Ultimo Aggiornamento:
25 novembre 2020
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Da Kirkuk a Raqqa e ritorno.

Massoud Barzani

Tra domenica 15 e lunedì 16 ottobre 2017 le forze armate del Governo di Baghdad sono rientrate nella città di Kirkuk dopo anni di assenza: meglio, dopo essersi disciolte o ritirate di fronte all’avanzate delle forze dell’Organizzazione dello stato islamico in Iraq e in Siria (ISIS) che erano già entrate senza colpo ferire nella grande città irachena di Mosul, nell’estate del 2014. Da lì, i miliziani di quella che diventerà poi Organizzazione dello stato islamico (IS)si diressero verso nord, a Kirkuk, incontrando però la resistenza armata delle forze curde, che in Irak prendono il nome di peshmerga. Queste entrarono in città, ne presero i punti strategici tra cui i grandi, e antichi, giacimenti petroliferi, contravvenendo ad un accordo politico con il Governo centrale di Baghdad per cui solo le forze di sicurezza irachene, nazionali, potevano entrare armate nella città multi-“etnica” e multi-confessionale. La minaccia contingente di IS era comunque prioritaria rispetto alle rivalità pre-esistenti, per il momento. Una volta sconfitta militarmente IS,tornano però allo scoperto le divisioni tra chi deve governare la città: qui vivono comunità curde, arabe e turcomanne la cui entità è sempre stata oggetto di dispute e spostamenti, volontari e forzati, di popolazione nel corso degli ultimi decenni, ossia da quando anche nella regione si è fatta largo l’idea nazionalista per cui la comunità linguistica o confessionale “maggioritaria” è quella in diritto di governare: la forza della violenza era tra i criteri  di scelta, per cui finché Baghdad riusciva a far prevalere le sue forze sulla provincia del nord allora erano i dirigenti arabi e la popolazione araba a governare; quando Baghdad collassa nel 2003, prevale il compromesso del governo civile congiunto mentre la sicurezza è affidata all’esercito iracheno; con il ritiro di quest’ultimo, prendono il potere le forze curde del Partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan(PUK) più accomodante con Baghdad. Il nodo del contendere riguarda il fatto che la città, e i suoi dintorni, contengono tra i più grandi giacimenti di petrolio dell’Iraq, oltre ad essere luogo di memoria storica per  curdi e turcomanni. I nazionalisti curdi sanno bene che ogni autonomia o indipendenza senza Kirkuk sarebbe parziale dal punto di vista materiale, finanziario e simbolico: la regione curda ha bisogno di esportare il petrolio di Kirkuk tramite la Turchia per importare tutti i ben di cui ha bisogno; Baghdad vuole il petrolio iracheno per sostenere le proprie finanze e per impedire la sostenibilità economica di una possibile indipendenza curda. Ed è per questo motivo che Iran e Turchia si sono mobilitate in massa a sostegno di Baghdad per evitare che Kirkuk entri a far parte del progetto indipendentista che i nazionalisti conservatori del Partito Democratico del Kurdistan (PDK) del Presidente Massoud Barzani hanno rivendicato con il referendum del 25 settembre 2017. Il boicottaggio dei Paesi confinanti, l’offensiva di Baghdad e l’appoggio de facto dei Paesi della Nato al governo centrale iracheno hanno ipotecato la prova di forza di Barzani, che peraltro ha esacerbato la rivalità storica, e familiare, con i “fratelli” del PUK.  Baghdad si dice disposta a trattare l’autonomia curda, ora che è in posizione di forza. La popolazione curda in Iraq ha tutto il diritto di rivendicare l’autodeterminazione in quanto comunità nazionale: tuttavia, ancora una volta, Barzani ha forse calcolato male i rapporti di forza, e soprattutto sottostimato la profondità della convergenza di tutti i Paesi della regione e dei loro alleati internazionali sul mantenimento formale dei confini in Medio Oriente, e dunque della loro integrità territoriale. All’interno di questi, invece,si gioca la lotta per l’autonomia, come sembrano aver capito altre forze politiche curde in Iraq, Siria e Turchia.

