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Francia un anno dopo

Michele Marchi - 12.01.2016
Nicolas Sarkozy e François Hollande

Circa due mesi fa ci si interrogava (http://www.mentepolitica.it/articolo/un-salto-di-qualit/693) sul necessario “salto di qualità” che la Francia nel suo complesso e l’Europa come comunità di Stati avrebbero dovuto fare per affrontare il dopo 13 novembre 2015, a dieci mesi dai già gravissimi fatti di Charlie Hebdo e dell’ipermercato kosher. È avvenuto questo “scatto”? La risposta dell’opinione pubblica francese e della sua classe politica sono state all’altezza della gravità della minaccia? I vicini europei e le istituzioni comunitarie hanno reagito nella direzione di una più concreta coesione e solidarietà e di un maggior coinvolgimento e coordinamento nel contrasto al terrorismo?

Sul secondo punto il bilancio è deficitario. L’Ue sta reagendo con la solita lentezza e soprattutto sui dossier chiave del registro dei passeggeri aerei e della gestione dei flussi migratori, nonostante alcuni passi avanti, lo shock del 13 novembre non sembra aver fornito la sufficiente scossa. Allo stesso modo la “risposta europea” sul fronte della lotta allo Stato islamico da un punto di vista militare non sta brillando per coordinamento. Dopo la formale (e strumentale) richiesta di Hollande, al momento di annunciare l’intenzione francese di estendere i propri bombardamenti all’indomani degli attacchi di Parigi, l’Ue ha per la prima volta attivato l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona (difesa reciproca). Ma concretamente ognuno dei principali Paesi europei conduce le proprie politiche estere e militari nell’area mediorientale, così come al di là del Mediterraneo, come accadeva prima della serie di tragici attentati di Parigi.

Se si volge lo sguardo alla situazione politica interna alla Francia, il quadro è preoccupante, ma forse qualche speranza in più la si può nutrire. Le notizie più positive giungono dalla risposta dei cittadini francesi. Se l’obiettivo principale dei terroristi era quello di evidenziare le contraddizioni e le paure del “nemico” per suscitare dubbi, incertezze, sino a “sollecitare” i demoni della guerra civile, l’obiettivo sembra lontanissimo dall’essere raggiunto. Gli attacchi di gennaio e di novembre avevano obiettivi chiari: la libertà di pensiero almeno quanto quella di divertirsi, in poche parole i capisaldi delle liberal-democrazie ad economia capitalista (diritti individuali e benessere). Insomma si è voluto condannare Parigi, capitale della blasfemia e della dissoluzione edonista, colpendo il giornale della satira atea, il supermercato simbolo del “sionismo” e i luoghi della Parigi giovane e globalizzata in un venerdì sera tra aperitivi, concerti e partita di calcio. La risposta è stata esemplare: niente isterie, scarse o nulle pulsioni islamofobiche, né tanto meno particolari mutamenti negli stili di vita. Ma soprattutto, riscoperta di una serie di simboli (la bandiera e la Marsigliese, ma anche le tante domande di arruolamento nell’armée), di momenti di condivisione collettiva (rassemblements e marce spontanei) e di riappropriazione di luoghi simbolici (su tutti Place de la République). Quella avvenuta nel corso del 2015 è stata dunque una grande riattivazione di massa di una serie di simboli appartenenti all’immenso patrimonio ideale francese: dai Lumi alla laicità, passando per una rinnovata centralità del culto della République e della Nation.

Sino a qui si potrebbe dire il bicchiere è mezzo pieno. E la classe dirigente politica si è dimostrata all’altezza? Senza essere troppo severi ed essendo consapevoli dell’“eccezionalità” del momento si può affermare che il presidente ha mostrato doti di autorevolezza e capacità di interpretazione della fase emergenziale. Ha saputo trovare le parole giuste e si è mostrato in grado di vestire i panni del chef de guerre. Allo stesso modo l’opposizione post-gollista solo in rari casi ha alzato eccessivamente i toni e lo stesso può dirsi anche di Marine Le Pen, peraltro impegnata a sfruttare una congiuntura di per sé stessa potenzialmente favorevole alle posizioni frontiste su islam e immigrazione.

Il giudizio positivo però si ferma qui. Passata la fase emergenziale immediatamente successiva agli atti terroristici, la classe politica nel suo complesso è tornata a dedicarsi al piccolo cabotaggio e a riflettere solo in termini di tornaconto elettorale.

Hollande da un lato e Sarkozy dall’altro non hanno esitato a calibrare i loro interventi finalizzandoli alla loro personale candidatura al voto del 2017. Da un lato Hollande non si è limitato a sfruttare un patrimonio inatteso di popolarità dovuto alla sua gestione volontarista dell’emergenza, ma si è prodigato nel tentativo di sottrarre terreno al suo principale competitor proprio insistendo sui suoi temi. Come spiegare altrimenti la centralità assunta dalla proposta di perdita di nazionalità per i binazionali francesi accusati di atti di terrorismo, della quale Hollande ha fatto il cardine della revisione costituzionale proposta all’indomani dei fatti del 13 novembre? Allo stesso modo Sarkozy, inizialmente spiazzato dall’attivismo di Hollande, non ha perso tempo a schierare il partito su questi temi, cercando di mascherare una lenta e costante erosione del sostegno dei suoi militanti, prospettiva per lui catastrofica in vista delle primarie del centro-destra del novembre prossimo. Peraltro Alain Juppé, ad oggi considerato in grado di contendere la candidatura a Sarkozy, è corso ai ripari sfumando la sua immagine centrista, rivedendola alla luce dell’esprit du temps.

