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01 dicembre 2021
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Elisabetta e Vittoria: due regine, due epoche

Giulia Guazzaloca - 12.09.2015
Vittoria ed Elisabetta II

Il regno più lungo

 

La notizia è rimbalzata per giorni sui media di tutto il mondo, probabilmente assai di più di quanto la regina avrebbe gradito: nel pomeriggio del 9 settembre 2015 il regno di Elisabetta II è diventato ufficialmente il più lungo nella storia della monarchia britannica, avendo superato quello dell’antenata Vittoria rimasta sul trono per 63 anni e 217 giorni. Un altro dei tanti primati di Sua Maestà: Elisabetta è infatti attualmente il più anziano capo di Stato al mondo, nel 2007 era diventata la monarca britannica più longeva, essendo Vittoria morta all’età di 81 anni, e secondo un recente sondaggio del «Sunday Times» gli inglesi la ritengono il più grande sovrano che il paese abbia mai avuto.

A fronte delle tante celebrazioni, nei paesi del Commonwealth e non solo, delle migliaia di telegrammi e lettere arrivate da ogni parte del mondo, la regina ha preferito evitare cerimonie ufficiali ritenendole una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi antenati; forse anche un modo per onorare la memoria di Vittoria, nota per la sua riservatezza. Business asusual, quindi, secondo una tipica massima britannica; e così, come previsto da mesi, nel giorno del «record» Elisabetta si è recata all’inaugurazione di un nuovo tronco ferroviario nella Scozia meridionale. Non si è trattato comunque di una scelta casuale, visto che i sentimenti indipendentisti degli scozzesi li hanno portati, nel referendum dell’anno scorso, ad un passo dalla separazione da Londra e alla vigilia della consultazione la sovrana si era spinta a chiedere al popolo della Scozia di «riflettere con grande attenzione» sul voto. Insomma Elisabetta ha voluto esprimere ancora una volta la sua vicinanza agli scozzesi, ma per il resto ha optato per un tono dimesso e un basso profilo: assai diversi dalle fastose celebrazioni e parate con le quali nel 2012 era stato festeggiato il suo giubileo di diamanti.

 

Il confronto con Vittoria

 

Ma se la regina e la royal family hanno scelto di passare sotto silenzio il momento del «sorpasso» del lungo regno vittoriano, i confronti tra le due regine hanno riempito giornali, trasmissioni televisive e social media per diversi giorni. Due donne, Vittoria ed Elisabetta, dalla personalità forte e coraggiosa, dotate di grande carisma e appeal popolare, che hanno assicurato stabilità e continuità al loro paese in epoche di grandi trasformazioni; il premier David Cameron ha detto che la regina Elisabetta«è stata una roccia di stabilità in un mondo in continuo cambiamento» e lo stesso vale – forse ancor di più – per la sua grande antenata.

Entrambe molto amate dai sudditi, hanno saputo fare della Corona il centro simbolico ed «emozionale» della nazione, l’emblema dell’unità e dell’identità patriottica; una funzione fondamentale per un popolo tradizionalista e legato alle proprie radici come quello britannico. Soprattutto sono state entrambe capaci di «reinventare» l’immagine e le funzioni della monarchia, adattandole alle trasformazioni politiche e socio-culturali delle loro rispettive epoche.Vittoria infatti, per quanto spesso a malincuore e senza nascondere la sua personale antipatia per il leader dei liberali Gladstone, non ostacolò il processo di democratizzazione del sistema politico in atto nella seconda metà dell’Ottocento; accettò di conservare per la Corona un potere residuo, spesso sotterraneo ed indefinito, diventando così il sovrano di una «democrazia incoronata». Al tempo stesso, soprattutto nei vent’anni in cui si trovò a regnare assieme all’amatissimo marito Alberto, riuscì a dare un volto nuovo e più moderno alla monarchia e alla famiglia reale.Facendosi spesso vedere in pubblico, cosa non molto frequente per i sovrani dell’epoca, viaggiando in lungo e in largo per il Regno,utilizzando tutti gli strumenti dello showbusiness allora a disposizione, identificando se stessa e la sua famiglia con i valori di decoro, rispettabilità e dedizione al lavoro della nascente borghesia, Vittoriacontribuì a forgiare l’immagine di una «monarchia popolare» che si è trasmessa ai successori fino ai giorni nostri, fino a Diana, la «principessa del popolo»,e appunto ad Elisabetta.

