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24 febbraio 2024
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L'instabile stabilità dell'Algeria

Giovanni Parigi * - 13.07.2016
Abdelaziz Bouteflika

Agli inizi degli anni 2000, con la fine della guerra civile tra governo e islamisti, il paese sembrava aver raggiunto una apparente stabilità, mantenuta anche a fronte delle proteste popolari della Primavera Araba e del successivo contagio jihadista del Da‘ish. In realtà il paese si regge su un fragile equilibrio, legato all’età del suo presidente ed esposto ai rischi della sua successione, della crisi economica e del terrorismo.

Bouteflika, 79 anni, è presidente del paese da 17 anni; eletto una prima volta nel 1999, è stato poi rieletto nel 2004, 2009 e 2014. Si tratta di vero e proprio appartchik del regime, avendo iniziato la sua carriera negli anni della lotta d’indipendenza come militante del Fronte di Liberazione Nazionale; poi ha rivestito alti incarichi nei successivi governi, sopravvivendo a processi per corruzione e defenestrazioni. Fu sotto la sua presidenza che ebbe fine alla guerra civile, sconfitti con le armi i movimenti islamisti più irriducibili, dopo averli isolati con amnistie. La fine della guerra civile, togliendo di mezzo l’opposizione islamista, rafforzò il regime, fondato su una simbiosi tra forze economiche, politiche e militari in grado di soffocare ogni alternativa politica; Bouteflika ha saputo poi imporre un equilibrio tra i poteri forti del regime, ovvero il presidente stesso, il partito governativo del Fronte di Liberazione Nazionale, le Forze Armate algerine e i Servizi di Sicurezza. Infatti, a reggere il paese da decenni in realtà c’è un blocco politico-economico, uno “stato profondo”, autoreferente ma formalmente legittimato da una democrazia di facciata. Il problema è che l’attuale regime, nonostante gli sconvolgimenti della guerra civile e la crisi economica, è semplicemente una replica di quello che negli anni ’80 fu incapace di riformare l’economia e portò il paese alla guerra civile. In altri termini, nello stato profondo algerino sono cambiati i nomi dei les décideurs, ma le dinamiche di potere sono le stesse, mentre i problemi del paese rimangono irrisolti.

Senonchè l’anziano presidente da anni versa in precarie condizioni di salute, e sembra ormai essere un inetto paravento dietro cui manovrano le forze del regime; in molti ritengono dunque che le prossime elezioni presidenziali si terranno prima della scadenza del termine nel 2019. I “papabili” sono numerosi: innanzitutto c’è Abdelmalek Sellal, attuale primo ministro, poi il portavoce del parlamento Abdelqader Bensalah, e Lakhdar Brahimi, diplomatico attivo all’ONU; in lizza c’è addirittura anche Said Bouteflika, fratello più giovane dell’attuale presidente. Scelto il candidato, per il regime le elezioni non saranno un problema: formalmente nel paese vige il multipartitismo ma le elezioni, come in passato, saranno controllate dal regime.

In ogni caso, a prescindere da chi sarà presidente, difficilmente saranno affrontati i problemi economici e politici del paese, lasciando aperta la porta a una nuova possibile, se non probabile, fase di destabilizzazione. Saranno disoccupazione e crisi economica a scatenare rivolte popolari e, a quel punto, il governo potrà solo o reprimerle con la violenza, o “comprare” i dimostranti, fornendo sussidi e riforme di facciata; la questione è che i sussidi sul lungo termine sono economicamente insostenibili, e la crisi economica è ormai sistemica.

Il crollo dei prezzi del settore oil&gas degli ultimi anni ha messo in crisi l’economia del paese. Peraltro la Sonatrach, società petrolifera nazionale, è di fatto già al massimo delle sue capacità produttive, frenata da scarsi investimenti e scandali. Il primo ministro il mese scorso ha dichiarato che il 97 % della valuta estera deriva dai proventi petroliferi, ma che a seguito del collasso dei prezzi, negli ultimi due anni il paese ha perso il 90 % delle sue entrate in valuta estera. La questione è che il governo ha in corso da anni una costosissima politica di sussidi per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità che, combinata con la fortissima disoccupazione, la radicata corruzione e l’incapacità di riforme, rende insostenibile il sistema economico. Dunque se la situazione perdurasse, nel giro di tre anni il paese avrà esaurito le riserve in valuta estera, e la conseguente riduzione delle importazioni e dei sussidi scatenerebbe rivolte popolari come quelle già avvenute alla fine degli anni ’80.  

Infine, l’Algeria deve ora affrontare anche la minaccia del terrorismo. L’attacco agli impianti estrattivi di In Amenas nel 2013 è l’esempio della gravità di tale minaccia. Del resto, circondata da Libia, Mali, Tunisia e Niger, tutti paesi dove è attiva una galassia di movimenti jihadisti, ribelli tuareg, bande criminali, l’Algeria si trova fortemente esposta.

In conclusione, la successione presidenziale verosimilmente avverrà senza traumi, garantendo la sopravvivenza del regime; senonchè, a rappresentare una minaccia per la stabilità algerina rimangono l’incapacità di affrontare i problemi politici interni, la crisi di sicurezza nell’area ma, più di tutto, la crisi economica.

 

 

 

 

* Giovanni Parigi insegna Cultura Araba presso il corso di laurea di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano. Ha lavorato e studiato in Medio Oriente e scrive per Limes, ISPI, Fondazione OASIS e Qui Finanza.