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01 ottobre 2022
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La crisi dei rifugiati e dei migranti. Quando la “generosità” è nemica del bene

Simone Paoli * - 15.09.2015
Bernard-Henri Lévy

Qualunque siano state le ragioni, demografiche, economiche, politiche o morali, che hanno spinto la cancelliera tedesca Angela Merkel a dichiarare pubblicamente la volontà di accogliere i milioni di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana, la Germania e la stessa Europa pagheranno caro il prezzo di una scelta che, oggi, appare popolare ma che, domani, si rivelerà esiziale.

Pur senza sottovalutare il dramma umanitario che si sta consumando alle porte del nostro continente, la pura e semplice accoglienza non è e non può essere la risposta; al contrario, essa rischia di creare nuovi e, se possibile, più gravi problemi.

L’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy, nell’intento di criticare e sferzare le coscienze europee, ha recentemente ricordato come Turchia e Libano si siano accollati, rispettivamente, due milioni e un milione di rifugiati siriani, mentre la pavida ed egoista Unione Europea sarebbe colpevolmente restia a accogliere e ridistribuire poche decine di migliaia di fuggiaschi.

Il parallelismo è quantomeno fuorviante.

Turchia e Libano, paesi certamente più affini dal punto di vista culturale e religioso alla Siria rispetto ai paesi membri dell’Unione Europea, sono paesi privi di un moderno welfare state e, per questo, paradossalmente meno vulnerabili all’impatto sociale dei flussi migratori.

Allo stesso tempo, pur avendo dovuto sopportare il peso maggiore dei flussi di rifugiati provenienti dalla Siria, essi non subiscono e, probabilmente, non dovranno subire, nelle stesse proporzioni dei paesi europei, pressioni provenienti da altri paesi in crisi, a cominciare da quelli africani.

Infine, soprattutto, ciò che Bernard-Henri Lévy si guarda bene dal segnalare e commentare è il devastante effetto economico e, soprattutto, sociale e politico che la marea umana proveniente dalla Siria sta producendo in Turchia e, soprattutto, in Libano; complice l’afflusso di rifugiati, la periferia della Turchia è completamente fuori controllo, mentre il Libano è un paese ormai al collasso. In altri termini, ciò che viene venduto come un virtuoso esempio di solidarietà internazionale si sta in realtà tramutando in un drammatico contagio di conflittualità politica e scadimento della tenuta e delle condizioni sociali; in conseguenza, più recentemente, Turchia e Libano hanno deciso di adottare, così come Giordania e Iraq, una più restrittiva politica di ingressi.

L’Unione Europea deve, ovviamente, contribuire al salvataggio di esseri umani in pericolo di vita ma la strada non può essere quella dell’accoglienza. A differenza della vicenda balcanica negli anni Novanta, il dramma siriano si consuma in un contesto dominato dall’instabilità e dall’incertezza. Se apriamo le porte ai siriani, perché non dovremmo aprirle agli afgani, ai nigeriani, ai sudanesi, ai somali e agli eritrei che, per ragioni simili e con pari diritti, chiedono di poter entrare in Europa? Se oggi apriamo le porte ai siriani, inoltre, perché non dovremmo aprirle ai libici, agli egiziani o ai tunisini nel caso, non remoto, in cui si verificassero nuovi e più gravi conflitti interni in futuro? Se oggi apriamo le porte ai siriani sulla base di un principio di umanità, infine, perché non dovremmo aprirle ai milioni di reali o potenziali migranti economici che, invece che dalla guerra, fuggono dalla fame e dallo sfruttamento o ai milioni di reali o potenziali rifugiati che, invece che dalla guerra, fuggono da condizioni ambientali estreme?

L’applicazione rigorosa e integrale del principio di accoglienza, lungi dal risolvere i problemi demografici, economici, politici e sociali, dei paesi di invio, sta producendo e, ancora di più, produrrà l’effetto di peggiorare le già precarie condizioni di vita e di lavoro del “proletariato” europeo; di affossare definitivamente i già traballanti sistemi europei di welfare state; di travolgere i fragili equilibri, etnici e democratici, dei paesi europei, soprattutto nelle aree meridionali e orientali del continente; di aumentare le tensioni presenti all’interno dell’Unione Europea.

La grave crisi in atto, al contrario, dovrebbe suggerire all’Unione Europea la messa in atto di una strategia alternativa, basata su più livelli di intervento e prospettive temporali. Sul breve periodo, si tratta di allestire campi profughi temporanei in aree rese sicure dall’intervento militare, possibilmente nel contesto delle Nazioni Unite; in questo modo, si limiterebbe la pressione alle frontiere da parte dei richiedenti asilo, riducendo nel contempo i pericolosi e, spesso, drammatici “viaggi della speranza”. Allo stesso tempo, occorre rispettare le norme internazionali sul diritto d’asilo e ridistribuire in maniera equa i rifugiati tra tutti i paesi membri dell’Unione Europea. Questo, però, non deve essere né interpretato né fatto passare come un indiscriminato lasciapassare per tutti coloro che, a qualsiasi titolo e per qualsiasi ragione, provano a entrare nel territorio europeo; per quanto sia, ormai, sempre più fittizia, la distinzione tra rifugiati politici e migranti economici deve essere per il momento mantenuta e i migranti economici senza diritto per entrare o per restare devono essere respinti e, in caso di ingresso, espulsi. La gestione delle frontiere esterne dell’area Schengen deve diventare una responsabilità comunitaria e, in questo senso, i paesi periferici non possono essere lasciati soli a sostenere il peso politico e finanziario del controllo dei flussi, pena l’inefficacia dei controlli o, peggio, la loro isterica militarizzazione. Nel medio-lungo periodo, invece, l’Unione Europea deve farsi promotrice di una riforma delle norme internazionali sul diritto d’asilo, ormai inapplicabili alla luce dell’attuale realtà internazionale e, per di più, inadeguati a cogliere l’emergere e l’evoluzione delle nuove contraddizioni socio-economiche e ambientali. Contemporaneamente, soprattutto, essa deve assumersi l’onere di contribuire alla stabilizzazione politica, economica, demografica e sociale dei paesi africani e medio-orientali; questa è la missione storica a cui l’Europa è e sarà chiamata se non vuole soccombere sotto il peso degli squilibri economici e demografici e dei conflitti politici, religiosi e militari che, sotto la forma di flussi di migranti e rifugiati, rischiano di travolgerla.

 

 

 

 

* Simone Paoli, dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Universita' di Firenze, e' assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell'Universita' di Padova.