Ultimo Aggiornamento:
18 gennaio 2020
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Argomenti

La guerra dello sport

Nicola Melloni * - 10.09.2016

Dire che lo sport sia un campo di battaglia tra nazioni rivali e interessi spesso divergenti è una considerazione quasi banale. Due sono gli aspetti prettamente politici – e dunque, contesi – legati al mondo sportivo. Da una parte, dal punto di vista organizzativo, abbiamo a che fare con centri di potere in grado di muovere quantità di denaro notevoli ed avere un peso assai  rilevante nel delineare la geografia politica e l’organizzazione sociale ed economica – basti pensare allo sfarzo e ai soldi spesi per le Olimpiadi di Pechino e Sochi. Dall’altra, per quanto riguarda la competizione sportiva vera e propria, questa è, dalla notte dei tempi, una proxy, non violenta per fortuna, della guerra – i meno giovani ricordano sicuramente le sfide all’ultimo sangue tra USA ed URSS, compresi i boicottaggi incrociati. Stiamo dunque parlando di soft power, prestigio internazionale e domestico, controllo su un ramo sempre più importante della global governance.

Questo prologo è indispensabile per capir meglio ciò che sta accadendo ultimamente nel panorama sportivo internazionale – dall’inchiesta sulla corruzione che ha scosso la FIFA allo scandalo doping che ha decimato la spedizione russa a Rio.

Il primo istinto ci porterebbe a derubricare tutto ad ordinaria amministrazione: chi potrebbe mai dubitare della corruzione dei vertici della FIFA? O del ricorso sistematico al doping in varie discipline dello sport russo? Eppure la politica fa inevitabilmente capolino leggi tutto

Merkel e Alternative für Deutschland: un «dramma» politico dall’esito non scontato

Gabriele D'Ottavio - 07.09.2016

«Poche cose s’intraprenderebbero, se si volesse sempre riguardarne l’esito. E poi, non sono io di già preparata anco al più fatale?» Con un pizzico d’immaginazione, queste parole – tratte da un’opera teatrale del 1755 del drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing – si potrebbero attribuire retrospettivamente ad Angela Merkel nel momento in cui, nell’agosto 2015, annunciò la sua politica di accoglienza dei profughi siriani. Un anno dopo sono molti gli osservatori che ritengono che con quella apertura ai migranti la Cancelliera abbia compiuto un grave errore politico, forse il più grave da quando è al potere, che potrebbe mettere seriamente a repentaglio la prospettiva di un suo quarto mandato consecutivo. In effetti, da quando il dibattito politico tedesco è dominato dall’emergenza profughi, la Kanzlerin e il suo partito stanno registrando nei sondaggi e nelle elezioni regionali un significativo calo di consensi, mentre Alternative für Deutschland (AfD), l’unico partito esplicitamente contrario alla politica migratoria della Cancelliera, continua a macinare voti. Dopo le brillanti performances in Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt nel marzo scorso, il partito di destra radicale guidato da Frauke Petry è uscito come il principale vincitore anche dalle elezioni di domenica scorsa in Meclemburgo-Pomerania, il Land orientale dove Merkel ha il suo collegio elettorale. Con il 20,8% dei consensi AfD ha superato i cristiano-democratici (CDU), leggi tutto

Ventotene e lo stato di “debolezza comune”

Michele Marchi - 27.08.2016

E’ evidente che con la scelta di Ventotene per il secondo vertice a tre (Francia, Germania, Italia) del dopo Brexit, Matteo Renzi ha cercato il gesto simbolico e ad effetto. Come hanno spiegato autorevoli opinionisti (tra i migliori i contributi quello di Giovanni Belardelli Un’Europa concreta con obiettivi chiari su Il Corriere della Sera del 15 agosto scorso e di Piero Graglia *) non ha molto senso comparare l’attuale situazione del processo di integrazione europea e i momenti bui del 1941 quando in esilio forzato sull’isola pontina, una pattuglia di antifascisti guidata da Altiero Spinelli, immaginava un’Europa unita e liberata dal giogo nazifascista. Ben poco di quell’anelito utopico e visionario si è concretizzato nelle successive formule della Ceca, della Cee e dell’Ue. Ma affermare questo non significa sottostimare l’importanza di quel momento e di quello scritto. Esserne consapevoli aiuta a ricordare quanto in politica, ieri come oggi, i simboli siano decisivi. E di conseguenza i tre mazzi di fiori deposti da Hollande, Merkel e Renzi sulla tomba di Spinelli possono rappresentare un passaggio importante, a patto che prefigurino davvero un nuovo inizio.

