Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Argomenti

Sono solo sparate di Trump?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2017

Trump non perde tempo e dà corso al suo programma più velocemente di qualsiasi altro presidente americano di epoca recente. In economia chiude il negoziato per il trattato di libero scambio nel Pacifico. Attacca Cina, Giappone e Germania accusandole di manipolare i cambi e minaccia dazi doganali. Su un altro fronte nomina alla corte suprema un giovane giudice schierato sul fronte antiabortista che daràuna impronta duratura all’alta corte Usa dato che la nomina è a vita. Sta sbagliando su questi due fronti Trump? O dà corso ad una reazione ormai inevitabile a situazioni deteriorate sfuggite di mano?

Iniziamo dall’economia. Nel corso della storiatensioni e guerre feroci scoppiano per squilibri nei conti con l’estero. Non di rado i paesi cercano di risolvere i  loro guai finanziari con l’estero facendo guerra a chi ha concesso loro credito. La guerra dell’oppio del 1839 è dichiarata dall’impero britannicoalla Cina nei confronti della quale ha un debito insostenibile. La Cina esporta manufatti di qualità e risparmia troppo. L’Inghilterra di Lord Palmerston non regge la concorrenza dell’impero celeste ed è meno formica. Cosa possono vendere gli inglesi alla Cina per colmare il divario? Visto che il made in UK non piace non resta che l’oppio prodotto nei possedimenti reali di Tailandia e Afganistan. leggi tutto

Il Marocco torna a far parte dell’Unione Africana

Miriam Rossi - 08.02.2017

Decisione storica al 28esimo vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana (UA) che si è tenuto dal 22 al 31 gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia. Il Marocco torna ufficialmente a far parte dell’UA dopo ben 33 anni di separazione: era infatti il 1984 quando re Hassan II, padre dell’attuale sovrano del regno alawita, decise di abbandonare il seggio dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana in segno di protesta per l’ammissione della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD). Secondo Rabat, tale ammissione era in conflitto con il principio di “non interferenza” e di “rispetto dei confini” degli Stati membri, posti a fondamento dell’Organizzazione. Come noto, il riconoscimento di quello che per il Marocco è uno pseudo-Stato appariva inaccettabile politicamente e aveva indotto alla “decisione dolorosa” di lasciare l’Organizzazione: una decisione che voleva esercitare evidenti pressioni internazionali per una scelta di campo nell’annosa questione ma che fu promossa mediaticamente come un atto coscienzioso per “evitare la divisione dell’Africa”. Non sfugge però che solo 20 Paesi dei 54 membri dell’UA riconoscono ancora oggi la RASD, con ambasciate saharawi in Nigeria, Algeria, Sudafrica, Etiopia, leggi tutto

Un nuovo bipolarismo (imperfetto)

Luca Tentoni - 28.01.2017

L'ipotesi che, dopo le prossime elezioni politiche, la destra lepenista di Salvini e Meloni si allei col M5S per formare un governo appare improbabile. Alcune convergenze in materia di politica estera, immigrazione e soprattutto sull'euro spingono alcuni a ritenere che ci sia spazio per una collaborazione. Forse, però, la situazione è diversa. Mentre nel 2013 avevamo visto il bipolarismo della Seconda Repubblica lasciare il posto al tripolarismo (centrodestra, centrosinistra, M5S), oggi appare chiaro che la distinzione principale - almeno quella percepita da parte non irrilevante dell'elettorato - è pro o contro l'euro e l'Unione europea: una sorta di nuovo bipolarismo, molto imperfetto. La contrapposizione destra-sinistra perde forza se abbiamo da un lato un partito che "si chiama fuori" da questa distinzione (il M5S) e dall'altro due blocchi che dovrebbero essere compatti e contrapposti, ma che in realtà non lo sono (nell'ex centrosinistra lo strappo fra il Pd e le forze di sinistra radicale è ben lungi dall'essere ricucito; nel centrodestra le distanze fra Forza Italia e Lega-FdI, a maggior ragione dopo l'elezione di Tajani alla guida dell'Europarlamento e la vittoria di Trump negli USA, si accentuano anzichè ridursi). Oggi il partito di Berlusconi è più vicino al PPE, alla Merkel e persino al Pd di Renzi di quanto lo sia rispetto agli alleati lepenisti italiani. leggi tutto

First ladies e diplomazia. Un lungo passato dal futuro incerto

Dario Fazzi * - 28.01.2017

Nel marzo del 1972, nel corso di una intervista a Monrovia, in Liberia, Thelma “Pat” Nixon descrisse quello della first lady come il “il più duro lavoro non pagato al mondo”. La costituzione degli Stati Uniti infatti non prevede alcun incarico ufficiale néforme di emolumenti per le first ladies, la cui funzione si basa sostanzialmente su una tradizione le cui origini risalgono a Martha Washington e alla cultura alto-borghese anglosassone di fine settecento.

 

Eppure, per quanto informale, la posizione della first lady resta molto influente nel sistema socio-politico statunitense, ben al di là di quelle che una volta Betty Ford descrisse come “chiacchiere da letto.” Pare infatti che il presidente Andrew Johnson ritenesse l’opinione di sua moglie molto più valida e autorevole di quelle di numerosi consiglieri. Sarah Polk era indispensabile segretaria, consigliera politica e confidente del marito. Per molti, la vera deus ex machina dietro l’amministrazione Taft era Helen, moglie del presidente. L’impegno politico di Eleanor Roosevelt e il suo rivoluzionario impatto sull’immagine pubblica della first lady hanno caratterizzato questa figura sino ai tempi di Michelle Obama.

Quello che è interessante notare è che spesso le first ladies hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella conduzione della politica estera statunitense. In particolare, leggi tutto

C’è bisogno di “buona” politica, non di una politica “bella”

Mattia Baglieri * - 21.01.2017

Justin Trudeau fino ad oggi pareva un leader impeccabile: di successo, capace, in Canada, di riportare alla vittoria i liberali dopo un lungo mandato conservatore guidato da Stephen Harper, ma soprattutto di bell’aspetto, con il coraggio di posare senza veli e di esibirsi in flessioni e addominali nelle aule parlamentari, in una politica sempre più attenta a “fare colpo” sull’elettorato attraverso gli effetti speciali.

 

Ma la politica del consenso attraverso la “bellezza”, il fare colpo in maniera sensazionalistica e chiacchierata si nutre di un consenso volatile e che può essere facilmente eroso nel momento in cui si verifichi la tendenza ad uno iato tra i valori che si professano e le azioni che si compiono. Senz’altro queste leadership che giocano abilmente sull’ostentazione di sé, ammiccando l’occhio alle riviste patinate e cercando pedissequamente il flash dei fotografi, non possono che apparire più pacate, più rispettabili e, ovviamente, meno pericolose rispetto alle leadership strillate, che giocano sul consenso di pancia e non sedimentato, su quella che viene chiamata “politica della paura” (pensiamo a Marine Le Pen in Europa o al partito Hindutvà in India). Sono di questo tenore la maggior parte delle leadership liberali di oggi, ma queste leadership, attirando su di sé i riflettori quasi volontariamente, leggi tutto

Papa Francesco e i problemi di oggi. Nuovi approcci?

Loris Zanatta * - 18.01.2017

Il discorso del Papa al corpo diplomatico era molto atteso e non ha deluso. La Santa Sede dirà, come deve dire, che non ci sono novità nelle parole di Francesco, che la dottrina è quella eterna, che il Vangelo è la guida. Eppure delle novità ci sono eccome e infatti tutti le hanno notate. Per chi, come me, è sempre stato molto critico del Pontefice, sono novità importanti e positive. Verrebbe da dire che Francesco fa sue talune obiezioni ricevute da tanti critici: non ci sarebbe niente di male, anzi gli farebbe onore. Ma non è il caso di cercare il pelo nell’uovo.

Quali sono le novità? E come si spiegano?  Della prima novità si erano in realtà già avute alcune anticipazioni. Ora è conclamata e riguarda l’immigrazione. Il Papa ribadisce con forza il valore evangelico dell’accoglienza, ci mancherebbe. Ma più di quanto mai avesse fatto prima, dimostra di avvertire gli immani problemi che ad essa si associano. Da ciò la sibillina frase: occorre garantire “il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche”, senza però che queste “sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali”. La botte piena e la moglie ubriaca, insomma. leggi tutto

La missione non sia proselitismo. Note sull’Angelus di papa Francesco

Claudio Ferlan - 14.01.2017

Nell’Angelus di domenica scorsa, 8 gennaio, Francesco ha commentato il passo del Vangelo di Matteo che racconta il battesimo di Gesù per mano di Giovanni, detto appunto il Battista (Mt, 3, 13-17). Il papa si è soffermato sul momento in cui Giovanni dice: «Sono io che dovrei essere battezzato da te» e sulla reazione del Messia che lo invita a procedere perché si adempiano le Scritture: «Ecco lo stile di Gesù e anche del missionario dei discepoli di Cristo: annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione. La vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo».

