Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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L'Italia porto d'Europa per la Cina e per l'Africa

Francesco Provinciali * - 20.07.2019
Porto italiano

“La Cina è vicina”, era il titolo di un film di Marco Bellocchio del 1967 : sono passati più di 50 anni e possiamo dire che la Cina e i suoi prodotti commerciali hanno invaso l’occidente e il mondo.

A fine marzo u.s. è stato firmato un accordo che prevede interscambi ancora più intensi rispetto a quelli già in atto: il Ministro del lavoro ha riferito che tale accordo vale 2,5 miliardi su un potenziale di 20.

Siamo abituati alla politica delle iperbole e delle promesse, forse era il correlato speculare della campagna elettorale per le europee: infatti dopo la firma dei 29 punti che compongono il memorandum,  di questo accordo non se ne è più parlato se non per polemizzare sull’incipit avviato dall’Italia rispetto ai partner dell’U.E. Dovremo capire se questa primazia italiana nel siglare l’intesa bilaterale con la Cina porterà più vantaggi per il nostro Paese o se finiremo surclassati dalla potenza dell’impero economico del Sol Levante: il timore è infatti che da questi interscambi i cinesi si prendano il meglio per barattarlo con una congerie di plastiche, tecnologie low cost e prodotti mediocri.

Forse è una mera, soggettiva intuizione pessimistica ma a quel banchetto più che mangiare saremo mangiati. Non siamo una società  in crescita ma una preda ghiotta e strategica negli asset internazionali.

Chi ha la mia età avverte un senso di declino inarrestabile che attraversa il Paese: basta osservare il territorio, lo sfascio ecologico, l’urbanizzazione delle deroghe e dei condoni, la carenza di lavoro, la precarietà come condizione antropologica prevalente, il degrado morale, la corruzione, l’immigrazione clandestina fuori controllo, il permissivismo etico, il razzismo montante, l’odio sociale dilagante.

Un quadro d’insieme molto ben descritto nel 52° Rapporto CENSIS, che parla di egoismo, cattiveria e rancore. Confermato dal recente Rapporto Istat che ci descrive un Paese invecchiato e con le culle vuote. Senza farne – da parte di tali prestigiosi osservatori- una diatriba politico-partitica ma descrivendo ciò che si percepisce dell’Italia di oggi.

Ora, il 27° dei 29 punti sottoscritti prevede che il porto di Genova e quello di Trieste diventeranno i terminali europei della cd. “via della seta” che altro non è che l’edulcorata e iconografica descrizione delle intese tra le Autorità portuali italiane e la potentissima Cccc,  China communications construction company.

Già oggi il Porto di Genova Prà è un ecomostro che ha profondamente alterato e degradato il litorale, spazzando via mare e spiaggia per far posto ad una distesa a perdita d’occhio di containers, gru, manufatti e relativo indotto. Mentre il centro abitato sulla costa erige barriere di aiuole, fasce di rispetto e palizzate in legno per difendersi da polveri, rumori, inquinamento acustico: se è un disastro ora figuriamoci lo scenario futuro che potrebbe estendersi dal vecchio porto di Genova fino a Vado Ligure.

Si può solo immaginare cosa potrà accadere di ancora più sconvolgente per quella fascia di litorale ridotta ormai a enorme piattaforma di carico-scarico di container provenienti da tutte le parti del mondo: un mega terminal al servizio di Cina e singoli Paesi europei.

L’accordo intercorso tra Italia e Cina avrà anche aspetti positivi ma sottende esiti imprevedibili, specie sotto il profilo dello stravolgimento ambientale che condizionerà pesantemente la destinazione d’uso dei due scali di Genova e Trieste, al servizio degli altri Paesi del vecchio continente.

La valutazione circa l’opportunità di accordi diretti Italia-Cina non è stata molto gradita nelle cancellerie  del resto d’Europa: tuttavia la finalizzazione dei complessi portuali di Genova e Trieste a terminali del traffico via mare tra Cina ed Europa, grava il nostro Paese di un onere di servizio a vantaggio dei Paesi dell’U.E. ma con un prevedibile degrado territoriale e marino delle due aree e dei relativi indotti terrestri, per il trasferimento delle merci via gomma o via binari.

Il crollo del Ponte Morandi e l’assenza di una “gronda” di supporto ha complicato le cose ma il nuovo ponte dovrebbe essere agibile ad aprile 2020.  Tanto si scorge nel prossimo futuro, guardando a nord del Paese.

