Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Merkel bizzosa, Europa senza rotta

Gianpaolo Rossini - 22.12.2015
Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act

Un passo avanti e due indietro. E’ questo il ritmo dell’incerto incedere della nostra Europa. Qualche mese fa mi ero rallegrato su queste colonne per la decisione presa dal consiglio europeo di erigere l’ultimo fondamentale pilastro della unificazione del sistema monetario dei paesi euro. Si trattava di mettere in piedi un meccanismo fotocopia di quello che esiste da quasi un secolo negli Stati Uniti che doveva prevedere una garanzia federale (FDIC-Federal Deposit Insurance Corporation) sui depositi bancari fino ad una soglia di 100.000 euro.  Negli Usa la FDIC  nasce nel 1933 sotto la coraggiosa presidenza Roosvelt a seguito delle ripetute crisi bancarie che si verificano negli anni 20 e nei primi anni 30 del XX secolo. Consente di  alleviare la paurosa crisi del sistema bancario durante la grande crisi assicurando  i depositi (oggi fino a 250.000 dollari) in caso di fallimento della banca. La FDIC interviene in seguito con artiglieria pesante negli anni 80 e 90 quando gli Usa soffrono di una protratta serie di chiusure  delle piccole banche e impedisce alla crisi del sistema bancario di infettare l’intera economia.  E’ attiva ovviamente negli anni recenti dal 2008 e costituisce un vero baluardo del sistema creditizio americano. La sua disciplina è cambiata nel 2010 con la riforma dei mercati finanziari (Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act)  che l’ha resa più efficiente e ne ha espanso la copertura assicurativa non solo portandola a 250000 dollari ma ancorandola anche a requisiti di bilancio delle banche. Insomma negli Usa la FDIC è una parte fondamentale del processo di riforma e di profonda integrazione federale del sistema bancario che si è approfondito in questi anni. In Europa nel 2010 si credeva ancora che la crisi finanziaria iniziata negli Usa nel 2008 fosse un semplice raffreddore e che quindi tutto potesse procedere come prima. Anzi la BCE sotto la nefasta guida del francese Trichet si mise ad aumentare i tassi d’interesse portando ad una rivalutazione insostenibile dell’euro che sfiorò 1.6 dollari innescando la lunga crisi dei debiti sovrani e del sistema bancario europeo che sarebbe iniziata a fine 2010 per esplodere nella primavera del 2011. Dopo anni di incosciente ritardo la BCE cambia registro con l’inizio del mandato Draghi a novembre 2011. Il nuovo presidente si adopera subito per portare a compimento un’unione monetaria monca perché priva di una unificazione bancaria con regole e ombrello federale. Il percorso è difficile e lento e vede simultaneamente la BCE appropriarsi, tra opposizioni e mugugni tedeschi che ne ritardano il varo, del suo ruolo di prestatore di ultima istanza, seppur in una forma meno diretta e più macchinosa di quella della FED americana. In ogni modo il processo di unificazione bancaria fa un bel passo con la supervisione diretta da parte della BCE delle grandi banche e delle piccole banche lasciata alle centrali nazionali ancelle della BCE. In questo processo ormai manca soltanto un meccanismo di assicurazione federale sui depositi analogo a quello Usa per completare la costruzione dell’euro. Non si tratta di un piccolo dettaglio ma di una pietra fondamentale cui già ora arriviamo con grave ritardo. La crisi degli anni dal 2011 a cominciare dall’Irlanda per finire a quella dei paesi del Sud Europa sarebbe stata meno grave e profonda se molte banche dei paesi in difficoltà non avessero sofferto vere e proprie corse agli sportelli da parte di risparmiatori che temevano che la loro banca potesse fallire e che il meccanismo assicurativo, ahimè nazionale, non fosse in grado di fornire le garanzie previste sui depositi. Nonostante il colpevole ritardo e il basso importo (100000 invece dei 250000 Usa) con cui siamo arrivati al quasi goal della assicurazione federale sui depositi  il varo sarebbe stato in ogni caso un fondamentale passo verso il completamento della unificazione monetaria dell’area euro e soprattutto verso una maggiore stabilità finanziaria in Europa.  Insomma saremmo stati contenti e più sicuri anche se il confronto con gli Usa ci vedeva sempre in netto svantaggio. Ora che invece la bizzosa Merkel,  le cui prese di posizione durano quanto certi cibi deperibili, ha cassato la assicurazione federale sui depositi siamo di nuovo daccapo con il rischio di rivedere focolai di crisi finanziaria in paesi che, cari tedeschi, potrebbero anche essere nel  Nord Europa, a cominciare dalla Finlandia le cui prospettive economiche non sono rosee.

La battuta di arresto imposta dalla Germania è l’ennesimo calcio nel sedere che viene dato al processo di integrazione europea. Rende il sistema bancario molto fragile e quindi le economie ancora convalescenti altrettanto esposte.  Non solo. Aggiunge un argomento in più a chi vede nella costruzione europea  un percorso obliquo verso obiettivi che sono difficili da scorgere, quando ci sono.