E un ipotetico nuovo inizio non può prescindere da una netta cesura rispetto alla condotta tenuta perlomeno nell’ultimo decennio leggi tutto

Smontare questa UE e ripartire dalla CED (e da Raqqa)

Bernardo Settembrini * - 06.08.2016

L’indebolimento dei ceti medi e la crisi morale delle nostre democrazie; il disordine mediorientale e l’insorgenza del totalitarismo jihadista; il revisionismo della Russia rispetto all’assetto post-guerra fredda e il crescente isolazionismo USA. E, su tutto, la prospettiva angosciante, ma non irrealistica, che le luci possano tornare a spegnersi sull’Europa, che una nuova età di ferro e di fuoco si stia preparando. Di tutto questo, a sentire i vari leader, dovrebbe occuparsi l’Unione europea. E invece tutte le energie saranno impegnate, per gli anni a venire, in un defatigante negoziato sull’uscita della Gran Bretagna. Non si può andare avanti così.

Ma come si è arrivati a questo punto? Occorre avere il coraggio di dire alcune verità. Ormai da molti anni, i cittadini degli Stati membri, ogni volta che sono consultati, immancabilmente si esprimono contro l’Unione. Se a lungo il principale merito dell’Unione è stato lo sviluppo di una forte solidarietà tra le nazioni europee, le ultime evoluzioni del processo di integrazione sono divenute motivo di divisione e di frattura (si pensi all’Euro e all’area Schengen). I miei amici federalisti hanno una risposta a questo problema: si è rimasti in mezzo al guado, occorre dotare di poteri federali l’Unione e il Parlamento europeo e tutto si risolverà. leggi tutto

Rivendicare il terrore

Vanja Zappetti * - 06.08.2016

Terrore in sequenza: camion, pistole, asce, machete, zaini bomba o coltelli. Una serie pressoché ininterrotta di breaking news che hanno bombardato d’avvisi i nostri telefoni, affogandoli di notifiche socialmediatiche, pronte per dar sfogo al popolo degli usi a ribadir saccendo . E il terrorismo in Occidente è diventato automatico sinonimo di Daesh, o ISIS che dir si voglia. Molti di noi hanno dimostrato di dare per scontata la rivendicazione dell’atto di violenza da parte di Daesh. Il tutto senza prendere alcuna coscienza del fatto che nel momento in cui si dia per automatica l’affiliazione tra attentatori e Daesh ben prima di qualsivoglia verifica, si diviene involontari rappresentanti dello Stato Islamico, del terrore in cui investe e della sua crescente influenza. Basta esaminare il linguaggio nelle rivendicazioni Daesh per distinguere quali attacchi siano stati chiaramente diretti e coordinati, come Parigi e Bruxelles, e quali siano semplicemente stati ispirati dall’ideologia del gruppo. Da Bruxelles in qua, la maggior parte degli attacchi che Daesh ha finito per rivendicare è stata opera di singoli che non sono mai entrati in contatto diretto con il gruppo operativo del califfato. Si tratta di persone che non hanno avvisato Daesh che avrebbero operato in suo nome. E c’è una differenza netta tra le rivendicazioni leggi tutto

I giovani, il ruolo della storia e come reagire al“terrorismo di prossimità“

Leila El Houssi * - 03.08.2016

In poco più di un anno e mezzo e più precisamente dal 7 gennaio 2015, giorno dell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, l’Europa è brutalmente entrata in nuova epoca. Sembra essersi concluso il periodo di effimera tranquillità nel quale le democrazie europee assistevano da lontano agli attentati terroristici che sconvolgevano la vita quotidiana di Kabul, Baghdad, Algeri, Beirut, Damasco, Aleppo.

Il susseguirsi di attacchi nel cuore dell’Europa ha visto l’ascesa di una nuova forma di minaccia che il sociologo Khaled Fouad Allam definiva “terrorismo di prossimità”. Una minaccia che può manifestarsi in qualunque momento e che traccia una situazione estremamente complessa in cui l’inquietudine assume il ruolo di protagonista. In tal modo le società europee sembrano precipitare nella pericolosa trappola della confusione tra Islam e islamismo che inesorabilmente rimanda ai drammatici avvenimenti dell’ 11 settembre 2001.

Negli ultimi mesi l’accelerazione di eventi drammatici tra i quali l’attacco alla capitale dell’Europa Bruxelles, la strage di Nizza e il più recente sgozzamento di alcuni ostaggi tra cui un prete in una Chiesa di Saint Etienne diffonde quel senso di paura che potrebbe far piombare in un altro terrore che l’Europa ha purtroppo già conosciuto e che porta il nome di totalitarismo. L’incertezza, il timore producono leggi tutto

Le trappole dell’estremismo ultra-mediatico

Domenico Tosini * - 30.07.2016

I fatti di sangue che hanno terrorizzato l’Europa in queste ultime settimane (ad esempio, Nizza e Würzburg) si verificano sullo sfondo di una lotta armata, quella dell’estremismo islamico, che fa leva in modo sempre più accentuato sulla comunicazione via Internet. Una comunicazione a sua volta riflessa in maniera spesso incontrollata dai mass media (televisioni, giornali, social, ecc.). Le motivazioni e il processo di radicalizzazione dei killer responsabili di attentati terroristici presentano generalmente una zona grigia, dove, a seconda dei casi, si mischiamo in misura variabile: ragioni personali, talvolta legate a disturbi psichici, e simpatie politiche. Si tratta di una nebulosa fatta di ambiguità e ambivalenze, prontamente sfruttata dai gruppi armati, come lo Stato Islamico, che rivendicano la paternità degli attentati. Una nebulosa che, nel contempo, favorisce confusione, pregiudizi e interpretazioni semplicistiche.

