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23 settembre 2020
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Dopo Mosul il diluvio?

Giovanni Parigi * - 26.10.2016
Islamic State Controlled Area

“La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana”

John Keats

 

 

Mosul, ovvero l’antica Ninive, è la seconda città più popolosa dell’Iraq; si trova nel nord, lungo le rive del Tigri, ed anche se a maggioranza araba e sunnita, era una sorta di microcosmo dove era molto forte la presenza di numerose minoranze etniche e religiose, come curdi, yazidi, turcmeni, shabak, caldei e assiri.

Nel giugno del 2014 cadde rapidamente nelle mani del Da‘esh, complici la neutralità, o persino il tacito appoggio, della popolazione sunnita nonchè l’estrema debolezza delle forze governative.

Oggi a difenderla sono rimaste poche migliaia di miliziani jihadisti, al massimo novemila. Dall’altra parte ci sono decine di migliaia di peshmerga curdi, unità dell’esercito iracheno e di quello turco, milizie sciite delle forze di mobilitazione popolare, milizie sunnite tribali locali, il tutto col supporto di americani, iraniani e truppe di quasi una ventina di altri paesi, compresa l’Italia. Per conquistare la città ci vorranno settimane, forse mesi, con il Da‘esh che si fa scudo con migliaia di civili, già contrattacca a Kirkuk e ha avuto più di due anni per fortificarsi.

Probabilmente però, il peggio verrà proprio quando l’ultima bandiera nera in città sarà ammainata, ed il motivo è presto detto: eliminato il nemico comune, facilmente scoppieranno le tensioni tra le forze oggi alleate contro lo stato islamico. Infatti, se leggiamo la situazione in base alle dinamiche geopolitiche, scopriamo che la città è lungo la faglia di frizione tra arabi e curdi, è la cerniera tra Siria e Iraq, è nella sfera d’influenza turca nel contrasto alle aspirazioni curde e, infine, è un bastione sunnita dove la nostalgia per Saddam è pari al risentimento verso l’attuale governo. Inoltre le contrapposizioni in seno agli alleati sono fortissime; innanzitutto, il premier Abadi incontra forti difficoltà sia sul campo che in parlamento; infatti, da un lato fatica a tenere lontane dalla battaglia le milizie sciite, temendo possano ripetere le loro vendette sulla popolazione sunnita, dall’altro subisce attacchi populistici da parte di Muqtada Sadr e manovre minatrici da parte dell’ex premier Maliki. USA e Iran sono concordi nel mantenere l’unità irachena, ma Washington fa estrema fatica a limitare il ruolo sciita e curdo e a favorire l’inclusione dei sunniti iracheni; intanto gli iraniani controllano le milizie sciite delle forze di mobilitazione popolare, e cercano di farne dei partiti politici, che sin d’ora si distinguono per il loro oltranzismo anti-sunnita. 

In altri termini, il rischio è quello che ad una vittoria militare seguano tensioni politiche tali da innescare scontri, e i segnali concreti già ci sono. Ufficialmente la città sarà liberata dai governativi di Abadi, ma i leaders delle milizie sciite hanno già annunciato che intendono partecipare direttamente alla presa della città; il coordinamento con le milizie curde è difficile e i rapporti di reciproca malfidenza hanno più volte limitato la condotta delle operazioni. Erdogan, che già schiera truppe turche in Iraq nonostante la categorica opposizione di Bagdad, dal canto suo ha dichiarato che la partecipazione militare di Ankara è “responsabilità storica”, e che la Turchia “parteciperà alle operazioni e si siederà al tavolo [delle trattative]”.

Oltre alla presenza di interessi confliggenti sul futuro della città, a complicare la situazione concorrono due ulteriori elementi, ovvero il futuro dei sunniti e il Da‘esh.

Prima dell’arrivo dello stato islamico, la popolazione sunnita vedeva nel governo di Bagdad uno strumento di oppressione sciita e iraniana, ed era politicamente ed economicamente emarginata. Ora, anche se è forte la disaffezione e l’intolleranza per lo stato islamico, ben pochi si fanno illusione che il debole governo di Abadi possa cambiare la situazione; infatti la critica situazione finanziaria, corruzione e politiche settarie in parlamento rendono limitatissime le effettive capacità del governo di intervento sul territorio. Del resto, in parlamento a Bagdad e tra le milizie sciite, i sunniti sono considerati fiancheggiatori, se non complici, dello Stato islamico. Non stupisce dunque il fatto che le province sunnite, Mosul in testa, non facciano mistero di volere un’accentuata autonomia sul modello curdo, fondata su decentralizzazione e autogoverno; capofila di questo progetto è Athil al Nujaifi, ex governatore sunnita della provincia di Ninive. Il problema è che Bagdad vuole invece tornare allo status quo ante all’arrivo del Da‘esh, mentre i curdi ben difficilmente si ritireranno dai territori conquistati; non stupisce, dunque, che Nujaifi sia apertamente appoggiato dalla Turchia, in pessimi rapporti con il governo iracheno e in rapporti ambigui con quello regionale curdo.

Il secondo elemento di complicazione rimane lo Stato Islamico. La sconfitta di Mosul spingerà il movimento jihadista verso una profonda trasformazione, senza però sradicarlo. Innanzitutto il Da‘esh tornerà ad essere un movimento di insurgency dando vita ad una lunga campagna di guerra asimmetrica. In termini più concreti, questo significa un ritorno al terrorismo e alla lotta clandestina, cercando di scatenare tensioni tra sciiti e sunniti, oltre che tra arabi e curdi, al fine di creare un ambiente favorevole alla riemersione del movimento jihadista. La conseguenza principale è una sua “irachizzazione”, ovvero un ruolo preponderante degli elementi locali, più idonei a muoversi all’interno della società sunnita irachena; la conseguenza secondaria è che i foreign fighters accorsi in passato nel paese, faranno ritorno nei paesi di origine, Europa compresa, aprendo un secondo fronte di confronto con l’Occidente.

In conclusione, la sconfitta militare del Da‘esh a Mosul non porterà stabilità in Iraq, né tantomeno segnerà la fine del movimento jihadista. Inoltre, sebbene Abadi stia ponendo in essere genuini sforzi per una riconciliazione sia etnica, coi curdi, che settaria, con i sunniti, il quadro politico interno alla compagine sciita, la crisi economica, le tensioni territoriali e petrolifere con i curdi e le ingerenze straniere non lasciano presagire nulla di buono per il futuro del paese.

 

 

 

 

* Giovanni Parigi insegna Cultura Araba presso il corso di laurea di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano. Ha lavorato e studiato in Medio Oriente e scrive per Limes, ISPI, Fondazione OASIS e Qui Finanza.