Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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Argomenti

Luci e ombre della pubblicizzazione del privato.

Donatella Campus * - 19.10.2016

Una prova recente dell’avvenuta contaminazione tra politica e spettacolo è sicuramente venuta dagli USA con la candidatura di Donald Trump. Se il modello di Trump è quello del reality show (in linea con il suo famoso programma « The Apprentice », nel quale l’elemento centrale è quello della gara), altrove il terreno di incontro tra politica e cultura pop sembra essere piuttosto quello dell’intimizzazione, ovvero la politicizzazione della vita privata dei politici.

 

In Francia, ad esempio, da tempo la politica è caratterizzata dal fenomeno della « peopolizzazione »  (qui la parola « people» indica la gente famosa, soprattutto star dello spettacolo e dello sport). Almeno a partire dall’elezione presidenziale del 2007, nella quale i due sfidanti Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal erano divenuti  protagonisti della stampa popolare, il privato del politico è fortemente mediatizzato, sia in forma consensuale – cioè sono i politici che rivelano sé stessi in dichiarazioni e interviste – sia in forma non consensuale – dettagli e situazioni della loro sfera personale sono resi pubblici su iniziativa dei media.

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Dall’Ungheria alla Colombia, i rischi della logica referendaria

Giovanni Bernardini - 12.10.2016

Due storie profondamente diverse, che arrivano da luoghi separati da poco meno di diecimila chilometri. Eppure, a ben guardare, due storie che presentano similitudini interessanti e preoccupanti da non sottovalutare per il bene di tutti, a qualunque latitudine.

L’inizio di ottobre è stato segnato dal più capzioso dei referendum, organizzato dal Primo Ministro ungherese Orban per consentire al suo popolo di esprimersi – ovviamente per rigettarlo – sul sistema delle quote stabilito in sede UE per la ricollocazione dei rifugiati nel continente. L’intera operazione si è risolta in un imprevisto e fragoroso fiasco: una partecipazione al voto ben al di sotto del 50% ha portato all’annullamento del risultato, seppure il 98% dei voti abbia espresso il consenso alle intenzioni del governo. Col consueto piglio autoritario, Orban si è affrettato a ridimensionare il significato dell’astensione, a dichiararsi vincitore, ad avvisare Bruxelles che dovrà comunque tenere in conto l’espressione della volontà del popolo ungherese, e ad annunciare che introdurrà comunque una riforma costituzionale per riaffermare l’esclusiva competenza statale sulle quote di accoglienza. Una riforma che un alto rappresentante del suo partito ha giustificato con la necessità di difendere anche i milioni di ungheresi che hanno disertato le urne perché, evidentemente, non hanno compreso la gravità della posta in gioco. leggi tutto

House of Cards e Luigi XIV: la politica europea dopo il vertice di Bratislava

Omar Bellicini * - 05.10.2016

Frank J. Underwood, indimenticato protagonista della serie americana House od Cards, all'inizio della prima stagione lo spiega con ammirevole chiarezza: l'importanza acquisita si misura in base alla vicinanza (fisica) col cuore del potere. In Europa, il potere ha da qualche tempo un nome più ricorrente di altri: Germania. Dev'essere dunque in base a questo elementare principio politico che l'Italia di Matteo Renzi, dopo la rottura al vertice di Bratislava con l'asse franco-tedesco (o quel che ne rimane), non si è vista recapitare l'invito per l'incontro del 28 settembre tra François Hollande, Angela Merkel e Jean-Claude Juncker. Una risposta, o per meglio dire un messaggio per buoni intenditori, che dice molto dei guai in cui versa l'Unione, evidentemente incapace di muoversi oltre una navigazione di piccolo cabotaggio. Lo schema è più o meno il seguente: chi non si allinea agli orientamenti di Berlino viene posto ai margini. Chi li accoglie ha il privilegio di accomodarsi, almeno in apparenza, alla tavola del potere continentale: un onore che può essere speso a uso interno, comunicando ai propri elettori la "nuova rilevanza" assunta in sede comunitaria. Perché a questo si è ridotta l'Unione: a una recita, funzionale agli interessi nazionali. O, leggi tutto

Il Sigillum Magnum dell’Ateneo di Bologna a Ricardo Lagos

Francesco Davide Ragno * - 01.10.2016

Lo scorso 22 settembre, la Sala VIII Centenario del Rettorato dell’Università di Bologna ha ospitato la cerimonia di consegna del Sigillum Magnum a Ricardo Lagos Escobar, già Presidente della Repubblica del Cile tra il 2000 e il 2006. Un’onorificenza, quella del Sigillum Magnum, che in passatoha avuto per protagonisti personalità di primo piano negli ambiti politico e culturale (tra loro, Shimon Peres, Jacques Delors, Jean-Claude Juncker, Helmut Kohl, Romano Prodi e Umberto Eco).

Politico di lungo corso, Lagos ha iniziato il proprio cursus honorum come rappresentante cileno alla ventiseiesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1971, e alla Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), svoltasi a Santiago del Cile tra aprile e maggio del 1972. Già allora, Lagos aveva avviato una brillante carriera accademica, muovendo poi i primi passi nel mondo della politica. Formatosi alla Scuola di Diritto dell’Universidad de Chile, Lagos si era trasferito negli Stati Uniti dove, nel 1966, aveva conseguito il titolo di dottore di ricerca presso il Dipartimento di Economia della Duke University. Tornato in Cile, aveva iniziato la sua carriera accademica presso la Scuola di Scienze Politiche e Amministrative dell’Universidad de Chile che avrebbe diretto per due anni, prima di passare alla Segretaria General della stessa università. leggi tutto

Vertice UE di Bratislava: fedeli alla visione (anche quando non c'è)

Duccio Basosi * - 28.09.2016

Fedeli alla linea, anche quando non c'è,

quando l'imperatore è malato,

quando muore o è dubbioso o è perplesso.

CCCP Fedeli alla linea, 1986

 

 

Nei giorni scorsi la stampa internazionale ha commentato il vertice UE di Bratislava del 16 settembre principalmente sotto il profilo dell'inconcludenza, mettendo poi in rilievo come quelle poche decisioni pratiche, effettivamente prese nella capitale slovacca, indichino l'attuale predominio, nel continente, di una coalizione di fatto tra forze conservatrici in economia e forze nazionaliste (e xenofobe) in politica. Dal canto suo, la stampa italiana ha dovuto declinare questa stessa lettura dal punto di vista specifico del governo di Roma, sconfitto su tutta la linea, nonostante l'attivismo diplomatico delle settimane precedenti il vertice.

 

In effetti, scorrendo la seconda parte del comunicato finale, quella dedicata ai topolini partoriti dalla montagna, non vi è molto che si possa contestare a tale interpretazione.[1]Tuttavia, sul piano generale della politica internazionale, sono piuttosto le prime venti righe del comunicato a meritare di essere lette con attenzione. E' lì, infatti, che si rivelano nella loro pienezza tanto la profondità della crisi europea, quanto l'assenza di una qualsivoglia idea finalizzata a risolverla. Per molti versi, le frasi scritte nero su bianco in quelle righe configurano il comunicato finale del vertice come uno dei documenti più bislacchi della storia della diplomazia moderna. leggi tutto

La Cooperazione allo sviluppo, un'agenda in evoluzione

Claudio Ceravolo * - 28.09.2016

Lo scorso 20 settembre il Presidente Barack Obama, nel suo ultimo intervento davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un forte messaggio sulla necessità di rilanciare la cooperazione allo sviluppo, senza la quale il mondo intero rischia catastrofi umanitarie come emigrazioni di massa, carestie, guerre crudeli.

Da alcuni anni la cooperazione internazionale è ritornata in primo piano, dopo un periodo di offuscamento, tra scandali e accuse d’inefficienza.

Negli anni della guerra fredda, infatti, la cooperazione allo sviluppo è stata più uno strumento per legare un paese del sud del mondo al proprio blocco, che un mezzo di promozione dello sviluppo umano e di lotta alla povertà.  In quelle condizioni giustamente si sono levate da parte della società civile voci indignate che denunciavano lo spreco di risorse e l’appropriazione da parte di poche élites dominanti di fondi che avrebbero dovuto finanziare scuole, sanità, infrastrutture.

Dalla fine degli anni ’90 si è avviata une riflessione che ha coinvolto governi, agenzie delle Nazioni Unite, Istituti di ricerca, Organizzazioni della Società Civile, e che ha portato due importanti risultati:

1)    la definizione di chiari principi per far sì che gli aiuti siano efficaci[1]. Perché ciò accada è necessario che:

  1. ogni paese guidi le scelte politiche e strategiche sul proprio sviluppo (Ownership)
  2. i donatori si allineano alle politiche, strategie e istituzioni del partner (Alignment)
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Fra lotta e governo

Luca Tentoni - 24.09.2016

In una democrazia funzionante, tutti i soggetti politici dovrebbero partecipare alle elezioni per vincerle e governare. Tuttavia, in molti casi (presenti e passati) ciò non è possibile per la marginalità elettorale del partito, sul piano della collocazione o su quello del peso in termini di voti o, ancora, per la volontà degli altri di non allearsi (la conventio ad excludendum); oppure è impossibile per motivi nazionali o internazionali o per autoesclusione del partito dal "gioco delle alleanze"; o, ancora, potrebbe essere - per periodi di tempo più o meno limitati - non conveniente per lo stesso soggetto politico. Si può gareggiare per non governare, dunque, e persino perchè non si reputa opportuno farlo. Del resto, alcuni partiti o movimenti hanno ottenuto grandi risultati pur senza essere al governo: fra tutti, un esempio per il passato (i Radicali italiani, con i loro referendum e le battaglie che hanno caratterizzato una parte importante della storia nazionale) e uno attuale (l'UKIP di Farage che ha avviato un processo diventato poi più ampio ed è riuscito nel suo intento di spingere la Gran Bretagna a votare l'uscita dall'Unione europea) lo dimostrano. In un bel libro scritto da Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg ("Les droites extrêmes en Europe", ed. Seuil, 2015) uno spazio è dedicato anche ai partiti cosiddetti "populisti": leggi tutto

Con chi va l’Italia in un’Europa divisa?

