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04 aprile 2020
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Un’incognita: la seconda guerra fredda

Michele Amicucci * - 11.12.2019

Una nuova cesura politica, culturale e profondamente valoriale divide il mondo oggi, a trent’anni dalla fine della Guerra Fredda. La “seconda guerra fredda”, sebbene non abbia una data definita di inizio, si costruisce sui fallimenti della globalizzazione, in uno spazio multipolare in cui alle democrazie dell’Occidente si contrappongono dittature ed autarchie, le quali conducono il loro attacco attraverso ingerenze politiche ed armi nucleari, economiche, cibernetiche. Sono anzitutto la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping le principali protagoniste dell’offensiva all’Occidente, ed all’Europa in particolare quale epicentro del nuovo scontro globale. Perseguendo interessi politici ed economici nel Vecchio Continente, l’intento di Mosca e Pechino è quello di relativizzare l’Occidente in quanto realtà geopolitica e struttura di riferimento politico-ideologico, indebolendo UE e NATO, rescindendo il legame euroatlantico, invero già precario di per sé sotto l’amministrazione Trump, accedendo dunque a porzioni rilevanti in termini di spazi strategici, ricchezza e leadership nell’innovazione digitale.  

Il revival imperiale di Putin, con gli interventi militari russi in Georgia e Crimea, l’attivismo cinese nella realizzazione di una “Nuova via della seta”, un progetto infrastrutturale in grado di legare commercialmente l’intera Eurasia, così come la minaccia atomica posta dall’Iran, quella nucleare della Corea del Nord, leggi tutto

Cultura e lingua per Putin sono strumenti di egemonia

Francesco Cannatà * - 07.12.2019

Uno dei concetti fondamentali utilizzati dalla dirigenza russa per ricostruire il ruolo del proprio paese come polo culturale mondiale e quello Stato come potenza politica, è l’idea del Russkij Mir. Il Mondo Russo, secondo quanto affermato nell’ottobre 2018 da Vladimir Putin al VI Congresso panrusso dei connazionali viventi all’estero, raccoglie e unifica tutti coloro che “hanno o sentono legami spirituali con la nostra Russia, si sentono portatori della sua lingua, la sua cultura e storia”. E, indubbiamente la lingua russa ha svolto a lungo il ruolo di lingua koinè, strumento di socializzazione civile nello spazio eurasiatico. Ora però questo asse portante del soft power del Cremlino sta perdendo colpi. E questo nonostante tutti gli sforzi finanziari compiuti dalle attuali élite del paese. Allo scopo di favorire la sua diffusione, Mosca dispone di tre grandi strutture: il Rossotrudnichestvo che con un budget annuale di 480 milioni di rubli finanzia 66 corsi nei centri culturali e scientifici russi presenti in 58 paesi; la fondazione Russkij Mir, 500 milioni di rubli all’anno, 102 centri in altrettanti paesi; infine il ministero dell’Istruzione che entro il 2019 dovrebbe creare una dozzina di nuovi centri per lo studio della lingua. I centri saranno aperti secondo un piano previsto dal governo che a questo scopo leggi tutto

Verso un'evoluzione della tensione tra Ucraina e Russia?

Francesco Cannatà * - 20.11.2019

Il prossimo 8 dicembre a Parigi, per la prima volta da tre anni, si svolgerà il nuovo tentativo di risolvere il conflitto nell’oriente ucraino. L’incontro, ripetendo la formula detta del gruppo Normandia, vedrà la presenza dei presidenti francese, russo, ucraino e la cancelliera tedesca. La guerra nel Donbass dura ormai da sei anni e ha causato circa 13mila vittime. Gli accordi di Minsk del febbraio 2015, Minsk II, hanno dato vita a una tregua relativa ma nessuno dei gravi problemi umanitari ed economici presenti lungo la cosiddetta linea di contatto è stato risolto. Poiché nessuna delle parti in lotta ha realmente applicato i punti dell’intesa l’armistizio non si è mai trasformato in vera pace. Con gli sforzi compiuti per sottoscrivere Minsk II, il quartetto Normandia sembra aver esaurito le proprie energie politiche. Dopo le sanzioni del 2015, Francia e Germania, Berlino più di Parigi, non sono più in grado di gestire la leadership del quartetto. A sua volta Washington ritiene il conflitto una questione fondamentalmente europea e intende restarne fuori.
Le lacune presenti dentro Minsk II, leggi tutto

Turchia: la trappola siriana

Gianpaolo Rossini - 19.10.2019

È un gioco rischioso quello iniziato dall’amministrazione Trump e dal presidente turco Erdogan. Gli Usa hanno abbandonato la zona di etnia curda nel nord della Siria, prima presidiata in funzione anti Isis e anti Assad. A seguito di questo il governo turco, con una mossa peraltro attesa dagli Usa, ha invaso militarmente parte della regione suscitando reazioni diplomatiche in Europa, l’intervento della Russia, della Siria di Assad. Gli Usa dopo minacce di sanzioni economiche riescono a raggiungere un accordo per una breve tregua sul campo che ferma la Turchia.

