Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Caos in Medio Oriente: una proposta di lettura.

Daniele Caviglia * - 18.06.2016
Sykes-Picot Agreement

Il Medio Oriente sprofonda nel caos e nessuno sembra in grado di prevedere le conseguenze finali di un’onda che ha oramai spazzato via i vecchi assetti che avevano caratterizzato la regione per diversi decenni. Cambiamenti repentini e imprevisti mettono a nudo l’impreparazione delle leadership occidentali, incapaci di anticipare le novità e di definire una iniziativa politica che si collochi nel quadro di un progetto complessivo.

Nati nel quadro della prima guerra mondiale e alimentati dal desiderio delle potenze dell’Intesa di ridefinire il destino delle province arabe di un Impero ottomano sull’orlo del collasso, gli accordi Sykes-Picot sanzionarono l’egemonia di Londra e Parigi che stabilirono confini e governanti locali. Tuttavia per quanto imposta dall’esterno e talvolta sfidata senza successo dalle leadership locali, la razionalizzazione forzata dei confini regionali finì per dimostrarsi molto più duratura e solida di quanto fosse immaginabile. In una prima fase, le ambizioni panarabe dovettero battere in ritirata di fronte ai progetti britannici di dominio indiretto esercitato attraverso la dinastia hascemita e a quelli francesi di controllo sulla Siria e sul Libano. Quando però i diversi paesi dell’area ottennero l’indipendenza – a seguito dell’indebolimento delle potenze coloniali tradizionali dopo la seconda guerra mondiale - gli assetti confinari della regione non subirono mutamenti di rilievo, se si eccettua il caso del tutto particolare della nascita dello Stato d’Israele. Ciò significava che i gruppi dirigenti locali si erano adattati alle realtà statuali definite dalle intese Sykes-Picot senza che i successivi avvicendamenti al potere mutassero la situazione. I vari colpi di Stato in Siria, la parabola nasseriana in Egitto, il successo del baathismo, le guerre civili in Libano e perfino la rivoluzione khomeinista non incisero mai sugli assetti confinari e i tentativi di cambiamento della mappa regionale restarono, con poche eccezioni, privi di conseguenze significative. In effetti, nel lungo arco di tempo caratterizzato dalla guerra fredda l’azione delle classi dirigenti locali si concentrò sul tentativo di agganciare la modernizzazione adattandosi a modelli di sviluppo sostanzialmente estranei alla cultura politica mediorientale. In fondo entrambi i modelli di riferimento (occidentale e socialista) prevedevano compagini statali solide e strutturate intorno a concetti (la patria) e apparati (il partito) che rappresentavano una novità nell’ambito della storia e della tradizione del mondo arabo e persiano. Tuttavia il fascino che negli anni postbellici esercitavano le due superpotenze influenzò in maniera determinante le scelte delle leadership locali in cerca di modelli di sviluppo che assicurassero loro consenso e legittimazione, sia sul piano regionale che interno.

Quando però la fine della guerra fredda e l’avanzamento del processo di globalizzazione portarono alla luce il sostanziale fallimento delle politiche messe in atto fino a quel momento, la storia del Medio Oriente entrò in una nuova fase. La transizione di gran parte dei paesi ex comunisti verso la democrazia e l’economia di mercato lasciava immaginare la possibilità di un’applicazione di quel modello anche allo scenario mediorientale, tanto più in una fase nella quale l’avanzamento della globalizzazione contribuiva all’avvicinamento di realtà diverse almeno sul piano dei contatti e delle possibilità di comparazione degli standard di vita. Ben presto, però, ci si rese conto che la vittoria del modello liberal-democratico su scala globale doveva fare i conti sia con la ritrosia delle classi dirigenti locali ad “aprire” società e centri di potere sostanzialmente impermeabili alla mobilità sociale richiesta dalle nuove generazioni, sia con il riemergere di una tendenza sempre presente nell’ambito dell’Islam. Di fronte infatti ai limiti delle leadership mediorientali il fenomeno della re-islamizzazione dal basso della società guadagnava consensi, soprattutto fra i giovani. Si trattava in fondo della riproposizione di un conflitto per l’occupazione dello spazio pubblico tra autorità statale e movimenti di ispirazione islamica che attraverso un’azione combinata di proselitismo e iniziative sociali si espandevano nel tessuto sociale. Una dinamica che in alcuni casi si esprimeva in forme violente (caso algerino) e in altri veniva contenuta attraverso politiche che combinavano la dimensione repressiva con quella della statalizzazione (o istituzionalizzazione) della spinta re-islamizzante (casi egiziano e tunisino). In ogni caso, fin verso la fine del secolo scorso i vertici dello Stato dei paesi arabi – rappresentati in genere dal partito al governo e dalla casta militare – riuscirono a rimanere al potere, anche se al prezzo di un vistoso calo di consensi.

Quando però le iniziative militari occidentali post 11 settembre e poi l’inizio delle “primavere arabe” favorirono la fine di regimi pluridecennali e la progressiva dislocazione dell’ordine regionale, ci si trovò proiettati in uno scenario completamente mutato e di fronte al quale emersero con tutta evidenza i limiti di un approccio interpretativo inadeguato. Né i progetti per il Grande Medio Oriente imperniati sull’esportazione della democrazia, né la sostituzione dei logori regimi autoritari potevano costituire la risposta a dei cambiamenti così profondi. La stessa valutazione delle variabili geopolitiche regionali (in primis il confronto tra Teheran e Ryiad) non può oggi prescindere dall’assunzione di paradigmi interpretativi nuovi che superino l’impianto sul quale era stato edificato l’ordine di Sykes-Picot. Se il fenomeno della riespansione islamica - sia nella versione moderata che in quella integralista - si muove lungo l’asse “comunitario”, la semplice riproposizione di schemi ancorati al paradigma statuale non può che condurre a ulteriori fallimenti. Con realismo bisogna piuttosto riconoscere che alcune importanti realtà statuali non potranno più tornare ad essere come prima (Iraq, Siria e probabilmente la Libia) ma dovranno essere ripensate e accompagnate verso una diversa strutturazione utilizzando categorie più in linea con gli orientamenti delle popolazioni locali. Il tempo delle soluzioni importate o imposte dall’esterno è finito, ma se non vogliamo restare passivamente preda di pure reazioni di rigetto è indispensabile approcciarsi con consapevolezza e flessibilità ad una galassia musulmana dilaniata da una sanguinosa guerra fratricida.

 

 

 

 

* Daniele Caviglia (Università degli Studi Internazionali di Roma)