Ultimo Aggiornamento:
30 settembre 2023
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La Rivoluzione Culturale: un anniversario controverso.

Sofia Graziani * - 29.06.2016
Mao Zedong

Quest'anno ricorrono il cinquantesimo anniversario dell’inizio della Rivoluzione culturale cinese e i quarant’anni dalla sua fine. Avviata nel maggio del 1966 e conclusasi ufficialmente nel 1976 con la morte del “Grande Timoniere”, la Rivoluzione culturale rappresenta una delle pagine più buie della storia della Repubblica popolare cinese. La campagna lanciata da Mao Zedong per eliminare i suoi avversari politici, purificare il Partito comunista e arginare il pericolo del “revisionismo”, iniziò con una grande mobilitazione di giovani studenti (le cosiddette “guardie rosse”) contro gli apparati del partito e i suoi dirigenti. Il movimento gettò il paese nel caos causando più di un milione di vittime, e paralizzò il sistema politico cinese per circa un decennio. Il prestigio e l’autorità del Partito ne uscirono profondamente indeboliti.

Oggi, a cinquant’anni dal suo avvio, la Rivoluzione culturale rimane uno dei periodi più controversi e meno conosciuti della storia della Cina moderna. Eppure, si tratta di un periodo storico cruciale per la comprensione del presente. Come scrivono Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nell’introduzione al recente volume Mao’s Last Revolution, “to understand the ‘why’ of China today, one has to understand the ‘what’ of the Cultural Revolution” (p. 3).

In Cina la Rivoluzione culturale è un tema delicato e sensibile su cui non è mai stata aperta una discussione pubblica. Su quegli eventi il Partito comunista cinese ha rivendicato il proprio controllo nel 1981 quando, durante il sesto plenum dell’XI Comitato centrale, venne adottata la “Risoluzione sulla storia del Partito” che definiva ufficialmente la Rivoluzione culturale un “grave errore” e attribuiva la responsabilità principale a Mao Zedong, evitando di toccare la questione della responsabilità collettiva del partito. Un mese fa, a distanza di cinquant’anni dall’avvio formale della Rivoluzione culturale, il Partito si è nuovamente espresso su quegli eventi senza tuttavia nulla aggiungere a quanto già detto. Lo ha fatto con un editoriale apparso il 16 maggio (a mezzanotte) sul sito del Quotidiano del Popolo, che in sostanza ha riaffermato il verdetto politico del 1981, definendolo “indiscutibilmente scientifico e autorevole” (juyou bu ke dongyao de kexuexing he quanweixing). L’editoriale ha incoraggiato il popolo ad accettare tale verdetto e a guardare avanti, stringendosi attorno all’attuale presidente Xi Jinping e alle sue politiche perché “mai come in questo momento siamo stati vicini alla realizzazione dell’obiettivo della grande rinascita della nazione cinese”.

L’attuale dirigenza non sembra dunque avere alcuna intenzione di riaprire vecchie ferite, consapevole dei rischi che tale operazione comporterebbe. Una nuova riflessione sulla Rivoluzione culturale implicherebbe, infatti, una rivalutazione critica del ruolo di Mao Zedong (compito complesso e delicato) ma solleverebbe anche la questione delle responsabilità del partito che oggi è ancora al potere, indebolendone l’autorità. Altro aspetto delicato è quello della democrazia e del limite entro cui è tollerato criticare i detentori del potere e mettere in discussione l’autorità del Partito comunista cinese. Basti ricordare che proprio dall’esperienza della Rivoluzione culturale sono nate le prime idee critiche sul sistema politico cinese e le prime richieste di democrazia (dal dazibao di Li Yizhi del 1974 al successivo movimento del Muro della Democrazia), e ha preso vita il dibattito sulle riforme politiche all’indomani della morte di Mao. Va anche detto che molti dei leader attualmente al vertice del Partito, incluso il presidente Xi Jinping, erano adolescenti quando iniziò la Rivoluzione: alcuni di loro vennero inviati in campagna alla fine degli anni Sessanta per essere “rieducati dai contadini” dopo aver preso parte al movimento delle Guardie Rosse.  

Per tutti questi motivi i dirigenti cinesi hanno cercato di soffocare qualsiasi tentativo di aprire il dibattito, ponendo crescenti restrizioni alla discussione pubblica e accademica su questo importante periodo storico. Questa tendenza si è rafforzata soprattutto a seguito degli eventi di Tiananmen del 1989, quando la stabilità politica è diventata una delle principali preoccupazioni della leadership comunista. Non stupisce, dunque, che le condizioni per la ricerca storica siano particolarmente sfavorevoli: se da un lato la “Risoluzione” del 1981 fornisce l’impostazione politico-storiografica ufficiale, dall’altro le “Norme che disciplinano la pubblicazione di libri sulla ‘Rivoluzione culturale’”, promulgate nel 1988, hanno rafforzato il controllo, rendendo particolarmente difficoltosa la pubblicazione di volumi sul tema. Sia il trentesimo che il quarantesimo anniversario dall’inizio della Rivoluzione culturale sono passati nel silenzio, se si eccettua qualche ristretta conferenza tra i pochi specialisti ancora attivi in Cina. Per di più, la Rivoluzione culturale risulta pressoché assente nei manuali di storia, con il risultato che le giovani generazioni non hanno la minima idea di cosa accadde allora.

Parallelamente, dagli anni Novanta si è andata affermando a livello popolare una visione rosea ed edulcorata dell’era maoista: una serie di attività, tollerate e quasi incoraggiate dall’alto, hanno contribuito alla creazione di un immaginario nostalgico che, di fatto, è servito a rendere politicamente innocuo il richiamo alla Rivoluzione culturale. Ne è un esempio la nostalgia zhiqing che ha accompagnato, tra l’altro, lo sviluppo di uno specifico filone editoriale a carattere popolare. Ma il sentimento di nostalgia con cui oggi molti di coloro che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della Rivoluzione culturale guardano al passato è anche il riflesso di una crisi di valori e del crescente malcontento di fronte alla corruzione dilagante e alle profonde disuguaglianze economiche e sociali causate dalle riforme di mercato.

D’altra parte, negli ultimi anni, disturbate dal diffondersi di una visione distorta della Rivoluzione culturale, alcune ex guardie rosse hanno espresso le loro pubbliche scuse nei confronti delle loro vittime. Si tratta di casi isolati e poco pubblicizzati che, tuttavia, hanno avuto il merito di portare all’attenzione pubblica la questione cruciale delle responsabilità. Vale la pena di citare qui le parole di un’ex guardia rossa riportate nel progetto multimediale del South China Morning Post sulla Rivoluzione culturale: “Everyone says they were the victims ... Barely anyone reflected on what wrongs they committed. This is what upsets me most … If we Chinese don’t reflect on the fact that we were evil-doers as well, it is still possible that the Cultural Revolution may recur” (http://multimedia.scmp.com/cultural-revolution/).

Di fronte ad una società senza memoria la proposta di Ba Jin di costruire un museo della Rivoluzione culturale (avanzata negli anni Ottanta e rimasta inascoltata) risuona oggi come un monito urgente a ricordare e a educare le nuove generazioni per non consentire il ripetersi degli errori e delle tragedie del passato.

 

 

 

 

 

* Sofia Graziani è docente a contratto presso l'Università di Bologna