Nel frattempo è giunta a conclusione la battaglia per la riconquista di Raqqa, la città siriana lungo il fiume Eufrate che dal 2014 era governata dall’Organizzazione dello stato islamico, come sua capitale de facto. La sua sconfitta a Raqqa e nella città di Al Mayadeen, sede del comando militare di IS, nonché l’assedio dei suoi miliziani a Deir ez-Zur, segnano la fine del progetto di governo su di uno spazio territoriale che va dall’Iraq alla Siria: ossia, il cuore del progetto statuale del califfato targato IS. Probabilmente, la forza jihadista si trasformerà in gruppo di guerriglia a cavallo tra i due Paesi, sfrutterà ogni opportunità per inserirsi nei conflitti tra i propri rivali e sfruttare il risentimento delle comunità escluse da funzioni di governo o dai processi di ricostruzione; e non sarà meno letale nel colpire. Tuttavia, se nella galassia jihadista IS si distingueva per la priorità attribuita al governo di territorio e persone in Iraq e in Siria, allora non può che definirsi sconfitto nella fase attuale.

Come in Iraq, però, anche in Siria riemergono ora vecchie linee diconflitto tra forze politiche, a cui se ne aggiungono di nuove. Raqqa è liberata dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), un’alleanza arabo-curda, a guida curda, con l’appoggio militare degli Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia. Al Mayadeen e Deir ez-Zur, invece, sono liberate o circondate dall’Esercito siriano e dai suoi alleati iraniani e russi. Come detto alla BBC dall’ex ambasciatore USA in Siria, Robert Stephen Ford, gli Usa non hanno individuato un “interesse nazionale e vitale” per cui possano rimanere in zona dopo la sconfitta di IS. Dunque, spetterà ai curdi siriani negoziare con Damasco il governo del nord-est della Siria, probabilmente con la mediazione di Mosca, alleata di Damasco e vicina alla Turchia; da qui, la corsa per il controllo dei giacimenti di petrolio e gas nei territori orientali con l’obiettivo di consolidare le rispettive posizioni in vista di una trattativa sul livello di autonomia, che è ineludibile. Anche in questo caso, sembra prevalere in previsione l’integrità territoriale dello stato siriano sebbene la sua organizzazione interna non potrà che trasformarsi, anche in senso radicale. Se le forze curdo-siriane, con tutte le difficoltà e ambiguità del caso, sono sufficientemente autonome nel loro processo decisionale per essere anche “pragmatiche”, la tensione si sposta invece in quelle zone in cui prevalgono oggi le decisioni di soggetti politici esterni alla Siria o all’Iraq: in particolare nel sud-est desertico della Siria, al confine tra Iraq e Giordania.Qui lo scontro formale tra gruppi di ribelli e governo di Damasco nasconde in realtà il conflitto tra Washington e Teheran per il controllo di un territorio povero, poco popolato, ma che permette di congiungere l’Iran con il Mediterraneo via Iraq, Siria e Libano: esattamente ciò che gli USA e Israele vogliono impedire. Ed è qui che la guerriglia jihadista potrà trovare terreno fertile in cui riorganizzarsie sfruttare i vecchi e nuovi conflitti. Altrettanto cercherà di fare nella provincia irachena di Diyala, situata tra Baghdad e la regione curda, se le forze politiche non sapranno negoziare un compromesso che sia quantomenosoddisfacente per tutti. Come appena fatto a Kirkuk, la diplomazia e le milizie dell’Iran sono già operative sul campo.

La stagione dell’Organizzazione dello stato islamico sembra ormai avviata al tramonto, nel suo farsi governo di territorio e persone; le alleanze de facto, inedite, di questa fase mostrano ora i limiti del loro carattere “contingente” e lasciano spazio nuovamente alle vecchie di linee di conflittotra governi centrali e regioni periferiche, tra Paesi della regione e Paesi esterni. Tuttavia, siccome lo status quo ante non è riproducibile dopo oltre tre anni di IS, sette di guerra in Siria e quasi quindici in Iraq, quello che potrà cambiare è il contenuto politico e la forma istituzionale della sovranità nei due Stati medio-orientali, non i loro confini territoriali.