L’attuale regina ha fatto sua la lezione di Vittoria da molti punti di vista; ormai del tutto priva di poteri politici effettivi (che in parte l’antenata ancora conservava), ha comunque mostrato grande intelligenza politica, senso del dovere e straordinarie doti di comunicazione, facendosi apprezzare da leader e capi di Stato di tutto il mondo; ha saputo disciplinare la sua «indisciplinata» famiglia, ha passato indenne crisi economiche e tempeste politiche e, a detta di molti, in questi 63 anni di regno ha commesso un solo errore, quello di non aver interpretato per tempo il vasto sentimento di cordoglio per la morte di Diana. Ma gli inglesi gliel’hanno perdonato presto.Proprio come Vittoria, poi, ha capito l’importanza della comunicazione e la necessità di svecchiare l’immagine della monarchia; così, ad esempio, ha aperto Buckingham Palace a garden party rivolti a cittadini comuni, ha inaugurato una pagina Facebook, nel 2007 ha avviatoil primo Royal Channel su YouTube e l’anno scorso ha mandato il suo primo tweet in occasione dell’inaugurazione di una mostra a Londra. Durante la crisi economica degli ultimi anni ha ridotto le spese e rinunciato all’appannaggio statale e non esita a mostrarsi nelle cerimonie ufficiali con abiti già indossati in precedenza.

Non sono mancate le critiche al suo regno, com’è ovvio:c’è chi ritiene che il suo tratto distintivo sia stato il silenzio, chenon abbia «mai detto o fatto nulla degno di essere ricordato». Ma a tali obiezioni non è difficile ribattere:è questo che ci si aspetta dal sovrano di una monarchia costituzionale e sarebbe assai pericoloso se accadesse il contrario. In fondo, l’aveva già intuito Vittoria un secolo e mezzo fa. Jeremy Paxman, in un volume del 2007 sulla monarchia britannica, ha scritto a proposito di Elisabetta che se la gente continuerà a «vedere la sua mano guantata che saluta»dalla carrozza o dal balcone si sentirà rassicurata e penserà che tutto va bene per la Gran Bretagna. È questo che deve fare oggi un monarca costituzionale ed Elisabetta l’ha fatto finora in modo inappuntabile.

 

Due epoche diverse

 

Incentrati perlopiù sulle figure delle due sovrane, i commenti degli ultimi giorni hanno spesso dimenticato di sottolineare come Vittoria ed Elisabetta si siano trovate a regnare in due epoche molto diverse della storia britannica. Già da tempo si è cominciato a parlare di una nuova «età elisabettiana», per qualificare la Gran Bretagna della seconda metà del XX secolo, ma si tratta di una stagione profondamente diversa dalla goldenage vittoriana.

Quella di Vittoria fu appunto un’«età dell’oro» nella quale la Gran Bretagna era la prima potenza economica e militare al mondo, reggeva un impero sterminato che andava dal Pacifico al Medio Oriente, dal sud-est asiatico all’Africa; e quando nel 1876 il primo ministro Disraelile conferì il titolo di imperatrice dell’India lo fece per sugellare un sistema-mondo che ruotava interamente intorno a Londra e di cui l’India costituiva il gioiello più prezioso. Orgogliosamente convinti di rappresentare la punta più avanzata della civilizzazione, gli inglesi dei tempi di Vittoria conobbero anche una straordinaria prosperità economica, progressi tecnologici e l’affermazione dei valori e degli stili di vita della nuovamiddle class. Fu, nonostante gli innumerevoli e gravi problemi sociali, un’epoca di progresso e di modernizzazione tutto sommato lineare, a cui la regina diede il suo personale contributo assecondando le trasformazioni in atto.

Al contrario Elisabetta si è trovata a regnare in una stagione tutt’altro che «splendida» per il suo paese: ha transitato l’Inghilterra dalla Guerra Fredda alla globalizzazione assistendo al disfacimento dell’impero, al declino economico, alla perdita dello status di grande potenza. Se vogliamo, quindi, il suo compito è stato molto più arduo di quello di Vittoria; e in questo senso le va dato ilmeritodi aver saputo mantenere nei suoi sudditi quello stesso«devoto attaccamento» alla Corona che il «Times» attribuiva alle folle accorse, il 22 giugno 1897, per festeggiare i 60 anni del regno vittoriano.