Ma quale sono gli obiettivi di Usa, Turchia e Russia?

Non è facile capire un presidente che ha confessato pubblicamente di avere continui ripensamenti (second thoughts) sulle decisioni prese. Al di là della confusione apparente lo scopo degli Usa sembra comunque duplice. Da una parte cerca di indebolire la Turchia logorandola e isolandola nella trappola siriana in cui si impantanerà spendendo ingenti energie senza ritorno economico e con enormi rischi politici.  Dall’altra si vuole rendere la vita più difficile al governo Assad ridimensionando definitivamente la Siria come entità territoriale e ponendola in traiettoria di scontro con la Turchia. Insomma una vera trappola per due che protrae l’instabilità e le sofferenze delle popolazioni dell’area. leggi tutto

Orientarsi in Siria: alcuni suggerimenti

Gli eventi bellici in corso nel Nord della Siria, che vedono l’esercito turco bombardare e invadere i territori a ridosso del confine da mercoledì 9 ottobre sono purtroppo la nuova tappa della drammatica guerra in Siri: guerra che combina forze interne, regionali ed internazionali. Per orientarsi nel drammatico conflitto, che dura da oltre otto anni, risulta utile ricordare alcuni punti fermi, o processi di lungo respiro che possano dare un senso alla cronaca militare, umanitaria e politica di questi giorni.

 

In primo luogo, sia per motivi etici che politici bisogna ricordare le sofferenze umane patite dalla popolazione siriana, con quasi cinque milioni di rifugiati all’estero, sette milioni di rifugiati interni e una stima di quasi mezzo milione di morti su una popolazione di circa 23 milioni di persone nel 2011 e una generazione di bambini e ragazzi che ha perso anni scolarizzazione ed è cresciuta in contesti di deprivazione e violenza. Questa guerra è sì “stupida” ma non “ridicola” come sostiene il Presidente Usa Trump nella sua sincera e violenta discriminazione.

 

In secondo luogo, se l’esistenza individuale e collettiva dei siriani ha senso ovviamente per loro stessi, tutte le altre forze esterne hanno considerato la Siria come uno strumento per realizzare le proprie ambizioni politiche leggi tutto

Cambiamento o tradimento? La Tunisia di Ben Ali

Leila El Houssi * - 28.09.2019

Giunto al potere con un colpo di stato definito “medico” Zine el Abidine Ben Ali ha governato la Tunisia dal 1987 al 2011. Nonostante i contorni inquietanti che avevano portato rapidamente Ben Ali ad assumere la guida del paese, egli appariva come l’uomo del cambiamento sia a livello nazionale che internazionale.  La Tunisia, infatti, all’indomani della caduta dell’ex presidente Bourguiba, sembrò vivere per un certo periodo in uno stato di effervescenza sotto la guida del nuovo rais che proclamava di prestare ascolto alle esigenze del suo popolo. In una prima fase, in Tunisia, si respirava dunque un clima sociale più disteso e rinfrancato, con nuove speranze per il futuro. L’opposizione risultava come sedotta dall’uomo nuovo e sembrava accogliere favorevolmente l’ascesa del nuovo presidente a tal punto che si parlò di una «opposizione introvabile». In questo frangente anche personaggi del calibro di Rashid Ghannushi, il leader del MTI (Movimento di tendenza islamica) e futuro leader di Ennahdha, mostravano segnali di fiducia.

Fino alla prima metà degli anni Novanta la volontà dichiarata di far ripartire il paese dopo l’ultima fase, non certo limpida, della presidenza Bourguiba apparve un proposito concreto. Tra gli interventi più importanti possiamo menzionare la legge sui partiti politici e sull’associazionismo leggi tutto

Un accordo storico: il riconoscimento del Canada verso le "Nazioni meticce"

