Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Rivendicare il terrore

Vanja Zappetti * - 06.08.2016
Zaino bomba

Terrore in sequenza: camion, pistole, asce, machete, zaini bomba o coltelli. Una serie pressoché ininterrotta di breaking news che hanno bombardato d’avvisi i nostri telefoni, affogandoli di notifiche socialmediatiche, pronte per dar sfogo al popolo degli usi a ribadir saccendo . E il terrorismo in Occidente è diventato automatico sinonimo di Daesh, o ISIS che dir si voglia. Molti di noi hanno dimostrato di dare per scontata la rivendicazione dell’atto di violenza da parte di Daesh. Il tutto senza prendere alcuna coscienza del fatto che nel momento in cui si dia per automatica l’affiliazione tra attentatori e Daesh ben prima di qualsivoglia verifica, si diviene involontari rappresentanti dello Stato Islamico, del terrore in cui investe e della sua crescente influenza. Basta esaminare il linguaggio nelle rivendicazioni Daesh per distinguere quali attacchi siano stati chiaramente diretti e coordinati, come Parigi e Bruxelles, e quali siano semplicemente stati ispirati dall’ideologia del gruppo. Da Bruxelles in qua, la maggior parte degli attacchi che Daesh ha finito per rivendicare è stata opera di singoli che non sono mai entrati in contatto diretto con il gruppo operativo del califfato. Si tratta di persone che non hanno avvisato Daesh che avrebbero operato in suo nome. E c’è una differenza netta tra le rivendicazioni fatte dopo attacchi di cui il Daesh sapeva in anticipo e attacchi di cui il califfato non sapeva nulla. Nel caso di Parigi, ad esempio, informazioni dettagliate furono alacremente distribuite a mo’ di news subito dopo il massacro, con tanto di video e foto. Amaq, il braccio mediatico dello Stato Islamico, ha invece dato notizia delle rivendicazioni degli attacchi successivi solo quando ha trovato un collegamento plausibile, o da una sua fonte interna o da terzi media. Il che significa innanzitutto che Daesh ha iniziato a dare per buone anche fonti esterne, se utili alla propria causa. In secondo luogo che a Raqqa o Mosul, stanno facendo la stessa cosa che facciamo noi occidentali: osservano questi attacchi e cercano di capire se sono ispirati da Daesh. E poiché un attacco ispirato non può avere lo stesso valore strategico di un attacco diretto, vale la pena di prestare molta attenzione ai modi e ai tempi delle rivendicazioni. Dopo l’assalto sul treno, quello a colpi d’accetta nei pressi di Würzburg, ci sono volute nove ore ad Amaq per rivendicare l’atto, un’eternità. Dopo Ansbach, e il suicide bomber esploso prima che entrasse a un concerto, 19 ore. Dopo Nizza, 36 ore. Il tempo che intercorre tra atto violento e rivendicazione riflette la necessità propagandistica di stabilire un collegamento credibile tra attentatori e Daesh. Molti ormai fanno satira sulla prontezza dello Stato Islamico a rivendicare qualsiasi cosa, ma non c’è dubbio che ci sia interesse a essere precisi. La credibilità della rivendicazione, nella narrazione di un attacco, è la vittoria della battaglia. Ci sono certo anche casi dove s’è rivelato funzionale a Daesh rivendicare attacchi il cui collegamento con lo Stato Islamico era molto poco chiaro. In California, a dicembre, per esempio. La coppia di San Bernardino è stata narrata come integralista, con tanto di notizie sul giuramento pro Daesh fatto su Facebook. Amaq dunque li ha proclamati “soldati del califfato”. Ma la FBI non ha poi confermato che il giuramento fosse stato nemmeno mai scritto. Tuttavia, San Bernardino ha fornito a Daesh la possibilità di rivendicare il suo primo attacco, anche se solo ispirato, sul suolo americano. Altra questione importante che può influire sulla velocità della rivendicazione è l’imbarazzo che il gruppo può provare nell’associarsi a determinati lupi solitari. Dopo Nizza e Orlando, gli attentatori sono stati glorificati da Daesh ben prima che divenissero pubbliche le loro pratiche omosessuali, e poiché sappiamo che l’omosessualità è reato capitale nel califfato, in casi come quelli, attentatori le cui virtù non siano state scandagliate in profondità da Daesh prima della rivendicazione possono costituire un’arma a doppio taglio. L’assassinio del sacerdote ottantenne in Normandia ha prodotto una rivendicazione relativamente veloce, e pare di poter dire che il fatto stia a metà tra le categorie attacchi diretti e attacchi ispirati. S’è scoperto che uno dei due terroristi aveva provato ad andare in Siria, non è escluso che qualche contatto con il califfato ci fosse. Tuttavia Amaq ha riconosciuto che Daesh non ha coordinato l’azione, e ha preferito affermare che ­ come in altri casi ­ i due attentatori hanno risposto alla chiamata globale all’attacco da sferrare ai paesi che partecipano alla coalizione anti Daesh in Iraq e Siria. Di sicuro più cresce in Occidente la sensazione di minaccia e paura, più ne sono stimolate politiche di vendetta o di integralismo anti­islamico. Tutto ciò aiuta Daesh rendendo più facile la spinta alla radicalizzazione diretta o indiretta dei propri accoliti. E proprio per questo motivo ­ al di là del plauso al consenso etico tra culture religiose che sembra essersi finalmente sviluppato dopo l’efferato assassinio nella chiesa normanna ­ si ribadisce la necessità di un approccio critico ai fatti e alle notizie che ne derivano: cadere nella trappola propagandistica del terrore, tutto fa meno che aiutare a debellare chi lo provoca.

 

 

 

 

PhD in Modern and Contemporary History