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18 settembre 2021
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Facciamo i conti con il secessionismo in Catalogna

Luca Costantini * - 26.09.2015
Artur Mas

Uno dei punti più discussi delle elezioni regionali di domenica in Catalogna è il carattere plebiscitario che i secessionisti hanno voluto dare alla votazione. Dopo aver celebrato una consultazione non ufficiale sull'indipendenza nel 2014, nella quale saggiarono il loro consenso - notevole sí, ma non maggioritario -, i separatisti hanno lanciato un listone formato da politici, membri dell'associazionismo catalano, personaggi del mondo calcistico e televisivo, cha ha come obiettivo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza in 18 mesi.

Artur Mas, l'attuale presidente regionale, sarà il numero 4 del listone, mentre un excomunista, Raul Romeva, apprezzato nel bacino elettorale più diffidente verso il separatismo, è il capolista. Quest’ultimo ha assicurato che in caso di vittoria lascerà la presidenza del governo regionale a Artur Mas, per favorire il «processo costituente», il cui obiettivo sarà la creazione di strutture di governo nazionali e incluso l’istituzione di un esercito, «qualora sia necessario».

A nessun giurista, analista o persona dotata di buon senso può sfuggire la forzatura del concetto di legittimità proposto dai separatisti catalani in questi mesi, secondo la quale con una semplice maggioranza nel Parlamento regionale si possa dichiarare l’ indipendenza. Sostenuti dai mass media locali (gli indipendentisti scozzesi si lamentarono dell’ostilità della BBC), il secessionismo ha cercato di diffondere l'idea che solo attraverso la separazione i catalani saranno «liberi» e «più prosperi». Come tutti i populismi continentali (da Le Pen a Tsipras, passando per Grillo, Orban e Salvini), il secessionismo catalano invoca la «dignità del popolo» rispetto ai «grandi poteri». L’ex premier socialista spagnolo, Felipe González, scrisse in una lettera aperta ai catalani: «[Il processo indipendentista catalano] è l’esperienza politica più simile all’avventura tedesca e italiana degli anni Trenta del secolo scorso. Eppure, ci costa ammetterlo per il rispetto che abbiamo della tradizione di convivenza con la Catalogna».    

Il secessionismo catalano è nazionalista e manifesta elementi razzisti verso il resto degli spagnoli. Fa una distinzione tra “noi”, i catalani onesti, laboriosi, colti ed efficienti, e “loro”, gli spagnoli pigri e incolti. Ambisce a un irredentismo pancatalanista, che guarda all'annessione di parte della regione di Valenza, alle isole Baleari, al sud-ovest de la Francia e al nord della Sardegna, dove si parla il catalano. Solo per fare un esempio: il partito secessionista CUP ha deciso di fare l'ultimo atto di campagna elettorale a Perpignan, una città dei Pirenei che si trova in Francia.

Tra le questioni più spinose per i secessionisti c'è la fuoriuscita dall'UE in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza. I trattati europei parlano chiaro: un nuovo Stato, seppur scissosi da uno Stato membro, sarà considerato un paese terzo nella cornice legale comunitaria. Questa è stata la linea della Commissione sin dai tempi della presidenza Prodi. I media locali catalani, però, rassicurano gli elettori: promettono che è impossibile uscire dall’Unione, che non esistono pericoli economici e che la Catalogna è ricca e forte, e che da sola lo sarà ancor di più (come la Danimarca o l’Olanda, dicono). Tuttavia, è vero il contrario: da quando i secessionisti sono cresciuti nei sondaggi gli investimenti si sono ridotti nella regione; gli studi economici (ufficiali e dell’Economist) rivelano che in caso di secessione le pensioni diminuirebbero, i prestiti esteri sarebbero un'incognita, lo stato sociale ridurrebbe le sue prestazioni.

Merkel, Cameron e Valls hanno avvertito che una Catalogna indipendente sarà considerata automaticamente esclusa dai trattati comunitari. I rappresentanti italiani, invece, hanno taciuto – fatta eccezione per Enrico Letta e Massimo D’Alema, che hanno parlato di balcanizzazione, e di Giorgio Napolitano, il quale ha ammonito nel dicembre del 2013 sul risorgere del nazionalismo in Europa. L’approccio italiano alla questione catalana è per il momento ambivalente. Il giornalista Enric Juliana lo riassume così: «Con una diplomazia agile e attenta, l’Italia è molto prudente sugli affari interni spagnoli. Gli italiani simpatizzano poco con il secessionismo catalano, però Renzi è molto amico di Pep Guardiola [uno dei volti noti della lista separatista]».

Infastiditi dalle dichiarazioni dei rappresentanti europei, i secessionisti rilanciano la proposta del “sogno” romantico della nuova Nazione. Il giornalista e intellettuale Arcadi Espada, promotore dell’associazione di intellettuali Libres e Iguales (liberi ed eguali) che lotta contro l’indipendentismo, spiega la contraddizione del voto secessionista: «L’Unione Europea ha ricordato per l’ennesima volta qual è il destino che attende un territorio che voglia separarsi illegalmente dal suo Stato. È una sua obbligazione e fa bene a farlo. Eppure, questi ammonimenti hanno l’effetto contrario, poiché rafforzano il voto indipendentista [...] Una buona parte degli indipendentisti sa che l’indipendenza è impossibile e, paradossalmente, la votano proprio per questa ragione». La frivolezza, il provincialismo e l’ignoranza politica sarebbero all’origine del fenomeno.

I sondaggi danno gli indipendentisti in vantaggio (con il 41% dei voti, secondo un sondaggio de El País) sui socialisti (11,7%), i popolari (7%) e Ciudadanos (15%): «Tra 18 mesi avremo elezioni normali con uno scontro tra destra e sinistra, ma fino ad allora la lotta sarà per l’indipendenza», ha spiegato il capolista del fronte separatista. Con l’appoggio del partito indipendentista di estrema sinistra CUP, il listone separatista potrà formare quasi di certo un governo. I secessionisti diranno che hanno ricevuto il mandato popolare per dichiarare l'indipendenza. A quel punto, il conflitto arriverà fino al nocciolo fondativo dell'Unione: il superamento del revanscismo nazionalista. Artur Mas, l’attuale presidente catalano, porrà le cancellerie europee di fronte al fatto compiuto e i partiti europei dovranno decidersi sulla sfida lanciata dai nuovi nazionalismi nell’Europa del XXI Secolo. Dopo i referendum scozzese e greco, il caso catalano sarà il nuovo banco di prova dell’europeismo. È ora che facciamo i conti con questa realtà il prima possibile.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca presso l'Università di Bologna. Stagista presso "El Pais" di Madrid