Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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Cambiare i trattati UE? Sì, ma per unificare l'Europa, non per dividerla

Davide Denti * - 16.01.2016
Sandro Gozi

Nella sua intervista dell'11 gennaio a Repubblica, il sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi annuncia che l'Italia si spenderà per la riapertura dei trattati europei a partire dal 2017, in concomitanza con il sessantennale del Trattato di Roma.

 

L'Unione europea del 2020 che Gozi preconizza, tuttavia, non è quella che ci si potrebbe aspettare. Anziché una democrazia compiuta che abbracci l'intero continente, il sottosegretario propone di spezzare l'Unione in due: da una parte i paesi di un nucleo duro, democratico ed integrato; dall'altra un'Europa più sbiadita, sostanzialmente ferma allo stato attuale dell'integrazione.

 

La proposta di Gozi ha varie fonti. Da una parte, essa riprende certe idee del movimento federalista europeo, volte a rafforzare l'eurozona, ma che possono andare a discapito dell'unitarietà dell'Unione intera. Dall'altra parte, essa riprende la visione di Sergio Fabbrini, più volte pubblicata sul Sole 24 Ore. Infine, essa appare coerente con una politica di appeasement delle velleità del governo conservatore britannico, nel caso in cui esso arrivi a vincere il referendum sulla brexit atteso per il 2016-2017 – non è un caso se solo poche settimane fa i ministri degli esteri Gentiloni e Hammond firmavano un editoriale a quattro mani. Ciononostante, si tratta di un modello fallace e pernicioso. Anziché procedere verso una maggiore integrazione e democratizzazione dell'UE, tali posizioni sull'integrazione a “due cerchi” ci riportano indietro di almeno dieci anni, al dibattito sull'Europa a due o più velocità dei primi anni 2000.

 

Secondo Gozi, il cerchio interno dell'UE dovrebbe includere “una zona euro riformata e approfondita.” Ferma restando l'effettiva necessità di riformare e democratizzare la zona euro – ad esempio riportando nell'alveo del diritto UE i vari trattati firmati al culmine dell'eurocrisi, dal ESM al Fiscal Compact al Single Resolution Fund, cosa che Gozi non cita – un tale percorso è disseminato di trappole, come scrivevo già l'anno scorso. In primo luogo, distinguere le istituzioni e le loro fonti di legittimità tra UE ed eurozona è una ricetta per il caos, oltre ad aprire a rischi di duplicazioni e sprechi. In secondo luogo, se la questione è relativa alla difficoltà di riformare un'Unione a 28, non si vede perché dovrebbe essere più semplice trovare l'accordo all'interno di un'eurogruppo a 19, che comprende paesi altrettanto diversi, dalla Grecia alla Finlandia e dal Portogallo alla Lituania.

 

Al di fuori della nuova eurozona resterebbero, si presume, i paesi non-euro, ma in una situazione che non pare differenziarsi da quella attuale: secondo Gozi il cerchio più ampio “comprenderebbe tutti i paesi e si fonderebbe sul mercato unico e le sue 4 libertà fondamentali, a partire da Schengen”. Se l'idea è quella di differenziare tra una membership UE avanzata e una invece più flessibile, l'idea dei due cerchi non sembra in grado di sostenerla. Il Regno Unito di Cameron, ad esempio, non ha nessuna intenzione di aderire a Schengen e vorrebbe abbandonare pure la quarta libertà di movimento, quella dei cittadini e dei lavoratori. Nè su tale cerchio esterno potrebbero facilmente trovare spazio altri paesi candidati considerati oggi problematici come la Turchia.

 

Di fatto, l'integrazione della sola eurozona produrrebbe un modello non a “due cerchi”, ma uno con un nucleo centrale e varie periferie in ordine sparso, variamente integrate o meno (gli stati membri UE ma fuori dall'euro e/o da Schengen, gli stati non membri ma variamente integrati in Schengen o nell'euro, paesi candidati e paesi associati). In tale modo, perderebbe di ogni valore anche la nozione di membership dell'UE: la vera distinzione sarebbe tra la membership del nucleo centrale, e varie differenti modalità di integrazione differenziata. Una prospettiva neo-medievale, come indicato da vari autori (da Zielonka a Beck e Grande), che potrebbe non dispiacere a molti. Ma con un grande svantaggio: in una tale configurazione sarebbe impossibile organizzare qualsiasi tipo di democrazia rappresentativa nelle forme a cui siamo più o meno abituati all'interno dei nostri stati, poiché il confine della polity, ossia delle persone coinvolte da una decisione politica, varierebbe per ogni settore di policy. Bisognerebbe quindi cestinare l'art.10 del Trattato UE, laddove esso prevede che “il funzionamento dell'Unione [sia] fondato sulla democrazia rappresentativa”. Ne vale la pena?

 

La soluzione, a differenza di quanto proposto da Gozi, Fabbrini ed altri, non sta nello spezzare l'Unione in due tronconi, ma al contrario nel rafforzarne l'unitarietà e la democrazia interna. C'è bisogno di allargamento: dell'eurozona, della zona Schengen e dell'Unione europea stessa, perché le tre aree coincidano il più possibile, limitando gli opt-out al minimo indispensabile. L'uscita da quasi dieci anni di crisi dell'euro, così come dalle recenti crisi delle norme di Schengen e di Dublino, dev'essere verso una nuova integrazione per tutto il continente. A meno che si sia disposti a rinunciare all'ideale della democrazia a livello europeo.

 

 

 

 

* Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento, e si occupa della costruzione di nuovi stati membri attraverso il processo di allargamento dell’Unione Europea verso i paesi dei Balcani occidentali.