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23 settembre 2020
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La guerra infinita in Sud Sudan

Sara De Simone * - 29.10.2016
Sud Sudan - Juba

Il 25 ottobre, Amnesty International ha diffuso un rapporto che documenta le uccisioni indiscriminate, gli stupri e i saccheggi commessi dall’esercito governativo in Sud Sudan durante l’ondata di violenza che a luglio si è scatenata nella capitale Juba. Il rapporto raccoglie le testimonianze di donne e ragazze prevalentemente di etnia nuer che sono state vittime di atrocità commesse negli ultimi mesi.

Eventi come quelli documentati dal rapporto di Amnesty costituiscono una realtà tristemente quotidiana in Sud Sudan da almno due anni. Dopo un breve periodo di pace dopo la fine della guerra col Sudan nel 2005, durante il quale il Paese ha ottenuto l’indipendenza, il neo-nato stato è ripiombato nella guerra civile a dicembre 2013. Con più di 700 vittime in soli tre giorni di combattimenti a Juba, gli scontri si sono estesi al resto del paese assumendo rapidamente una connotazione etnica, in linea con la storia di militarizzazione dell’etnicità della regione sud sudanese.

Già durante la guerra civile contro Khartoum, infatti, il movimento ribelle Sudan People Liberation Army (la cui ala politica, il Sudan People’s Liberation Movement è poi diventato partito di governo) aveva dovuto fronteggiare numerose defezioni e rivolte, anche a causa della politica di divide et impera adottata dal governo sudanese. La più sanguinosa di queste defezioni era stata quella capeggiata da Riek Machar nel 1991 che aveva provocato una vera e propria scissione nel movimento. Anche se gli schieramenti erano in realtà molto variegati, l’identità etnica aveva in quell’occasione giocato un ruolo importante: i leader dell’SPLA e del movimento scissionista, John Garang e Riek Machar, appartenevano infatti ai due più numerosi gruppi etnici della regione, rispettivamente dinka e nuer, e avevano utilizzato la loro appartenenza etnica come strumento di mobilitazione della popolazione.

Alla fine della guerra, Riek Machar è tornato nell’SPLA ed è stato nominato vicepresidente del Governo regionale del Sud Sudan, presieduto dal dinka Salva Kiir che era succeduto a Garang dopo la morte accidentale di quest’ultimo. Il riassorbimento di Riek Machar rappresenta solo uno dei casi eclatanti della politica di cooptazione dei possibili oppositori del processo di pace adottata dal governo di Kiir: molte altre milizie, con i loro rispettivi leader, sono infatti state assorbite nell’apparato politco-militare del neo-nato Stato sud sudanese con la promessa di partecipare alla spartizione delle sue risorse.

Se questa politica ha riscosso qualche successo negli anni immediatamente successivi al 2005, essa è entrata in crisi dopo l’indipendenza quando il Sud Sudan si è trovato in serie difficoltà finanziarie.

Anche nella leadership le tensioni accantonate in attesa del referendum hanno ricominciato a emergere. In particolare, le ambizioni di Riek Machar spaventavano un Salva Kiir sempre più attaccato al potere ma sotto pressione da minacce militari, un difficile vicinato col Sudan, dissesto finanziario e critiche verso il suo modo di governare nepotistico e autoritario.

I fatti di Juba sono il risultato di un crescendo di tensioni politiche e militari che hanno portato alla rimozione di Machar dalla sua posizione di vicepresidente e l’hanno spinto poi a mettersi a capo della ribellione iniziata a dicembre 2013 fondando l’SPLA-In-Opposition.

Dopo due anni di guerra civile, 50.000 morti, 2 milioni di sfollati e molti cessate-il-fuoco disattesi, un accordo di pace firmato ad agosto 2015 sotto la forte pressione della comunità internazionale non ha cambiato sostanzialmente la situazione. Scontri isolati sono continuati in varie aree del paese e nessun passo concreto è stato intrapreso per applicare le sue disposizioni, in particolar modo quelle in materia di sicurezza che prevedevano la formazione di una forza ibrida da dispiegare nella capitale. Molti hanno messo in dubbio la reale volontà del governo di implementare l’accordo di pace anche a causa di una serie di azioni di vero e proprio boicottaggio (come l’aumento del numero degli stati sud sudanesi da 10 a 28). Riek Machar, da parte sua, è tornato a Juba solo ad aprile 2016 con estrema diffidenza e un migliaio di uomini armati.

La situazione di stallo non poteva durare e, nello sgomento generale, gli scontri sono ripresi nella capitale  a luglio 2016 estendendosi poi a regioni precedetemente coinvolte in modo solo marginale. Dopo quella che è apparsa come una vittoria militare dell’esercito governativo, Riek Machar è nuovamente scappato all’estero, dichiarando “morto” l’accordo di pace ed illegale la nomina di Taban Deng, ex portavoce dell’SPLA-IO ai negoziati di pace, come suo sostituto vicepresidente da parte di Salva Kiir. Un po’ per dimostrare alla comunità internazionale la sua buona volontà di tenere in vita l’accordo, un po’ perché può contare su equipaggiamento e tecnologie militari più potenti rispetto al 2013, Kiir ha deciso di riprodurre la tattica divisoria dei suoi predecessori in cui l’etnicità gioca un ruolo cruciale. Se da un lato è consapevole di dover scendere a compromessi con una comunità internazionale da cui dipende sostanzialmente la stabilità finanziaria del paese (e ha per questo accettato, a settembre 2016, il dispiegamento di altri 4000 uomini nella missione di peacekeeping dell’ONU), dall’altro è fermamente deciso a non fare altre concessioni a ciò che resta del movimento ribelle sotto il comando di Riek Machar e tenere ben saldo il potere nelle sue mani. Per questo, mentre Taban Deng tesse relazioni internazionali con gli USA e l’ONU che sembrano riconoscerlo come interlocutore legittimo, Kiir si oppone alla istituzione di un’amministrazione fiduciaria internazionale provvisoria, ipotesi avanzata da alcuni esperti come unica possibilità di condurre il Sud Sudan fuori dal ciclo di violenza in cui sembra essere ricaduto ma scarsamente realizzabile a causa del suo sapore coloniale e dei suoi costi elevatissimi.

 

 
 


* Sara de Simone è Dottore di Ricerca in Africanistica e Scienze Politiche. Ha studiato Cooperazione Internazionale all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e ha lavorato con ONG e organizzazioni internazionali. Dal 2015 è vicepresidente dell’ONG Mani Tese.