Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Il verdetto sulla disputa territoriale sino-filippina e la strategia comunicativa di Pechino.

Aurelio Insisa * - 20.07.2016
Verdetto Aia sul MCM

Martedì 12 luglio il tribunale designato dalla Corte permanente di arbitrato dell'Aia ha emesso il verdetto sulla complessa disputa territoriale tra la Repubblica delle Filippine e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive (ZEE) lungo una serie di atolli e scogli nel Mare della Cina Meridionale (MCM). Sebbene la disputa tra Manila e Pechino esista da decenni, la situazione si è tuttavia aggravata a partire dal 2009-2010, periodo in cui Pechino ha progressivamente assunto posizioni sempre più intransigenti nella risoluzione delle proprie numerose dispute territoriali, per poi peggiorare ulteriormente a partire dal 2014, quando ha dato inizio ad un intensivo programma di costruzione di isole artificiali nel MCM. Il risultato è stato una sconfitta assoluta per Pechino sul piano del diritto internazionale.

Il verdetto dell'Aia copre tre punti: il primo riguarda le azioni cinesi nei confronti delle Filippine, il secondo le rivendicazioni territoriali cinesi nell'area oggetto della disputa con Manila, ed il terzo le rivendicazioni territoriali cinesi nel MCM. Riguardo il primo punto, il tribunale ha stabilito che Pechino ha violato i diritti sovrani di Manila all'interno della ZEE filippina e i diritti di pesca dei cittadini filippini in acque internazionali. Riguardo il secondo punto del verdetto, il tribunale ha negato a Pechino il diritto di stabilire ZEE presso gli atolli e le scogliere presi in esame, giudicando questi elementi geologici situati in acque internazionali. Il terzo, e più importante punto del verdetto, stabilisce infine che i diritti “storici, giuridici o di sovranità” reclamati da Pechino in gran parte del MCM, e unilateralmente delimitati dalla cosiddetta “linea dei nove tratti”, non rispettano la demarcazione delle acque internazionali stabilita nella regione tramite gli articoli della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, convezione ratificata da Pechino nel 2006.

Da ben prima del verdetto dell'Aia, il governo cinese era ben consapevole che le rivendicazioni territoriali e le azioni condotte nel MCM negli ultimi anni si pongono in profonda contraddizione con le interpretazioni ortodosse del diritto internazionale. Per questo motivo, Pechino si è sempre opposta all'arbitrato, e nell'ultimo anno ha portato avanti una campagna mediatica volta a screditare la Corte dell'Aia, contestandone a più riprese non solo la giurisdizione sulla disputa, ma anche l' imparzialità dei giudici selezionati per il tribunale.

Il giorno successivo al verdetto, mercoledì 13 luglio, il Vice Ministro degli Affari Esteri Liu Zhemin si è infine spinto a definire l'arbitrato “una farsa politica presentata come una questione legale”, accusando Manila di aver corrotto la Corte. Sebbene Liu si sia astenuto dall'incolpare esplicitamente gli Stati Uniti, i media di stato cinesi, sia quelli in mandarino che quelli rivolti al pubblico internazionale, non hanno esitato ad accusare apertamente Washington di aver pilotato il verdetto.

 

La strategia comunicativa di Pechino in risposta al verdetto dell'Aia


Le manovra preventive volte a screditare la Corte fin da prima del verdetto sono dettate da un approccio strategico all'information war che enfatizza l'esercizio del cosiddetto “potere discorsivo” (huayu quan). In termini più prosaici, in risposta ad un ambiente internazionale percepito come pregiudizialmente ostile verso la Cina, Pechino punta a modellare ed influenzare preventivamente il contesto comunicativo di un evento ritenuto sensibile per la sicurezza nazionale. A riprova di ciò, vi è anche l'attenzione ossessiva nel cercare, se non addirittura “creare”, un vasto supporto a livello internazionale per le proprie posizioni, supporto che viene poi amplificato sui media di stato come ulteriore fonte di legittimazione. Il risultato di questa strategia è un approccio alla public diplomacy che si potrebbe definire come “quantitativo” piuttosto che “qualitativo”. Ad esempio, a giugno, alla vigilia del verdetto dell'Aia, Pechino ha affermato che ben sessanta paesi concordavano con Pechino nel ritenere illegale l'arbitrato. In realtà, come analizzato dall'Asia Maritime Transparency Initiative, quattro tra i paesi elencati - Polonia, Slovenia, Cambogia e Fiji - hanno negato, prima del verdetto, di sostenere la posizione di Pechino sull'arbitrato, e, dopo il verdetto, soltanto dieci paesi - l'Afghanistan e alcuni piccoli paesi africani e pacifici - hanno pubblicamente supportato la Repubblica Popolare.

Le inconsistenze e le falsità della public diplomacy cinese, amplificate dai media di stato, devono però essere comprese all'interno delle logiche della propaganda domestica del paese - un sistema nel quale possiede un quasi totale controllo del flusso delle informazioni - piuttosto che in un'ottica internazionale. La strategia comunicativa adottata da Pechino, quindi, assegna assoluta priorità al mantenere la compattezza ed il supporto dell'opinione pubblica domestica, proiettando l'immagine di un paese allo stesso tempo vittima di un complotto internazionale e che può contare sul sostegno di numerosi altri stati. Tali obiettivi sono evidenti anche prendendo in esame le “parole d'ordine” usate dalla propaganda cinese nell'ultima settimana sui media nazionali: la Cina “non accetta il verdetto, non riconosce il verdetto, non adempie al verdetto” (bu jieshou, bu chengren, bu zhixing).

Si corre dunque il concreto rischio che il verdetto rimanga lettera morta, e probabilmente la responsabilità di assicurare il rispetto dei diritto internazionale sui mari asiatici ricadrà sulla prossima amministrazione americana ed i suoi alleati nella regione. Certamente, si addensano forti dubbi sul ruolo che l'Unione Europea e l'ASEAN giocheranno nei prossimi mesi. Mentre l'ASEAN ha addirittura evitato qualsiasi commento ufficiale sul verdetto, la UE, ostaggio degli interessi nazionali di Ungheria, Croazia e Grecia, ha impiegato tre giorni per emettere un comunicato estremamente cauto sull'arbitrato, evitando perfino di menzionare direttamente la Repubblica Popolare. Sfortunatamente, mentre la situazione in Asia Orientale è in costante evoluzione, l'incapacità delle organizzazioni sovranazionali di parlare con una sola, decisa voce in politica estera rimane una costante.

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong