Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Cambiamento o tradimento? La Tunisia di Ben Ali

Leila El Houssi * - 28.09.2019
Zine el Abidine Ben Ali

Giunto al potere con un colpo di stato definito “medico” Zine el Abidine Ben Ali ha governato la Tunisia dal 1987 al 2011. Nonostante i contorni inquietanti che avevano portato rapidamente Ben Ali ad assumere la guida del paese, egli appariva come l’uomo del cambiamento sia a livello nazionale che internazionale.  La Tunisia, infatti, all’indomani della caduta dell’ex presidente Bourguiba, sembrò vivere per un certo periodo in uno stato di effervescenza sotto la guida del nuovo rais che proclamava di prestare ascolto alle esigenze del suo popolo. In una prima fase, in Tunisia, si respirava dunque un clima sociale più disteso e rinfrancato, con nuove speranze per il futuro. L’opposizione risultava come sedotta dall’uomo nuovo e sembrava accogliere favorevolmente l’ascesa del nuovo presidente a tal punto che si parlò di una «opposizione introvabile». In questo frangente anche personaggi del calibro di Rashid Ghannushi, il leader del MTI (Movimento di tendenza islamica) e futuro leader di Ennahdha, mostravano segnali di fiducia.

Fino alla prima metà degli anni Novanta la volontà dichiarata di far ripartire il paese dopo l’ultima fase, non certo limpida, della presidenza Bourguiba apparve un proposito concreto. Tra gli interventi più importanti possiamo menzionare la legge sui partiti politici e sull’associazionismo che avrebbe potuto instaurare una vita politica all’insegna del multipartitismo e del pluralismo delle organizzazioni di massa. Sul fronte economico Ben Ali promosse politiche di liberalizzazione, che a suo giudizio rappresentava l’unica strada utile a promuovere lo sviluppo del paese.

Tuttavia non si era di fronte a una reale apertura del mercato tunisino. La struttura economica rimaneva, infatti, legata a un modello centralista che ruotava intorno agli interessi della famiglia Ben Ali. L’economia tunisina si stava progressivamente trasformando in un autoritarismo del mercato, perfettamente combaciante con la privatizzazione accelerata delle grandi imprese, l’appropriazione spudorata della rete delle società e degli investimenti tunisini da parte dei clan Ben Ali e Trabelsi. Sussisteva una relazione organica in Tunisia tra economia e politica In questo quadro diveniva funzionale al potere una strategia di rafforzamento dello Stato. Come sottolineava il governatore della Banca centrale nel rapporto annuale del 1996, «lo Stato deve rafforzare il proprio ruolo continuando a trasmettere segnali forti al fine di far percepire a tutti gli operatori compresi gli stranieri gli orientamenti strategici del paese. Deve porsi come osservatore, come guida e come agente catalizzatore».

Novità di rilievo non si sono avvertite, in concreto, neanche sul fronte della realizzazione di un reale pluralismo politico, nonostante le rassicurazioni che puntualmente Ben Ali forniva soprattutto alla stampa internazionale. In sostanza il progetto politico del regime si fondava sulla costruzione di un’opposizione malleabile, neutralizzando partiti e formazioni antigovernative. I partiti di opposizione – tra cui il Parti de l’unité populaire (pup), il Mouvement des démocrates socialistes (mds) e il Rassemblement socialiste progressiste (rsp) – vivevano in effetti in una sorta di apatia, di esistenza artificiale che ne minava la capacità di consenso. Ne fu prova l’importante appuntamento elettorale del 1999 in cui Ben Ali ottenne la rielezione per il terzo mandato presidenziale con il 99,45% dei voti. Da questi risultati si evince che lo spazio per l’opposizione risultava assai ridotto e il pluralismo era ritagliato su misura del regime. Come scrisse Kamel Jendoubi, direttore del Comité pour le respect des libertés et des droits de l’homme en Tunisie (crldht), sul numero di “Le Monde” del 7 gennaio 2001: «Il signor Ben Ali e i suoi, la sua famiglia e i suoi parenti, sono implicati in una corruzione endemica, immorale e su larga scala». Era una denuncia coraggiosa che poneva per altro pubblicamente, per la prima volta, la questione del rinnovo del mandato presidenziale. Il regime poggiava dunque su una corruzione dilagante che permetteva al clan familiare del presidente di continuare a mettere le mani sul patrimonio della nazione. Si era creata una “dinastia” che viveva nel “lusso sfacciato” a discapito dei propri cittadini.

Nonostante il governo tunisino e il suo presidente abbiano sempre sostenuto che «la Tunisia in materia di diritti umani ha tutte le ragioni per sentirsi orgogliosa», nel corso degli anni Novanta le violazioni dei diritti dell’uomo si sono molto intensificate all’interno del paese. Nel 1996, il segretario della delegazione in Tunisia di Amnesty International Pierre Sané, chiese al governo tunisino di prendere le misure necessarie per mettere fine alla prassi della detenzione arbitraria per i reati di opinione, alla tortura, ai processi privi di regole. Tutte pratiche che – come si affermava – «minano la reputazione internazionale della Tunisia».

Il 20 marzo 2001, fu quindi pubblicato un Manifesto – noto come “Manifesto 20 marzo 2001” – redatto da 93 intellettuali che denunciavano la deriva autoritaria in corso nel paese nordafricano. Il documento conteneva un duro atto d’accusa e segnalava che «la politica era ormai vietata» e che «il regime attuale conosceva una deriva senza precedenti» producendo una sorta di «populismo demagogico». Il potere personale assoluto, spinto all’estremo, aveva dato vita a una forma di leadership autoritaria che già apparteneva al suo predecessore Bourguiba e che si traduceva, come sostiene Michel Camau, «in una ancora più rigida limitazione del pluralismo politico» L’ondata repressiva perpetrata dal regime procedeva senza freno con pesanti limitazioni delle libertà individuali, a partire dalla libertà di associazione, di riunione e di stampa. Risultava quasi impossibile per la Fédération international de droits de l’homme (fidh) riuscire a stilare una lista completa delle violazioni. Il clima di tensione che si respirava si trasformò presto in un conflitto sociale che il regime riuscì a dominare attraverso l’incarcerazione di numerosi oppositori. Associazioni, organizzazioni e comitati subivano un controllo spietato. Molti dei loro aderenti furono arrestati e torturati sempre in nome della sicurezza nazionale contro l’avanzata del terrorismo. Altri furono costretti a fuggire all’estero in esilio.

La censura imperante assoggettava i cittadini alle sopraffazioni delle forze di polizia, come denunciavano l’Association de lutte contre la torture en Tunisie (altt) e il crldht che affermavano: “Il presidente Ben Ali ha organizzato un sistema repressivo degno dei regimi dell’Europa dell’Est con circa 140.000 poliziotti su poco più di 10 milioni di abitanti”.

Numerosi erano i mezzi cui si ricorreva per ottenere la confessione degli arrestati, in gran parte giovani, sospettati di terrorismo o di aver preso parte ad attività sovversive, sottoposti a tortura per mezzo di scariche elettriche, bastonate, privazione del cibo, bruciature di sigarette, violenza sessuale. Si assisteva alla progressiva instaurazione di uno Stato di polizia, che finiva per produrre quella che Béatrice Hibou ha definito una vera e propria «morte sociale».

 La coercizione si esercitava anche attraverso il controllo assoluto delle attività economico-sociali. Come già accennato, la politica di “sfrenata liberalizzazione” impressa dal regime ha, di fatto, lasciato intatta la struttura fondamentale del potere. La tanto elogiata politica di “cambiamento” celava la continuazione da parte del regime di una pratica autoritaria, sempre giustificata dietro alla “bandiera” della lotta contro il terrorismo.

Il clima repressivo e le ricorrenti vessazioni nei confronti di un popolo che subiva gli effetti della crisi mondiale generarono un risentimento senza precedenti. Il malcontento non era più vissuto in forma privata, bensì entrava prepotentemente nello spazio pubblico, come dimostra la rivolta del bacino minerario di Gafsa, scoppiata nel 2008, con il coinvolgimento di varie frange della popolazione tra cui lavoratori precari, disoccupati, studenti, famiglie di operai rimasti vittime di incidenti sul lavoro nelle miniere di fosfati. Nonostante, dunque, il regime avesse giocato su più piani per mantenere la propria legittimazione, la limitazione dell’accesso al lavoro e la mancanza di una redistribuzione delle ricchezze che permettesse di migliorare le condizioni di vita, avevano accresciuto le frustrazioni delle nuove generazioni.

La crisi economica metteva definitivamente a nudo il sistema politico che reggeva la Tunisia, cancellando ogni spazio per l’obbedienza. Non c’era più margine per il récit de fiction propagato da un regime che beneficiava dell’appoggio di certe democrazie occidentali. I giovani esasperati davano inizio alla loro ribellione sgretolando l’immagine edulcorata della Tunisia diffusa fino ad allora.

Venerdì 14 gennaio 2011, dopo ventiquattro anni ininterrotti di leadership, il presidente della repubblica tunisina, Zine el Abidine Ben Ali, veniva costretto a lasciare il paese scosso da una serie di manifestazioni in cui milioni di persone, abbandonata la paura, esprimevano spontaneamente il proprio dissenso nei confronti del regime.

Ben Ali fugge in Arabia Saudita e durante gli ultimi otto anni, la Tunisia sta faticosamente portando avanti il processo di democratizzazione. E nei giorni caldi che il paese sta vivendo, per le elezioni presidenziali e legislative, è giunta la notizia che il dittatore è morto stroncato da un tumore in una clinica di Jeddah.

Con la sua morte si apre una nuova fase per un paese che ha profondamente sofferto ma che, grazie alla società civile, riesce, nonostante tutto, sempre a guardare avanti.

 
 
 
 
* Docente di storia del Medio Oriente-Università di Firenze