Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Le trappole dell’estremismo ultra-mediatico

Domenico Tosini * - 30.07.2016
Strage Nizza

I fatti di sangue che hanno terrorizzato l’Europa in queste ultime settimane (ad esempio, Nizza e Würzburg) si verificano sullo sfondo di una lotta armata, quella dell’estremismo islamico, che fa leva in modo sempre più accentuato sulla comunicazione via Internet. Una comunicazione a sua volta riflessa in maniera spesso incontrollata dai mass media (televisioni, giornali, social, ecc.). Le motivazioni e il processo di radicalizzazione dei killer responsabili di attentati terroristici presentano generalmente una zona grigia, dove, a seconda dei casi, si mischiamo in misura variabile: ragioni personali, talvolta legate a disturbi psichici, e simpatie politiche. Si tratta di una nebulosa fatta di ambiguità e ambivalenze, prontamente sfruttata dai gruppi armati, come lo Stato Islamico, che rivendicano la paternità degli attentati. Una nebulosa che, nel contempo, favorisce confusione, pregiudizi e interpretazioni semplicistiche.

Proviamo a confrontare alcuni massacri recenti, ad esempio quelli di Nizza e di Würzburg (rispettivamente del 14 e del 18 luglio), rivendicati dallo Stato Islamico, con altri episodi: ad esempio, Londra (luglio 2005), Parigi (gennaio e novembre 2015) o, ancora, Bruxelles (marzo 2016). Analogamente ad altre stragi più lontane nel tempo, a proposito dei killer coinvolti in tutti questi casi sappiamo che in un modo o nell’altro si assiste ad una combinazione di vari fattori (in un cocktail letteralmente esplosivo): vicende personali e intime, ad esempio storie di micro-criminalità e di problemi psicologici, e una qualche fascinazione per la propaganda di organizzazioni come al-Qaeda o lo Stato Islamico. Una fascinazione che, per alcuni attentatori, si trasforma effettivamente in un vero e proprio convincimento verso le idee e gli scopi politici e religiosi del radicalismo islamico.

Un esempio di radicalizzazione con la presenza di questo genere di convincimento è, a mio avviso, il caso da manuale di Mohammad Sidique Khan, il leader del commando dei quattro giovani che si fecero esplodere nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005. Dalla ricostruzione della sua storia, si trovano vari elementi che documentano sia una progressiva trasformazione delle proprie idee nella direzione del fondamentalismo di al-Qaeda, sia un periodo di contatto e di addestramento con militanti dello stesso gruppo in occasione di alcuni viaggi in Pakistan.

In un punto lontano da questo caso collocherei quello del killer di origine afghana, Muhammad Riyadh, che pochi giorni fa ha ucciso alcuni passeggeri di un treno tedesco diretto a Würzburg. Le sue motivazioni si riferiscono in particolare alla vedetta per la morte di un amico ucciso in Afghanistan. Un video circolato online e altri documenti rinvenuti nel suo appartamento proverebbero le sue simpatie per lo Stato Islamico. Simpatie e forse poco altro, per l’appunto: il che farebbe suppore che quel desiderio di vendetta personale abbia trovato un propellente nella propaganda jihadista, fino al punto di scatenarsi in modo cieco contro bersagli selezionati in modo improvvisato.

Piuttosto simile a questo episodio può essere considerato, a mio parere, il caso dell’attentatore di Nizza, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, sebbene la pianificazione del gesto faccia pensare ad una radicalizzazione più consolidata in confronto a Würzburg. Nel contempo, la violenza di cui Lahouaiej-Bouhlel è stato responsabile in passato, ad esempio contro la moglie, così come testimonianze riguardanti disturbi psichici, mostrano una condizione in cui la componente ideologica assomiglia ad una maschera con cui l’attentatore ha voluto coprire e dare un significato politico ad emozioni e desideri personali (una condizione che sembra affine a quella di Omar Mateen, il killer del massacro avvenuto in Florida lo scorso 12 giugno). È molto probabile che i casi degli altri attentati menzionati in precedenza (Parigi 2015 e Bruxelles 2016) si collochino in qualche punto intermedio tra Londra 2005 e i due più recenti appena esaminati.