Jo-Anne Fiske * - 24.08.2019

Il 14 luglio 2019, il GUARDIAN ha pubblicato un articolo intitolato “Landmark Agreement”, che caratterizzava come ‘storici’ gli accordi raggiunti tra tre componenti della cosiddetta Nazione Meticcia, costituite rispettivamente nelle province canadesi Alberta, Saskatchewan e Ontario, in attesa che si aggiungessero a queste le componenti rispettivamente delle province British Columbia e Manitoba. Questi tre accordi ammontano a uno sviluppo fondamentale nei rapporti tra le popolazioni Meticce e il Canada nel suo insieme, ma non vengono incontro ad aspirazioni condivise da tutti gli abitanti meticci del paese. Il Canada riconosce il diritto all’auto-governo di tali componenti in merito a cittadinanza, educazione, e la selezione di personale impegnato in altre attività governative, prevede processi concernenti ulteriori poteri giurisdizionale, e assegna loro il mandato di produrre e gestire leggi relative al governo meticcio. Inoltre - rileva il GUARDIAN – gli accordi promettono la formazione di rapporti col Canada di tipo internazionale e il riconoscimento e il sostegno finanziario di un terzo livello di governo col potere di formare le rispettive costituzioni e ordinamenti giuridici.

Questi accordi, tuttavia, non risolvono i conflitti esistenti in merito alla rispettiva gittata territoriale delle province e del governo del paese, leggi tutto

L'Italia porto d'Europa per la Cina e per l'Africa

Francesco Provinciali * - 20.07.2019

 “La Cina è vicina”, era il titolo di un film di Marco Bellocchio del 1967 : sono passati più di 50 anni e possiamo dire che la Cina e i suoi prodotti commerciali hanno invaso l’occidente e il mondo.

A fine marzo u.s. è stato firmato un accordo che prevede interscambi ancora più intensi rispetto a quelli già in atto: il Ministro del lavoro ha riferito che tale accordo vale 2,5 miliardi su un potenziale di 20.

Siamo abituati alla politica delle iperbole e delle promesse, forse era il correlato speculare della campagna elettorale per le europee: infatti dopo la firma dei 29 punti che compongono il memorandum,  di questo accordo non se ne è più parlato se non per polemizzare sull’incipit avviato dall’Italia rispetto ai partner dell’U.E. Dovremo capire se questa primazia italiana nel siglare l’intesa bilaterale con la Cina porterà più vantaggi per il nostro Paese o se finiremo surclassati dalla potenza dell’impero economico del Sol Levante: il timore è infatti che da questi interscambi i cinesi si prendano il meglio per barattarlo con una congerie di plastiche, tecnologie low cost e prodotti mediocri.

Forse è una mera, soggettiva intuizione pessimistica ma a quel banchetto più che mangiare saremo mangiati. Non siamo una società  in crescita ma una preda leggi tutto

I 70 anni della Nato: dall'ordine geopolitico all'ordine geoeconomico

Francesco Provinciali * - 27.04.2019

Un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si è spinto a scrivere su Repubblica che il 70° anniversario di compleanno della NATO assomiglia più ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti.  Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica fa il paio con un articolo comparso nei giorni scorsi sul Financial Times nel quale un docente dell’Università di Cambridge evidenzia come, dall’osservatorio europeo, l’Alleanza Atlantica indugi a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.

Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.

La transizione dal multilateralismo al bilateralismo è netta con un chiaro costo per i paesi più deboli politicamente ed economicamente.

La creazione di prodotti sotto forma di servizi tecnologici tipica di Giappone e Corea del sud, alleati americani, contribuisce a spostare gli asset strategici dell’economia globale verso l’Asia.

Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale.

Ma implica altresì per i partner europei leggi tutto

Pasticcio libico, versione italiana

Paolo Pombeni - 17.04.2019

Chi venisse accusato di sottovalutare la crisi libica si offenderebbe: tutti si dicono estremamente preoccupati, ben consapevoli della portata del problema, e tutti fanno capire di avere dei piani per affrontare l’emergenza. Quali non è ovviamente dato di sapere, a meno che non ci si voglia fidar di qualche parola al vento. Sta di fatto che anche questa emergenza è una occasione per fare propaganda elettorale, non certo il miglior modo per rispondere ad una grave crisi alle porte di casa nostra.

Al solito si sta finendo per ridurre tutto alla possibilità che si presenti una emergenza migranti, che le drammatiche condizioni in Libia trasformerebbero ipso facto in rifugiati. Si sarà visto che su queste paure hanno subito speculato le parti in causa: Haftar per primo, perché il suo tentativo di conquistarsi la Tripolitania sperava venisse accettato visto che riteneva di potersi presentare come colui che era in grado di mettere ordine nel caos libico di cui profittano i trafficanti di esseri umani. Poi è arrivato Serraj, che si è affrettato a dare una intervista alla stampa italiana in cui sventolava la minaccia di 800mila persone pronte a salpare verso le nostre coste giusto per ottenere sostegno alla sua causa. leggi tutto