degli USA che impone dazi doganali agli alleati o chiede di destinare il 2% dei loro PIN nazionali alla difesa militare senza condividere scelte strategiche di tipo politico o economico: per questo è fondamentale che l’Europa recuperi in fretta le ragioni fondative dell’U.E. e dispieghi una politica condivisa e veramente “comunitaria”, che la promuova dal ruolo di partner a quello di soggetto attivo con potenzialità interlocutorie tangibilmente esprimibili. Anche se l’uscita del Regno Unito la renderà inevitabilmente più debole.

 

 

 

 

* Già funzionario ispettivo del MIUR