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01 agosto 2020
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Verso un'evoluzione della tensione tra Ucraina e Russia?

Francesco Cannatà * - 20.11.2019
Cannatà libro

Il prossimo 8 dicembre a Parigi, per la prima volta da tre anni, si svolgerà il nuovo tentativo di risolvere il conflitto nell’oriente ucraino. L’incontro, ripetendo la formula detta del gruppo Normandia, vedrà la presenza dei presidenti francese, russo, ucraino e la cancelliera tedesca. La guerra nel Donbass dura ormai da sei anni e ha causato circa 13mila vittime. Gli accordi di Minsk del febbraio 2015, Minsk II, hanno dato vita a una tregua relativa ma nessuno dei gravi problemi umanitari ed economici presenti lungo la cosiddetta linea di contatto è stato risolto. Poiché nessuna delle parti in lotta ha realmente applicato i punti dell’intesa l’armistizio non si è mai trasformato in vera pace. Con gli sforzi compiuti per sottoscrivere Minsk II, il quartetto Normandia sembra aver esaurito le proprie energie politiche. Dopo le sanzioni del 2015, Francia e Germania, Berlino più di Parigi, non sono più in grado di gestire la leadership del quartetto. A sua volta Washington ritiene il conflitto una questione fondamentalmente europea e intende restarne fuori.
Le lacune presenti dentro Minsk II, le sue imprecisioni tecniche, la confusione sulle esatte conseguenze sui singoli provvedimenti, la mancanza di dettagli sui punti più importanti – elezioni, gestione dei confini, statuto speciale dei territori - hanno sin dall’inizio messo in dubbio l’intesa. In realtà Minsk II, come ogni accordo di tregua negativa e armata, rispecchiava i rapporti di forza presenti sul terreno. Nel 2015 erano di gran lunga le forze armate di Kiev, regolari e volontari, a trovarsi nella situazione peggiore. La prospettiva tutt’altro che campata in aria, dell’ulteriore avanzata delle unità di Mosca avrebbe fatto crollare il fragile Stato post rivoluzionario ucraino. Cosi, se Minsk II si può leggere come la conferma dei successi russi del momento, la tregua ha bloccato il declino ucraino permettendo la ripresa del funzionamento statale ed economico di Kiev. Nei quattro anni seguiti a quell’accordo, il paese è riuscito a riformare e modernizzare le proprie FFAA. E di fronte a questa relativa stabilità che Kiev giudica l’accordo del 2015 con occhi diversi da allora. Punti di vista impossibili da affermarsi, visto che per i partner occidentali Minsk II continua a essere la sola base per la pacificazione.

Due nuovi fattori appaiono ora in grado di modificare la dinamica del conflitto e i rapporti tra gli avversari. Innanzitutto nel 2019 Pjotr Poroschenko ha perso le elezioni presidenziali. L’ex capo dello Stato era stato eletto nel maggio 2014 grazie all’esasperata atmosfera patriottico-nazionalista presente nel paese. Un umore che se gli ha permesso si strumentalizzare la situazione a fini di politica interna, gli ha però tolto qualsiasi spazio di manovra nelle relazioni internazionali. Stallo dovuto anche all’atteggiamento russo. Nel 2015 il Cremlino non mostrava grande interesse alla risoluzione del conflitto. Nonostante le sanzioni Mosca sosteneva militarmente le due entità separatiste, le repubbliche popolari del Donesk e del Donbask, proseguendo il confronto aggressivo con Kiev. La rappresentazione russa di Poroschenko e dei suoi alleati come “presidente e partito della guerra”, serviva innanzitutto a cementificare lo status quo giuridico e militare del conflitto. L’attuale nuovo presidente ucraino, il comico Vladimir Zelenskij, ha invece mostrato un’attitudine più conciliante verso il Cremlino e una più decisa attenzione alla pace. Inoltre i costi della guerra, 4 milioni di euro al giorno, ostacolano l’agenda riformatrice del presidente. Zelenskij deve anche tenere in conto la stanchezza popolare verso la guerra. Secondo un sondaggio del Centro Razumkov e della Fondazione Iniziativa Democratica, il 66% della popolazione ucraina pur vedendo nella Russia lo Stato “aggressore” vuole le trattative. Il 20% le chiede “a ogni costo”.

 

Cosa dire invece dell’attitudine russa? Soprattutto nei confronti dell’Ucraina il Cremlino punta su forme ibride di guerra e comunicazione che rendono difficile capire quale possano essere le sue preferenze. Per la Russia quanto avviene in Ucraina è un affare interno del paese su cui vuole però mantenere il controllo. Il puzzle, secondo l’ex direttore de Centro Carnegie di Mosca, Dimitrij Trenin, potrà essere ricomposto avendo presente che per Mosca “il futuro ordine mondiale dovrà nascere in base ai nuovi equilibri regionali”. Ecco i punti che secondo l’analista russo potrebbero risolvere il conflitto nell’oriente ucraino: a) riconoscimento dello status russo della Crimea come preambolo al ritorno del Donbass nella sovranità di Kiev, b) l’Ucraina, pur non essendo in futuro un paese equidistante tra USA e Russia, non dovrà far parte della NATO, c) in questo caso Kiev potrebbe proseguire il percorso di associazione con l’UE. Che qualcosa si possa muovere in questo senso può essere dedotto dal fatto che recentemente sul dossier ucraino Putin ha allargato la cerchia dei propri consiglieri. Ora ai falchi Vladislav Surkov e Viktor Medvedchuk, si contrappongono le tendenze più equilibrate “le due repubbliche popolari sono un peso per il paese” di Dimitrij Kosak. Una conferma della distensione in corso viene dalla reazione positiva agli sforzi di pace ucraini: il disimpegno avviato a fine ottobre scorso nelle cittadine di Solote e Petrovskoe dalle forze armate separatiste. Resta un interrogativo fondamentale. Sarà possibile garantire gli interessi russi di grande potenza in quelli che Mosca ritiene territori dove valgono i propri interessi, senza contemporaneamente violare i livelli di autodeterminazione conquistati dall’Ucraina a partire dal 2013?

 

 

 

 

* Dottore di ricerca in Storia dell’Europa Orientale