Contemporaneamente la punta dello “stivale” è da tempo preso d’assalto dall’ondata migratoria, favorita dalle intese del trattato di Dublino che prevedono che il Paese di sbarco dei migranti si faccia carico della prima accoglienza.

Il fenomeno migratorio non ha ancora trovato una ricomposizione e una gestione da parte dell’U.E: da questo punto di vista l’Italia, in quanto paese di frontiera (nazionale e continentale)  è l’anello debole della catena. Nella legislatura precedente alle recenti elezioni europee abbiamo avuto un Commissario italiano per le politiche europee e migratorie,  “Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” ma l’impressione è che si sia persa l’occasione di imporre il tema delle migrazioni dall’Africa nell’Agenda dell’U.E. partendo dalla più volte conclamata revisione degli accordi di Dublino, cioè dagli oneri oggettivi che gravano sul nostro Paese.

A fine mandato sarebbe interessante avere un report delle cose fatte.

L’ Europa paga il prezzo delle politiche coloniali del passato e non pare in grado di trovare intese per sostenere la pace sociale, la nascita di ordinamenti civili e istituzionali e la crescita economica dei Paesi poveri del continente africano: la deriva in atto non vede altre soluzioni oltre la politica dei respingimenti o quella dell’accoglienza tout-court senza garanzie e tutele.

E’ previsto che entro 20 anni la Nigeria diventerà la terza nazione mondiale per consistenza della popolazione e che circa un quinto di essa sarà stanziale in Europa. Ciò che sta accadendo in Libia ha le sembianze di un silente genocidio a fronte del quale l’assenza di una politica comune europea per gestire aiuti umanitari e politica dei flussi è vistosa e imbarazzante.

Ci si domanda come possano coesistere le diatribe sull’asse franco-tedesco, la partita delle nomine nella nuova Commissione, l’insoluta e grottesca vicenda della Brexit che infiammano le cancellerie e gli schieramenti parlamentari di Strasburgo, i PIL e la ricorrente minaccia delle procedure di infrazione con il dramma umanitario delle migrazioni dall’Africa che allo stato attuale deve essere fronteggiato solo dall’Italia senza che si accenni ad una sede, un contesto, un incipit da cui partire per una gestione realmente europea di questo esodo che presto assumerà proporzioni bibliche.

Come se la questione migratoria fosse implicitamente delegata all’Italia nell’approccio con i flussi incessanti di arrivi, salvo il far girare per il Mediterraneo navi delle ONG battenti bandiere straniere in una condizione contra-legem, che consente di fatto la violazione dei confini nazionali e la marginalizzazione delle autorità portuali, della guardia di finanza, delle forze dell’ordine e la criminalizzazione tout court delle istituzioni politiche italiane, in primis il Governo della Repubblica.

Occorre un approccio terzo al problema che eviti lo scontro tra i fautori delle ragioni umanitarie e i rappresentanti della legalità nazionale e le relative degenerazioni polemiche.

In realtà un gioco delle parti, una polarizzazione ingiustamente manichea: accogliere, certo, ma fino a che numero? Occorre stabilire delle quote e dei limiti, altrimenti metà Africa si trasferirà in Europa.

Se quello che sta accadendo nei mari territoriali italiani accadesse dentro i confini navali di qualunque altro Paese del mondo si potrebbe dubitare che alle imbarcazioni che attraccano violando i divieti delle autorità di quello Stato sarebbe riservato lo stesso trattamento che con disinvolta retorica si chiede all’Italia di applicare. Ciò che qui è giudicato sovranismo altrove, direi ovunque (e c’è forse un Paese più sovranista del Regno Unito? Fuori dall’euro, fuori dall’Europa, stretta sulle immigrazioni dagli Stati dell’U.E.) è la base della struttura di uno Stato moderno dopo le rivoluzioni e le guerre, nel periodo che va dal settecento al novecento: “popolo, territorio, potestà d’imperio”.

Si studia per l’esame di Diritto Costituzionale al primo anno del corso di laurea in giurisprudenza.

In questo coacervo di ragioni umanitarie, obblighi e divieti, confini e vite umane da salvare entrano in gioco competenze e responsabilità politiche, giudiziarie, istituzionali ad ogni livello.

Se l’Europa ha senso come Comunità di interessi condivisi e di rispetto delle sovranità nazionali occorre ripartire dai trattati di Dublino: tutto va ridiscusso all’evidenza del vero e dei fatti che stanno accadendo.

La nuova Commissione dell’U.E. si farà finalmente carico di questo problema?

Raccolgo in giro un certo pessimismo.

 
 
 


* Ex dirigente ispettivo MIUR