Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Da rivoluzionario a senza patria: Saakashvili e le battaglie perse per la democrazia

Nicola Melloni * - 09.09.2017
Mikhail Saakashvili

Nelle ultime settimane è tornato a circolare tra i media internazionali il nome di Mikhail Saakashvili – già presidente georgiano dopo esser stato alla guida della cosiddetta rivoluzione delle rose, e già governatore della regione di Odessa, in Ucraina, dopo la rivolta di piazza Maidan a Kiev. L’ineffabile politico cosmopolita è riuscito nell’impresa di perdere la cittadinanza ucraina che gli era costata in precedenza quella georgiana, e rimanere così apolide, ormai più personaggio in cerca di autore che rivoluzionario in cerca di una causa.

Saakashvili si è fatto immediatamente sentire, accusando il governo di Kiev di cospirazione politica dopo aver fatto lo stesso con quello di Tblisi qualche anno fa: a suo parere Poroshenko avrebbe tradito gli ideali libertari di Maidan e si sarebbe sentito minacciato dal carisma e dalla popolarità dello stesso Saakashvili.

La vicenda ha i contorni dell’opera buffa ma invita aduna riflessione più seria su alcuni dei regimi politici post-Sovietici che circondano la Russia e che a tornate periodiche si affacciano sui nostri giornali.  Proprio Saakashvili è stato il primo interprete di quelle rivoluzioni colorate che, nella mente di commentatori e analisti, sarebbero dovute essere il compimento di quelle iniziate, e mai finite, nel 1989.

In effetti, se in Europa Orientale, pur tra mille vicissitudini, la fine del “socialismo reale” aveva aperto nuovi spazi democratici (ora, per altro, in via di lenta chiusura) ed infine portato all’integrazione nell’Unione Europea – e nella Nato –, nello spazio ex-Sovietico le cose erano andate molto meno bene. Dopo un decennio di caos generalizzato e di ruberie indegne, la scena politica si era per così dire consolidata attorno a potentati oligarchici, solitamente capitanati da figure legate all’antico regime.

Saakashvili nel 2003 fu il principale artefice della rivolta popolare – presto nota come rivoluzione delle rose – che estromise il governo presieduto dall’ex ministro degli esteri di Gorbachev, Eduard Shevarnadze. Giovane, all’apparenza brillante, con amicizie importanti negli Stati Uniti, Saakasvili sembrava il prototipo del politico di nuova generazione, moderno e “occidentale”. Si guadagnò immediatamente il plauso dei media europei e statunitensi che confondevano il virulento odio anti-russo del giovane georgiano per sincero afflato democratico. In realtà, l’idea di modernizzazione di Saakashvili non era poi molto diversa da quella del tanto detestato Putin: centralizzazione del potere, politicizzazione del sistema giudiziario, repressione dell’opposizione.

Non è un caso che tra i suoi numerosi amici si contino i leader della nuova destra europea, dal PiS polacco guidato da Kaczynski a Orban in Ungheria – che è non a caso un grande ammiratore proprio di Putin e uno dei principali esponenti della cosiddetta “manageddemocracy”.

La nouvelle vague georgiana sfiorì molto presto: l’avventurismo politico di Saakashvili portò ad una rapida guerra con la Russia e ad una sua improvvida uscita dalla politica georgiana. Non però alla sua resa. A seguito della nuova rivoluzione “democratica” in Ucraina, il georgiano fu nominato governatore di Odessa dall’esecutivo comandato dal miliardario Poroshenko e costituito in fretta e furia con la presenza di vari politici non ucraini e il cui principale biglietto da visita era l’ostilità verso Mosca.

Saakashvili, mai eletto e messo a capo di una regione a maggioranza etnica russa, cercò di imporsi all’attenzione nazionale come campione dell’anti-corruzione, scelta coraggiosa ma quantomeno bizzarra, dato che il suo padrino politico era proprio l’oligarca Poroshenko. Il resto è cronaca recente: le dimissioni, le accuse di corruzione contro il governo ucraino, la ridicola aspirazione di diventare un leader nazionale a capo di un partito minuscolo, la vendetta dell’Ucraina che gli ha levato la cittadinanza.

Saakashvili, attraverso la sua vita spericolata, ci offre dunque qualche lezione sulla politica nello spazio post-sovietico. Troppo spesso ci ostiniamo a pensare che i politici filo-Occidentali siano anche campioni della democrazia, quando non addirittura grandi statisti. La realtà è, ahinoi, assai differente: le posture pro-occidentali, o più semplicemente anti-russe, sono spesso un espediente per ottenere legittimità internazionale e, a volte, fondi più o meno illimitati. La politica in quei paesi non è certo lotta per la libertà, e nemmeno si organizza per idee e rappresentanza di interessi, quanto piuttosto attraverso gruppi di potere in lotta per la spartizione del bottino. A cominciare dalla democratica Ucraina, il paese più corrotto d’Europa dove la guerra per bande è continuata tanto sotto governi filo-russi, quanto sotto quelli pro-occidentali. I leader delle cosiddette rivoluzioni democratiche sono in realtà, più spesso che no, avventuristi, corrotti, autoritari, ed hanno l’unico merito di giocare un ruolo geo-politicamente importante, cioè di contenimento (o di offesa, a seconda dei punti di vista) del potere russo. Il problema è che appoggiare personaggi di questo genere crea solo instabilità, caos e povertà. Al Cremlino è lecito pensare che se la ridano.

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto