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24 luglio 2021
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La rivoluzione dei Ciudadanos: il nuovo partito che fa concorrenza a Podemos in Spagna

Luca Costantini * - 12.05.2015
Ciudadanos

Dopo la vittoria elettorale di Syriza, nella piazza principale di Madrid, la stessa che aveva ospitato la protesta degli indignados del 2011, si celebrò una manifestazione di Podemos per invocare una svolta politica in Spagna. Molti quotidiani videro in quella marcia la prova di forza di una formazione considerata oramai matura per vincere le elezioni, proprio com’era accaduto in Grecia con Tsipras. «Tic, tac, tic, tac», urlava dal palco nella piazza Pablo Iglesias, il leader di Podemos, evocando il definitivo conto alla rovescia per l’attuale ordinamento politico spagnolo, definito in modo sprezzante come «regime del ‘78».

Podemos nasce come reazione agli scandali della corruzione e alla crisi. Lo fa ridiscutendo i termini fondativi del patto tra spagnoli che nel 1978 diede vita alla costituzione democratica. A gennaio il quotidiano britannico «The Guardian» pubblicò un reportage intitolato The Podemos revolution: how a small group of radical academics changed European politics, dove furono descritti i riferimenti ideologici della formazione di Iglesias. Tra Gramsci, Laclau e Mouffe, quelli di Podemos starebbero dando vita, secondo il periodico, a una mescolanza di socialismo e populismo, che privilegerebbe la lotta alla «casta» sulla lotta di classe (Laclau e Mouffe studiarono i conflitti sociali in chiave postmaterialista, rigettando l’idea che il determinismo economico marxista e la lotta di classe fossero punti fondamentali nelle dinamiche sociali).

Quando Tsipras formò il suo governo, Iglesias disse che il modello greco era esportabile anche in Spagna, e che «con Alexis Tsipras la sinistra poteva riconquistare l'Europa». La Spagna, però, non è la Grecia, e, di lì a poco, il fenomeno Podemos calò nei sondaggi. Questo declino si produsse in concomitanza con due fattori: da un lato per l’affioramento di presunti finanziamenti al partito di Iglesias provenienti dai paesi latinoamericani come il Venezuela (soldi, questi ultimi – all’incirca 400.000 euro –, che sarebbero stati incassati da una società gestita da Juan Carlos Mondero, il numero tre del partito, per poi essere reinvestiti nella trasmissione La Tuerka, che rese celebre Iglesias e dalla quale prese il via l'avventura di Podemos); dall’altro per l’irruzione di una nuova forza politica, Ciudadanos (cittadini, in italiano), critica con la classe politica e la corruzione, ma meno radicale di Podemos nelle proposte di rinnovamento.

Tra gennaio e aprile Podemos perse otto punti percentuali nei sondaggi. Passò dal 24% al 16%. Ciudadanos crebbe, invece, di nove: dal 5% al 14%. Ma cos’è, esattamente, questa nuova formazione che fa concorrenza al partito degli indignados? Ciudadanos è un partito che si definisce postideologico, e che, pertanto, rifiuta la dicotomia destra-sinistra (come fa Podemos), pur adottando di fatto posizioni che potrebbero definirisi lib-lab. Unisce, cioè, alla vocazione liberale proposte per la difesa del Welfare. È un partito europeista e riformista, fondato nel 2006 da un gruppo di intellettuali (tra cui Arcadi Espada, Félix de Azúa, Xavier Pericay, Ferran Toutain, Félix Ovejero o Francesc de Carreras) per lottare contro il secessionismo in Catalogna. Dal punto di vista programmatico, poi, la formazione è andata crescendo. Per quanto concerne l’economica, per esempio, il «partito della cittadinanza» guarda al modello danese: postula una riforma del mercato del lavoro con un contratto unico di inserimento ispirato ai principi della flexsecurity, una semplificazione del sistema fiscale e il rafforzamento dei meccanismi legali per la lotta alla corruzione. Albert Rivera, il leader di questa formazione, è un avvocato di 36 anni che spesso viene paragonato al segretario del partito liberal-democratico inglese, Nick Clegg.

Ciudadanos è un partito che si colloca tra PSOE e PP. È lì, in quel bacino elettorale di centro, dove ottiene i suoi sostegni. Il suo messaggio viene apprezzato soprattutto dai ceti medi e istruiti. Lo spiccato laicismo sui temi etici (aborto e regolamentazione della prostituzione) non piace agli elettori cattolici del partito popolare. È per questo che non sono in pochi a scomettere su possibili accordi futuri con il PSOE. Albert Rivera e il suo partito sono fermamente contrari a referendum secessionisti in Catalogna, e rifiutano la lettura revisionista della transizione alla democrazia proposta dagli indignados. Ciudadanos è, insomma, allo stesso tempo una forza innovatrice della política e una tutrice dello status quo. Una sua collaborazione con i socialisti avrebbe però un significato rivoluzionario per il sistema politico spagnolo: sarebbe la prima volta dal 1978 ad oggi che un partito non nazionalista, o regionalista, catalano o basco fosse decisivo per la formazione di una maggioranza di governo.

Stando alle statistiche l’economia resta il problema centrale per gli spagnoli. Negli ultimi mesi si sono registrati dei miglioramenti, ma i rappresentanti del governo hanno ammesso che la situazione debba ancora stabilizzarsi. Le prossime elezioni regionali del 24 maggio, e quelle politiche di fine anno, saranno il vero banco di prova per il governo di Mariano Rajoy. In quell’occasione si decideranno gli equilibri futuri della Spagna e si potrà misurare sul serio il consenso di cui dispongono i nuovi partiti. Con quel voto comprenderemo se gli spagnoli avranno fatto pace con il loro passato, o se, al contrario, avranno ceduto ai revanscismi dell’estrema sinistra e dei nazionalisti baschi e catalani. In quest’ultimo caso potrebbe concretizzarsi lo scenario vaticinato con tanta fiducia da Pablo Iglesias: una Spagna instabile che segue il cammino greco.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca presso l'Università di Bologna. Stagista presso "El Pais" di Madrid