Gianpaolo Rossini - 24.09.2016

Ripercorriamo il tracciato della parabola europea. Nel 2009 viviamo in un’Europa quasi granitica. Il sogno di tanti è intatto. Il 15 settembre 2008 la FED fa fallire Lehman Brothers che deflagra al centro dei mercati finanziari seminando terrore come un kamikaze. L’economia mondiale è preda a una sincope. Ecco che la Germania si fa paladina di una espansione della spesa pubblica per tutti i partners euro, indipendentemente dal loro debito pubblico, perché occorre reagire al drammatico stop dell’economia Usa. L’Europa agisce e naviga tranquilla. E’ porto sicuro in cui i paesi euro procedono concordi. La BCE aiuta la FED. I nuovi entrati dall’ex Comecon cominciano ad orientarsi nei corridoi di Bruxelles. Sono nella Ue dal 2004 dopo aver cercato a lungo la famiglia europea. Ora si attendono sicurezza e prosperità e vorrebbero non sentire più sul collo il fiato dell’orso russo. Alcuni si muovono per avere le scintillanti monete bimetalliche dell’euro con i loro simboli nazionali. Slovenia, Slovacchia e le tre Grazie Baltiche bussano ed entrano nel club di Francoforte. Anche Albione è ad un passo per abbracciare il baldanzoso euro. Delusa dagli Usa, le sue banche più prestigiose hanno investito nei mercati dei cugini yankee, ma i conti non tornano e i contribuenti britannici devono aprire la borsa per salvare una, leggi tutto

ONU: la complessa agenda di settembre

Miriam Rossi - 24.09.2016

Settembre di fuoco al Palazzo di Vetro a New York. 13 settembre, apertura della 71° sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. 19 settembre, svolgimento del primo Summit delle Nazioni Unite su Rifugiati e Migranti. 21 settembre, celebrazioni per la Giornata Mondiale della Pace. Dal 20 al 26 gennaio, interventi dei capi di Stato e di governo dei 193 Stati membri riuniti in Assemblea Generale. 9 e 26 settembre, quarto e quinto “straw poll”, ossia prova a porte chiuse in seno al Consiglio di Sicurezza, per l’elezione del nuovo Segretario Generale dell’ONU che prenderà il posto di Ban Ki-moon entro fine anno. Per tutto il mese concitati dibattiti in Consiglio di Sicurezza sulla guerra in Siria.

Dinanzi a questa agenda piena di eventi di alto livello e di rilevanti ricadute internazionali, straordinariamente ricca anche per la sede principale dell’ONU, l’attenzione mediatica è stata tuttavia pressoché completamente assorbita dall’esplosione avvenuta la sera del 18 settembre nel quartiere Chelsea sull’isola di Manhattan, fortunatamente senza vittime. I dibattiti e le conferenze dell’ONU sono allora passati in secondo piano presso tv e giornali, che hanno concentrato tutta l’attenzione sugli ulteriori standard di sicurezza adottati per presidenti, capi di governo, ministri, diplomatici, giornalisti e rappresentanti della società civile leggi tutto

La “Carta di Atene” dell’EUR-MED

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 21.09.2016

Il 9 settembre 2016 si è riunito ad Atene il 1° Summit dei leader di sette “Paesi mediterranei” della EU (Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) e della “Carta di Atene” (“Athens Declaration”), firmata dai partecipanti. L’inclusione del Portogallo fra i Paesi mediterranei è una delle novità dell’evento, ma non la più rilevante. Più che per affrontare i problemi del Mediterraneo e dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo in quanto tali, il Summit EUR-MED ha riunito i leader di alcuni membri della EU per affermare una comune visione dell’UE, enunciata nella “Carta di Atene”. In cosa consiste tale visione comune?

 

La “Carta di Atene” (pubblicata qui http://primeminister.gr/2016/09/09/15173) esordisce ribadendo l’impegno comune all’unità europea e la convinzione che, agendo insieme, i Paesi europei saranno più forti e i suoi cittadini in una posizione migliore per controllare il proprio futuro. Inoltre i leader dei paesi mediterranei rispettano la volontà espressa dal popolo britannico e sperano che il Regno Unito sarà in futuro un partner stretto della EU. Fin qui le novità non sono molto rilevanti, trattandosi di enunciazioni su cui tutti sono d’accordo.

 

Quindi i sette leader affermano di esser convinti che la EU necessiti di “un nuovo impulso” per affrontare le sfide che si presentano, “affermando i valori della libertà,  leggi tutto