 

Battesimi di massa e ospedale da campo

La riflessione di Bergoglio si pone in piena continuità con i tratti di un pontificato che abbiamo imparato a conoscere. Nell’intervista con Luigi Scalfari dell’ottobre 2013 Francesco era stato molto chiaro: il proselitismo è una sciocchezza, è arroganza che nulla ha a che vedere con la vera missione, sintetizzata nell’immagine della Chiesa ospedale da campo, chiamata a uscire per curare gli ammalati. Nella sostanza, sono pensieri che appartengono da tempo al sistema missionario cattolico, di certo dal Concilio Vaticano II, ma in alcuni casi anche da molto prima. leggi tutto

Il Marocco e la nuova schiavitù del velo proibito

Francesca Del Vecchio * - 14.01.2017

“Sono una giovane donna marocchina, bella e ambiziosa. Quando ero ancora una ragazza mi piaceva indossare gonne, camicette e tanto profumo. Poi, incontrai un uomo che promettendomi amore eterno, mi chiese di sposarlo. Accettai. Qualche giorno dopo si presentò da me con un pacchetto; al suo interno due pezzi di stoffa confezionata: uno era la camicia da notte rossa, «per la casa» - disse lui, l’altro un grigio tessuto pesante e opprimente: «questo è per uscire». Cercai, invano, di protestare, poi - visto che la legge del mio paese non mi tutelava, mi uccisi”. Inizia così il racconto pubblicato da Mohamed Ouissaden, scrittore, sull’Huffington Post Maghreb. È la storia di una donna, ma potrebbe essere quella di tante. Una storia che in Marocco vogliono provare a fermare. Il Ministero dell’Interno, difatti, ha approvato una legge che proibisce la produzione e la commercializzazione di burqa e niqab. La notizia è di pochi giorni fa; prima erano stati i media locali marocchini a darne l’annuncio, poi è arrivata l’ufficializzazione da parte delle autorità nazionali. "Abbiamo preso la decisione di vietare completamente l'importazione, la produzione e la vendita di questo capo in tutte le città del regno", queste le parole di un alto funzionario del Ministero, come riporta il sito di al-Jazeera. leggi tutto

Vecchi e nuovi razzismi: Che fare?

Leila El Houssi * - 11.01.2017

Berlino, Istanbul e prima Parigi e Bruxelles sono vittime della spirale di violenza terroristica che da qualche anno si è abbattuta nella nostra quotidianità. A due anni dalla terrificante strage di Charlie Hebdo il coro unanime di condanna che ha coniato l’ormai conosciuto “Je suis“ sembra essere sostituito da una paura crescente che produce inesorabilmente un razzismo diffuso in varie frange delle società cosiddette occidentali.

Un razzismo che tuttavia non nasce all’indomani degli eventi tragici che abbiamo riportato. In realtà, da tempo la minaccia esterna si è posta come capro espiatorio per rinfrancare l’io dominante del razzista che ricostruisce la sua vittima secondo i propri bisogni. In questo quadro l’oppressione che si desidera esercitare è nei confronti dell’arabo musulmano in quanto straniero  che avrebbe superato la presunta soglia di tolleranza. Così dall’indifferenza sostanziale (che già è una forma di rifiuto) nei confronti del migrante trasparente, le nostre società legittimano la “valorizzazione delle differenze biologiche a vantaggio del dominante”. Ne consegue una narrazione zeppa di mito e alibi in cui viene presentata una figura del migrante arabo o dell’arabo europeo che non fa altro che riesporre quell’orientalismo diffuso nell’epoca della colonizzazione ampiamente decostruito a partire dalla fine degli anni settanta da Edward Said e da molti altri intellettuali. leggi tutto

La battaglia di Aleppo, la guerra in Siria.

La battaglia per la conquista della città di Aleppo è ormai decisa. Da fine novembre, in poche settimane le forze armate siriane e i loro alleati libanesi, iraniani e russi hanno riconquistato quasi tutti i quartieri della cosiddetta "Aleppo Est". Un'offensiva militare che è frutto dei lunghi preparativi messi a punto dalla scorsa estate: rafforzamento dell'assedio ai quartieri "ribelli", i movimenti di truppe verso la seconda città della Siria e l'arrivo di nuove forze russe nel Mediterraneo orientale. I tentativi dei ribelli di rompere l'assedio durante l'estate del 2016 sono durati poco, dimostrando i limiti strategici che le opposizioni armate ormai scontano in Siria. In particolare, la diminuzione significativa del sostegno estero, tanto delle monarchie del Golfo quanto dei Paesi Nato e soprattutto della vicina Turchia. Di fronte all'offensiva congiunta di tutte le forze pro-Damasco, nemmeno i comandi e le truppe ben disciplinate ed armate dei radicali jihadisti di Fatah al-Sham (ex-Jabhat al-Nusra, al-Qaida in Siria) sono riusciti a tenere unito il fronte dei ribelli. In modo significativo, non appena i governativi hanno interrotto i legami tra i comandi centrali e le unità locali, queste ultime hanno deciso di arrendersi o ritirarsi: sintomo di fatica, sfaldamento dei ranghi e soprattutto sfiducia nelle possibilità di riscossa. leggi tutto