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15 giugno 2019
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La crisi dell’Unione Europea

Paolo Pombeni - 07.01.2016
Claude Juncker e Martin Schultz

Da cosa dipende la crisi dell’Unione Europea? La domanda dovrebbe essere di quelle che inquietano, mentre invece l’impressione è che in fondo il tema, almeno a livello di opinione pubblica generale, non susciti particolare interesse. Del resto è da mesi che si registrano insoddisfazioni circa l’incapacità della Ue di affrontare in maniera decisa problemi sia di politica internazionale che di politica interna.

Lo sfarinarsi del tanto proclamato e lodato (ai bei tempi) “spirito comunitario” è sotto gli occhi di tutti. L’apertura ad Est che era stata avviata con grandi speranze e conseguenti proclamazioni di svolte epocali si sta rivelando una fonte di erosione di quella che si riteneva fosse la grande tradizione comune dell’europeismo. Diritti fondamentali, libertà storiche come quella di stampa, rigore nell’amministrazione pubblica sono dimensioni che non hanno trovato terreno molto fertile nei paesi un tempo satelliti dell’URSS. Era comprensibile che il passaggio da un regime assolutistico di partito unico ad una democrazia evoluta non sarebbe stato una passeggiata, ma le difficoltà sono state sottovalutate, convinti che bastassero l’egemonia dell’Europa occidentale e l’offerta di una partecipazione al nuovo benessere per convertire società che evidentemente avevano problemi interni nello sviluppo di un certo contesto politico.

Così non è stato, anche perché ben presto l’Europa occidentale non ha avuto più molto da offrire a causa di una crisi economica di dimensioni non previste. Si aggiunga che la crisi di migrazioni dal medio oriente ha coinvolto quei paesi in una problematica che per essi è totalmente nuova senza che la Ue sia stata in grado di esprimere una capacità di governo verso questo fenomeno.

Del resto la crisi economica ha messo nuovamente in luce le differenze che sussistono fra i diversi paesi dell’Unione e questo ha avuto il duplice speculare effetto, per cui chi era in difficoltà ha accusato Bruxelles di lavorare solo per acuirla, mentre chi ne era meno toccato si lamentava di dover intervenire a sostegno di partner a cui rimproverava comportamenti poco virtuosi.

Sono fenomeni sotto gli occhi di tutti e da cui nessun paese dell’Unione è dispensato. Quel che però stupisce in questa fase così difficile è l’assenza di iniziativa sia da parte della Commissione che da parte del parlamento europeo. Una vera leadership che dia almeno l’impressione di tirare le fila per quanto servirebbe per affrontare i temi sul tappeto davvero non si vede. Né Junker, presidente della Commissione, né Martin Schultz, presidente del parlamento, sviluppano una azione incisiva di comunicazione verso l’opinione pubblica. E’ chiaro che una loro iniziativa in questa direzione non sarebbe esattamente benvenuta da parte dei governi degli stati membri, ma senza una “personalizzazione” dell’azione comunitaria è impossibile smuovere non diremo il consenso, ma almeno l’attenzione delle opinioni pubbliche nazionali.

La Ue non ha canali per intervenire nel dibattito pubblico, né dispone di un retroterra di autorevoli figure intellettuali che possano aiutarla in questo delicatissimo lavoro. Viene rabbia a pensare al mare di quattrini che Bruxelles ha investito nel sostenere inutili “punti Europa”, iniziative per scuole e quant’altro, tour dei suoi funzionari a diffondere una mielosa retorica sulle sorti magnifiche e progressive dell’Unione. Tutta roba che nel momento della crisi non ha prodotto alcun antidoto al populismo antieuropeo. Del resto il fatto che oggi non esista presso alcun governo dei paesi aderenti un think tank di natura inter-nazionale, ma solo gruppi nazionali fortemente connessi con la politica contingente di ciascun paese, la dice lunga sulle radici di questa crisi.

Del resto, come si diceva, qualcosa di questo tipo non esiste neppure a Bruxelles. La burocrazia comunitaria, pur formata con un certo bilancino (non proprio del tutto imparziale) per dare spazio a funzionari estratti da tutti gli stati membri, non sembra la culla di una “intelligenza europea”, ma piuttosto un corpo di “mandarini” che non si riesce a capire quale “visione politica” siano in grado di esprimere: ammesso che si pongano il problema di averne una e non si limitino a ritenere che sia una visione il rincorrere le vecchie ortodossie delle teorie politiche che qualche decennio fa si riteneva potessero promuovere il futuro dell’Europa.

Non stupisce che in questo clima ogni leader nazionale stia sfruttando l’immagine di essere il geloso custode dei benefici del proprio paese senza curarsi di promuovere visioni comuni: del resto sembra sia questo che chiedono le opinioni pubbliche delle varie nazioni e in tempi di difficoltà opporsi a loro è piuttosto rischioso.

La preoccupazione è che questa china acceleri meccanismi di dissoluzione di quella che è pur stata una conquista storica di cui quest’anno celebreremo i sessant’anni. Il caso della Gran Bretagna è lì a ricordarci che un paese importante non ha remore a mettere in questione la sua appartenenza alla UE. Sottovalutare l’effetto che queste posizioni potranno avere sul complesso del sistema europeo sarebbe davvero irresponsabile, ma perché ciò non accada bisogna rivitalizzare i meccanismi che producono leadership comunitaria: non c’è altra strada.