Se Hollande e Sarkozy sono stati di recente definiti da Le Monde “gemelli siamesi”, il loro unico obiettivo appare quello di “marcare stretto” Marine Le Pen e il suo FN. Qualsiasi presa di posizione politica sembra finalizzata all’orizzonte 2017, con una ulteriore aggravante. PS e LR sembrano oramai rassegnati allo scontro per la conquista del secondo posto utile per il ballottaggio presidenziale, dando quasi per scontata la vittoria frontista al primo turno. Eppure la marcia trionfale del FN di Marine Le Pen qualche crepa, nell’anno trascorso, l’ha mostrata. E non perché l’esito delle recenti elezioni regionali sia stato deludente. Al contrario, in termini di voti ottenuti il FN è giunto al suo record storico, con oltre un milione in più del 2002 (Jean-Marie Le Pen contro Chirac al ballottaggio) e con oltre 400 mila in più del precendente record della figlia Marine al primo turno delle presidenziali del 2012. Infatti, al di là dei numeri, il FN ha evidenziato due debolezze strutturali evidenti. La prima si è in particolare palesata tra il primo e il secondo turno delle regionali del dicembre scorso. L’aumento di circa dieci punti percentuali nella partecipazione è il principale sintomo del fatto che una parte consistente dell’elettorato francese non considera ancora il FN un “partito normale” e si mobilita con l’obiettivo principale di impedirne la conquista del potere. In secondo luogo gli argini istituzionali (e in particolare il sistema elettorale a doppio turno con alte soglie di sbarramento) crea una dinamica, senza dubbio distorsiva, ma altamente penalizzante per un partito ad oggi non coalizzabile come il FN. Il dato però allarmante è che PS e LR non sembrano in grado di sfruttare queste contraddizioni e come uniche soluzioni optano per tentare di fare proprie le parole d’ordine del FN , mentre da un punto di vista prettamente tattico ripropongono la stantia formula del front républicain. Il punto è che la logica del barrage républicain può anche essere vincente (e alle regionali a Nord e in Paca lo è stato a favore dei candidati post-gollisti) ma non può essere reiterata meccanicamente nel tempo, anche perché non prevede alcuno sbocco sul modello della “grande coalizione” alla tedesca.

Questo è un quadro di massima del Paese a dodici mesi dall’apertura del terribile 2015. L’8 gennaio 2016 si sono anche commemorati i venti anni dalla scomparsa di François Mitterrand. Anche questo anniversario può essere utilizzato per riflettere, magari avanzare alcune riflessioni e addirittura prospettare una possibile ripartenza. Quello del presidente che per più anni ha soggiornato all’Eliseo (quattordici, contro i dodici di Chirac e i dieci di de Gaulle) è un bilancio storico fatto di chiaroscuri. È vero che la sua vittoria nel 1981 ha segnato la definitiva chiusura della “lunga rifondazione” della Quinta Repubblica, dal momento che uno dei più fieri oppositori delle istituzioni volute da de Gaulle ne assumeva la guida e le accettava completamente. Però i suoi quattordici anni di “regno” sono stati anche caratterizzati da una lenta ed inesorabile discesa verso la crisi politico-istituzionale. Come giudicare altrimenti le continue coabitazioni, il calo della partecipazione elettorale, la disaffezione nei riguardi di tutti gli strumenti di esercizio della sovranità popolare e la crescita costante del FN che, peraltro, proprio nel 1986 e grazie alla scelta mitterrandiana di introdurre lo scrutinio proporzionale, riuscì per la prima ed unica volta a formare un gruppo parlamentare di 32 eletti all’Assemblea nazionale? Senza esagerare, si può affermare che il pragmatismo fino all’ambiguità e la lotta per la conquista del potere fine a se stesso sono stati tratti distintivi del mitterrandismo, poi consolidati da tutti i suoi successori, da Chirac a Hollande passando per Sarkozy. Su un punto però l’uomo politico che ha attraversato tutti i momenti più significativi della storia politica di tre Repubbliche francesi (dal passaggio dalla III all’odioso regime di Vichy, all’agonia algerina della IV, sino alla contestazione radicale della V per poi vestirne alla perfezione i panni del “monarca repubblicano”) dovrebbe forse essere oggi recuperato. Nei suoi ultimi auguri al Paese il 31 dicembre 1994 egli lanciava un monito: “ne separez jamais la grandeur de la France de la construction européenne”.

La Francia ha perso la sua grandeur e l’Europa unita sta vivendo uno dei momenti peggiori dalla sua fondazione. Bisognerebbe forse ripartire da quelle parole per fare del 2016, come Hollande ha ricordato di recente, l’anno della speranza, dopo che il 2015 per Parigi, per la Francia e per tutta l’Europa, è stato quello del dolore e della resistenza.