Una lezione che si può trarre da tutto questo è che risulta decisamente azzardato ergersi a paladini di una delle due posizioni che alcuni giornalisti, politici e commentatori arrivano a sostenere con maggiore frequenza. La prima è la convinzione che ognuno di questi atti sia riconducibile a disturbi psichici che si travestono di eroismo e che, quindi, i killer sfruttino semplicemente la religione per giustificare a se stessi e agli altri i loro stati d’animo e il loro odio. L’altra posizione afferma che esisterebbe una matrice religiosa fondamentalista (per alcuni, addirittura l’islam nel suo complesso) che conterrebbe in se stessa la legittimazione della violenza e che, come tale, spingerebbe chi è esposto alla sua dottrina a trasformarsi in un terrorista.

Il minimo che si possa dire è che entrambe le posizioni sono scorciatoie cognitive, che per questo semplificano enormemente la natura del terrorismo. In alcuni casi, la prima posizione è in grado di cogliere aspetti rilevanti del fenomeno, come abbiamo visto per i fatti di Würzburg e Nizza. Ma solo alcuni aspetti, per l’appunto. Tenere presente la componente personale e psichica alla radice della lotta armata è comunque importante, purché la si tratti come un’ipotesi che cerca di far luce sull’impatto che questi fattori posso avere sul comportamento violento.

Quando assistiamo ad un massacro, dobbiamo infatti sempre chiederci se e in quale misura incidano aspetti e disagi personali. In certi episodi questi assumono addirittura un ruolo preponderante, fino al punto che gli aspetti ideologici scompaiono quasi completamente. A questa constatazione ci porta chiaramente il caso della strage di Monaco del 22 luglio scorso, motivata principalmente da risentimenti che il giovane David Ali Sonboly nutriva in quanto vittima di bullismo, oltre al fatto che anche nel suo caso sono riscontrabili disagi psichici. Al limite troviamo nel suo gesto l’ispirazione (la data e vari documenti ne sono indizi) nell’attentato compiuto da Andres Brievik in Norvegia il 22 luglio 2011 (come noto, però, non in base a concezioni jihadiste, bensì secondo un’ideologia di estrema destra).

Analogamente, in altri casi, come per l’interpretazione che ho proposto dell’attentato di Londra del 2005, è plausibile evidenziare l’impatto di forti convincimenti, ma prestando sempre attenzione al fatto che si tratta di dottrine fabbricate da minoranze di leader e seguaci estremisti, assorbite in modo acritico da giovani che presentano una scarsa conoscenza della religione islamica. La disseminazione online (siti, chat, forum, social, ecc.) di giustificazioni religiose violente messa in atto da gruppi come lo Stato Islamico è proprio la rete in cui s’impigliano tanti giovani terroristi. Per alcuni, quelle giustificazioni danno luogo ad una vera conversione alle dottrine estremiste. Per altri, come si è visto, diventano soltanto un elemento per idealizzare se stessi come martiri, mentre i reali moventi della violenza consistano in disagi individuali e risentimenti legati alla propria sfera personale.

La rapidità con cui lo Stato Islamico attribuisce l’identità di propri soldati (così recitano le sue rivendicazioni) a killer come Riyadh e Lahouaiej-Bouhlel è indice dell’abilità con cui questo gruppo sfrutta la vulnerabilità psichica di questi ragazzi per rappresentare la propria, presunta capacità organizzativa e il proprio, presunto potere politico. La genericità di queste rivendicazioni, affidata ai comunicati anonimi della Agenzia Amaq, dimostra piuttosto che in certi casi lo Stato Islamico non ha probabilmente alcun ruolo organizzativo, ma riesce senza troppi sforzi a suggestionare questi giovani e a sprigionare la loro distruttività sotto le sembianze di combattenti del jihad. È questa la trappola, determinata dal bombardamento mediatico della dottrina jihadista, in cui cadono questi ragazzi. Ma è nel contempo la trappola in cui possiamo cadere anche noi (giornalisti, politici, studiosi, ecc.) quando, affidandoci a quelle rivendicazioni generiche, consideriamo ovvia e preponderante quella matrice e quella regia jihadista, col risultato che diamo ossigeno al potere dello Stato Islamico, proprio perché non esaminiamo adeguatamente quella zona grigia che, come dicevo, è tipica della militanza armata di tanti terroristi.

 

 

 

* Domenico Tosini, Ph.D. Associate Professor of Sociology Dept. Sociology and Social Research University of Trento http://domenicotosini.org