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Il fantasma della Brexit

Giulia Guazzaloca - 09.01.2016
Brexit

L’«anno orribile» dell’Unione Europea

 

Un bilancio sullo stato dell’Unione Europea nel 2015 rimanda l’immagine di una realtà che pare lontanissima da quella in cui, solo tre anni fa, le venne assegnato il premio Nobel per la pace. Se la crisi economica le ha fatto progettare, per la prima volta nella sua storia, l’espulsione di uno dei suoi paesi membri, la Grecia, la massiccia ondata migratoria e la sfida del terrorismo islamico ne hanno pesantemente compromesso i valori fondanti. Non solo, infatti, sono in crescita un po’ ovunque i partiti anti-europeisti e xenofobi, ma la reintroduzione dei controlli alle frontiere da parte di Svezia e Danimarca sta mettendo a rischio gli storici accordi di Schengen e, più in generale, quei principi di libertà e libera circolazione delle persone che costituiscono l’architrave del progetto comunitario. Sono subito corsi ai ripari il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il commissario europeo agli Affari Interni e all'Immigrazione: il primo dicendo che salvare Schengen è un «dovere collettivo », il secondo convocando un tavolo coi rappresentanti dei governi svedese, danese e tedesco per rispondere in modo coordinato all’emergenza migratoria.

In questa complessa situazione, nella quale si sommano il prosperare dei populismi nazionalistici, il moltiplicarsi delle sfide interne ed esterne, la crisi della leadership tedesca, un ulteriore pericoloso fantasma aleggia sul futuro della UE. La stampa lo ha definito Brexit: si tratta della possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione, da stabilirsi mediante un referendum che, promesso dal premier David Cameron entro il 2017, potrebbe tenersi già nella seconda metà di quest’anno.    

 

Dai «no» di Margareth Thatcher alla Brexit

 

Il carattere oltremodo «tiepido» dell’adesione britannica al progetto comunitario non costituisce certo, com’è noto, una novità. Se già negli anni Sessanta una sotterranea, ma ferma, opposizione alla CEE era venuta dal partito conservatore, fu poi Margareth Thatcher a risfoderare in grande stile le armi del vecchio patriottismo dei tories: utilizzato a lungo, con successo, per contrastare i suoi avversari interni, ma anche per proteggere l’identità e gli interessi della Gran Bretagna dai crescenti vincoli restrittivi delle norme comunitarie.  I celebri «no, no, no» pronunciati dalla «lady di ferro» durante un infuocato dibattito alla Camera dei Comuni, il 30 ottobre 1990, e rivolti al presidente della Commissione Delors furono sì determinanti nell’affossare definitivamente la leadership della Thatcher all’interno del suo partito, ma riflettevano altresì un punto di vista condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica inglese.     

Espressione in parte del frustrato nazionalismo dei britannici, ormai privi degli antichi primati economici e internazionali, in parte del vecchio «mito» della special relationship con gli Stati Uniti, in parte, soprattutto per la destra conservatrice, dell’incrollabile fiducia nelle virtù dell’economia liberale, l’euroscetticismo di Londra è dunque qualcosa di complesso e che viene da lontano. Oggi vi si innestano molti altri fattori: dal parziale fallimento del modello multiculturale di integrazione degli immigrati ai numerosi focolai di crisi internazionale, dalle sempre latenti tensioni fra Merkel e Cameron ai problemi, più generali, legati all’ondata migratoria e alla crisi economica. Non stupiscono, quindi, il crescente successo dello United Kingdom Independence Party di Nigel Farage, che ha fatto dell’euroscetticismo il tema centrale del suo discorso politico, e il fatto che le principali e più lette testate britanniche («Sun», «Daily Mail», «Express», «Daily Telegraph») restino fermamente critiche nei confronti della UE e della sua governance.

 

Le conseguenze della Brexit

 

Gli esperti dicono che sull’esito del referendum pro o contro la Brexit peserà l’altissima percentuale degli indecisi e, a campagna elettorale non ancora iniziata, sono in pochi a sbilanciarsi. Lo ha fatto recentemente John Hulsman, esperto di politica internazionale, secondo cui la Gran Bretagna lascerà sicuramente l’Unione Europea dal momento che a Cameron non riuscirà di strappare ai partner comunitari tutte le concessioni che potrebbero indurre i grandi tabloid popolari ad abbracciare la causa dell’Unione. La partita è ancora lunga, ma per il momento il premier ha incassato l’appoggio della cancelliera Merkel per il suo piano di riforme della UE, in particolare per quel che concerne la protezione dei sistemi sociali e previdenziali nazionali. Un esito che ha spinto entrambi a definirsi «fiduciosi» circa la permanenza di Londra nell’Unione.

Intanto sono stati effettuati dei sondaggi presso economisti e centri di ricerca che rivelano come la maggioranza degli esperti giudichi estremamente pericoloso – una «profonda ferita auto-inflitta» l’ha definito qualcuno – l’impatto della Brexit sull’economia inglese. Alcuni prospettano una riduzione del PIL dello 0,5-1% ogni anno, almeno fino al 2026; il Centre for Economic Performance di Londra parla di perdite analoghe a quelle derivate dalla crisi finanziaria globale del 2008-09; il Centre for European Reform, think tank filo-europeista, evidenzia le ricadute negative sulla finanza pubblica, sia per la perdita dei finanziamenti regionali e delle sovvenzioni agricole, sia perché il giro di vite sull’immigrazione ridurrebbe la quota di immigrati, in maggioranza giovani e contribuenti netti. Anche il «Guardian» ha pubblicato nei giorni scorsi un ampio report su questi temi dove, tra le altre cose, si sottolinea che anche nel mercato del lavoro e rispetto ai finanziamenti per la ricerca e l’innovazione (il 15% degli 11 miliardi annui erogati dalla UE è investito nel Regno Unito) i danni di una eventuale Brexit sarebbero incalcolabili.

Gli esperti hanno quindi cominciato ad inondare gli inglesi di dati e statistiche che dimostrerebbero come l’uscita dall’Unione Europea sarebbe una «catastrofe» per la prosperità e la sicurezza future. Dal canto suo, Farage continua a fare leva soprattutto sui tradizionali argomenti populistici dell’orgoglio patriottico, dell’indipendenza economica, dell’identità nazionale compromessa dagli immigrati. Certo, se consideriamo che storicamente l’adesione alla UE per gli inglesi (e forse non solo per loro) è sempre stata una cosa più pragmatica e «contrattuale» che non emotiva e valoriale, allora potremmo supporre che la Brexit fallirà. Ma tanti aspetti sono cambiati negli ultimi anni, in primo luogo a livello propagandistico; non è detto, quindi, che la «campagna emozionale» di Farage e degli anti-europeisti sia destinata a soccombere alle «ragioni» dei sostenitori della permanenza della UE. Se dovesse avere la meglio, allora significherà che gli inglesi hanno deciso di riportare l’orologio della storia a più di quarant’anni fa: a prima di quel lontano 1973 in cui, dopo due fallimenti e faticosissimi negoziati, il premier Edward Heath poté finalmente sottoscrivere l’ingresso della Gran Bretagna in Europa.