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Gran Bretagna: turn left ?

Paolo Pombeni - 17.09.2015
Jeremy Corbyn

Alla notizia dell’elezione di Corbyn alla guida del Labour Party mi sono ricordato di una vignetta che comparve al tempo della rottura della dissidenza di sinistra del Labour nel 1950-51. Ritraeva Bevan, Wilson, Tiratsoo vestiti da scolaretti che ad un incrocio si imbattevano nel classico cartello turn left (svoltare a sinistra). Anche allora prese piede la leggenda che si erano perse le elezioni del 1951 perché non si aveva avuto il coraggio di spingere la politica del governo laburista abbastanza a sinistra (il partito aveva preso più voti in termini assoluti, ma aveva vinto un minor numero di collegi rispetto ai conservatori).

Il risultato di allora fu che i conservatori arrivarono al potere e se lo tennero per tredici anni. “Tredici anni buttati via” dirà poi la propaganda di Wilson (nel frattempo divenuto molto più tiepido circa le sue antiche posizioni di sinistra) quando nell’ottobre 1964 riportò finalmente i laburisti al governo. Continuò così la serie degli spostamenti del Labour Party tra una posizione sostanzialmente centrista quando era al potere o aveva chance di andarci ed una orgogliosamente di sinistra alternativa quando quell’orizzonte era precluso: ricordarsi dei tempi del lungo regno della Thatcher, neppure scalfita dai furori ideologici di Michael Foot (che peraltro era un intellettuale di notevole spessore). Il pendolo riprese la sua corsa opposta con Blair e il “New Labour” rappresentò la rinnovata proposta di un partito di sinistra che voleva competere con i conservatori non come partito “sectional”, ma come partito della nazione. Poi un po’ Blair fu travolto dalla droga del successo perdendo parte della sua lucidità, un po’ i conservatori impararono la lezione del successo degli avversari e il pendolo è tornato a spostarsi sul lato opposto.

Perché ricordare questa vicenda storica? La ragione è semplice: di nuovo la vittoria di Corbyn, un “signor nessuno” che non era accreditato dai pronostici, ha fatto risorgere in una parte almeno dell’intellettualità che si definisce progressista l’illusione che si avvicini il fatidico tempo in cui la politica svolterà decisamente a sinistra. In Italia poi, dove quegli ambienti sono antirenziani, l’ascesa di Corbyn è stata letta come presagio della decadenza prossima del “blairiano” Renzi.

Vi è in questo modo di leggere la politica estera la curiosa distorsione a cui si è già assistito con gli entusiasmi per “Podemos” e per Tsipras e Syriza: considerare ogni cosa assolutamente fuori contesto.

La situazione britannica è abbastanza peculiare, e quella del Labour pure, come ha mostrato Mario Ricciardi in un eccellente articolo pubblicato sull’ultimo numero del Mulino-on line. Si può senz’altro convenire che il successo di Corbyn sia in gran parte dipeso dal crescere della forbice sociale, ma questa volta non perché la classe operaia abbia spinto le fortune del partito (fra il resto la classe operaia in un paese sempre più deindustrializzato come la Gran Bretagna non può davvero più essere la classe chiave). La forbice sociale ha colpito molto di più gran parte del ceto medio, che si trova impoverito e per di più privato dopo le riforme della Thatcher di buona parte delle protezioni sociali che contribuivano a sostenerne le posizioni sociali: si pensi anche solo ai cambiamenti che sono stati introdotti nelle politiche scolastiche e universitarie. IL sindacato è stato per Corbyn, ma ci si può legittimamente chiedere quale sia il peso degli operai e quello dei ceti medi all’interno dell’attuale TUC (Trade Union Congress).

Certo ci sono anche cause per così dire più contingenti. Non ci sono più i famosi Clydesiders, la classe operaia scozzese che lavorava nei cantieri navali e nei commerci di Glasgow e dintorni (la città attraversata dal fiume Clyde). La Scozia, roccaforte tradizionale della sinistra britannica, è ora largamente nelle mani dell’indipendentismo scozzese che avanza e che conta più per affermarsi sul mettere le mani sul petrolio del Mare del Nord che non sul sacro verbo delle nazionalizzazioni socialiste. Qualcosa di simile può essere riscontrato anche nel Galles, altro spazio mitico della sinistra britannica, quello un tempo dei minatori.

Peraltro Corbyn è per tanti aspetti un rappresentante della post-sinistra, quella dell’ecologia radicale, della scelta vegetariana, del rifiuto dell’automobile per la bicicletta e via dicendo. Certo Corbyn è stato potentemente sostenuto dal sindacato e il Trade Union Congress proprio nei giorni scorsi gli ha tributato un’ovazione per il suo attacco ai conservatori come “poverty deniers”, ma la sostanza non è la solidarietà verso i poveri, ma la paura che ci siano ulteriori tagli ai diritti conquistati dai lavoratori sicché ci si butta nelle braccia del radicalismo senza chiedersi troppo se davvero questa sia la miglior strategia per resistere alle ondate di neo-liberismo risorgente.

Lo spaesamento della nuova leadership è del resto emersa nella sua incapacità di enucleare una politica precisa sulla questione europea. Nonostante gli ultimi sondaggi diano un paese spaccato sul problema dell’uscita dalla UE (il 40% favorevoli, ma il 43% contrari), sembra che la posizione del Labour sia prigioniera dei vecchi slogan sull’Unione Europea come “club dei capitalisti”. Si può capire che la netta presa di posizione pro-UE della business community britannica possa rafforzare nei sindacati questo pregiudizio, ma qualche dubbio andrebbe pur avanzato sul fatto che fuori dall’Unione i lavoratori sarebbero più tutelati (e non solo nei loro diritti, ma in primis nel mantenimento del loro posto di lavoro).

Insomma sarà da vedere se davvero Corbyn sarà capace di far “svoltare a sinistra” la Gran Bretagna di oggi in elezioni che ormai si ritiene non sia più molto lontane.