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27 ottobre 2021
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La guerra dei Le Pen

Riccardo Brizzi - 14.04.2015
Jean-Marie e Marine Le Pen

Saremmo davvero troppo provinciali a ritenere la rottamazione politica un'eccellenza italiana. Basta mettere il naso al di là delle Alpi per accorgersi che la storia della V Repubblica francese è costellata di casi clamorosi: Pompidou che rompe con de Gaulle in occasione del maggio 1968; Jospin con Mitterrand all'inizio degli anni Novanta e Sarkozy con Chirac all'indomani del fallimento del referendum europeo del 2005.

La storia stessa del Front national fa scuola su questo terreno, con la prima scissione intervenuta già nel 1973, ad appena un anno dalla creazione del partito. Le tensioni attuali tra Marine Le Pen e il padre Jean-Marie seguono le consuete linee di frattura interne al movimento, che hanno tradizionalmente opposto  i sostenitori di una strategia di conquista del potere ai difensori dell'ortodossia frontista, ma assumono evidentemente un carattere inedito per la sovrapposizione tra dimensione familiare e politica. L'evocativa simbologia del parricidio non deve però oscurare la profonda divergenza politica.

Contrariamente al fondatore del partito - promotore della rinascita e del consolidamento dell'estrema destra in Francia - Marine vuole governare e per farlo all'indomani del congresso di Tours del 2011, che aveva sancito il passaggio di testimone con il padre, ha promosso una strategia di normalizzazione che ha portato il FN ai livelli elettorali più alti della sua storia e a consolidarsi progressivamente in tutte le elezioni intermedie degli ultimi due anni (municipali, europee, dipartimentali, in attesa delle imminenti regionali). Il restyling promosso da Marine è evidente: se il FN rimane solidamente ancorato alle proprie radici nazionaliste e di estrema destra (la pietra angolare del suo bagaglio ideologico resta l'esaltazione della «priorità nazionale» fondata su una concezione etnica dell'identità) il lavoro di svecchiamento dell'immagine e della retorica è stato significativo. L'eredità nazionalista è stata depurata dagli accenti antisemiti del padre e si è completata con l'accettazione degli ideali repubblicani, a partire dalla laicità (in molti casi funzionale a denunciare la minaccia islamica). Contemporaneamente si è attuata una svolta a sinistra in ambito economico e sociale (difesa del welfare, denuncia degli eccessi del capitalismo finanziario e delle istituzioni sovranazionali) che ha consentito al FN di conquistare feudi tradizionali della sinistra (le periferie delle principali città, le roccaforti operaie del Nord, etc), e di stemperare la propria connotazione ideologica, al punto che il FN si presenta oggi con lo slogan «né di destra né di sinistra» e può permettersi di flirtare in Italia con Salvini  mentre celebra la vittoria di Syriza in Grecia.

In questo processo di «normalizzazione» la figura di Jean-Marie Le Pen - pur continuando a svolgere un ruolo centrale nel dispositivo identitario frontista - è divenuta vieppiù ingombrante, sullo sfondo di prese di posizioni e dichiarazioni estreme (da ultimo quelle sulle camere a gas e sul maresciallo Pétain rilasciate al giornale di estrema destra «Rivarol») che hanno accelerato la necessità di una resa dei conti tradottasi in un dramma familiare dagli accenti shakespeariani. E la pièce è stata caricata di ulteriore pathos dalla presenza dietro le quinte della nipotina-deputata Marion Maréchal-Le Pen, pronta all'imboscata e a trarre i frutti dello psicodramma familiare (è lei che alla fine sarà candidata alle regionali in Provenza-Alpi-Costa Azzura dopo la rinuncia dell'86enne patriarca).

L'emarginazione dell'ingombrante fondatore non risolve tuttavia alcuni problemi che si affacciano all'orizzonte del FN in vista della madre di tutte le battaglie elettorali: le presidenziali del 2017. In primo luogo l'ambiguità della linea economica. Per proseguire il trend elettorale favorevole e consolidare la propria centralità all'interno del sistema politico francese il FN deve conquistare settori crescenti dell'elettorato di destra. I sondaggi mostrano che i simpatizzanti dell'Ump sono ormai vicini al FN su temi storicamente divisivi quali l'immigrazione, l'islam e la sicurezza. La linea rossa non riguarda più i valori ma l'economia e in particolare la linea protezionista e l'uscita dall'euro che sono viste come un azzardo da gran parte dell'elettorato della destra moderata, più vicino a posizioni liberiste. Un elettorato che peraltro ha appena salutato con grande favore il rientro sulla scena di Nicolas Sarkozy - storicamente indigesto al FN per la capacità di pescare nel suo bacino di voti - che ha consentito a un partito malandato e lacerato da anni da guerre intestine quale l'Ump di aggiudicarsi brillantemente le recenti dipartimentali.

In ultimo luogo se la leadership di Marine Le Pen all'interno del FN esce consolidata dalla marginalizzazione del padre, essa deve necessariamente fare un salto di qualità in attesa delle presidenziali del 2017. I trionfi alle elezioni intermedie del 2014 e del 2015 l'hanno consacrata come leader della protesta e della contestazione del sistema. Per accedere all'Eliseo però non basterà denunciare ma sarà necessario convincere, occorrerà assumere un profilo meno protestatario e più istituzionale (soprattutto in settori decisivi sui quali è apparsa piuttosto digiuna e dedita all'improvvisazione, quali l'economia e le relazioni internazionali) per apparire un credibile pretendente al ruolo di monarca repubblicano imposto dalle istituzioni della Quinta Repubblica.