 

Proviamo a confrontare alcuni massacri recenti, ad esempio quelli di Nizza e di Würzburg (rispettivamente del 14 e del 18 luglio), rivendicati dallo Stato Islamico, con altri episodi: ad esempio, Londra (luglio 2005), Parigi (gennaio e leggi tutto

L’Europa dell’integrazione: lotta alle discriminazioni attraverso la Biblioteca Vivente, uno strumento di dialogo interculturale.

Elisa Magnani * - 27.07.2016

In una Europa che professa il proprio impegno verso l’integrazione, la lotta al razzismo e la pacifica convivenza dei popoli all’interno dei propri confini - secondo quanto stabilito nei documenti costitutivi della stessa Unione e ribadito in ogni suo atto successivo, non da ultimo il “Libro bianco sul dialogo interculturale” del 2008 - la questione dell’accoglienza e dell’accettazione dell’Altro è ancora oggi critica e messa in discussione sempre più dall’arrivo di immigrati poveri e bisognosi, dalla convivenza con pratiche culturali sconosciute e spesso incomprensibili, e dall’infittirsi di episodi terroristici, fatti che sfidano le sicurezze socioeconomiche del vecchio continente.

Lotta ai pregiudizi, integrazione sociale e dialogo interculturale sono temi molto dibattuti in ambito sociologico e politico, sia a livello teorico sia a livello applicativo, da parte dell’amministrazione europea e a cascata dalle diverse unità territoriali che costituiscono l’Unione, soprattutto come conseguenza delle pratiche globalizzanti che portano sempre più alla mescolanza di persone e idee.

Tra le esperienze finalizzate a promuovere un’Europa rispettosa dell’alterità, di qualunque tipo essa sia, che dialoga con le culture e sostiene una visione di pacifica convivenza tra esse, coniugando un approccio teorico a una presenza concreta sul territorio, una in particolare leggi tutto

La scomparsa di Michel Rocard e le difficoltà del socialismo francese

Michele Marchi - 23.07.2016

Con la morte di Michel Rocard, il 2 luglio scorso, se ne va una parte importante della storia del socialismo francese e più in generale della sinistra europea. Al momento della commemorazione ufficiale agli Invalides, il presidente della Repubblica François Hollande non ha esitato a polemizzare più o meno direttamente con il suo Primo ministro Manuel Valls. Cosa aveva dichiarato nelle ore successive alla morte di quello che, a ragione (Valls è stato giovane collaboratore di Rocard a Matignon, tra il 1988 e il 1991), egli considera il suo padre politico? Aveva definito Rocard il simbolo, l’ emblema del carattere non conciliabile delle due “sinistre” francesi. Al contrario Hollande, nel suo elogio funebre, ha presentato lo stesso Rocard come personaggio politico di grande statura, cosciente della necessità di un’unione fra “première” e “deuxième gauche”, per poter garantire alla sinistra il governo del Paese.

La lunghissima parabola politica di Michel Rocard e nel complesso la storia della sinistra non comunista francese nel post Seconda guerra mondiale è ben riassunta da questa polemica a distanza tra Hollande e Valls.

Prima di avanzare qualche considerazione è necessario ripercorre le principali tappe della carriera politica di Rocard. Prima di tutto bisogna ricordare leggi tutto

Apprendisti stregoni

Daniele Pasquinucci * - 20.07.2016

Nel 1992 il presidente della Repubblica francese François Mitterrand impose un referendum per la ratifica del Trattato di Maastricht, per la elaborazione del quale il governo e la diplomazia francesi avevano impegnato molte risorse. L'iniziale diffuso ottimismo sull'esito positivo della consultazione popolare – concepita da Mitterrand come una ulteriore conferma della sua presidenza carismatica – venne gradualmente incrinato dal susseguirsi dei sondaggi, che mostravano l'incremento del numero dei cittadini contrari al Trattato, fino a mettere in discussione la ratifica e, conseguenza non meno importante, l'investitura a “nuovo padre dell'Europa unita” dell'ambizioso inquilino dell'Eliseo. I dubbi dei cittadini d'Oltralpe riguardavano soprattutto la cessione della sovranità monetaria. Così, in occasione di un dibattito televisivo svoltosi il 3 settembre, a pochi giorni di distanza dal referendum (previsto il 20 di quel mese), un teso Mitterrand fece onore al suo soprannome – “le Florentin” - e provò a rassicurare il popolo francese con un argomento a dir poco capzioso. Egli affermò infatti che “La Banca centrale [europea], la futura Banca centrale (...) non decide (...) I tecnici della Banca centrale sono incaricati di applicare nel campo monetario le decisioni del Consiglio europeo, prese dai dodici Capi di Stato o di Governo, vale a dire dai politici che rappresentano il popolo (...). leggi tutto