Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Federica Mogherini ai casting di Bruxelles

Riccardo Brizzi - 04.09.2014
Donald Tusk

Correva l'anno 2009 e la nomina della semi-sconosciuta Catherine Ashton ai vertici della diplomazia europea aveva suscitato critiche feroci. «Siamo alla farsa» avevano commentato gli ex capi di governo francese Rocard e tedesco Schröder, denunciando il basso profilo di Lady Pesc, puntualmente confermato nel corso di un mandato nel quale la Ashton è stata sempre scavalcata dagli Stati membri (da ultimo nella recente crisi ucraina).  Cinque anni dopo ci risiamo.  «Cattiva scelta» ha sintetizzato uno dei più autorevoli quotidiani del Vecchio continente, il francese «Le Monde», peraltro di fede progressista, riferendosi all'investitura dell'«inesperta» Federica Mogherini ad Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di difesa.  

 

I «meriti» di un basso profilo

 

Difficile d'altronde argomentare che le ragioni della sua nomina risiedano nella solidità di un curriculum decisamente acerbo (anzi, probabilmente, ha giocato a favore proprio il profilo poco ingombrante, garanzia che le ambizioni nazionali degli stati membri non saranno ostacolate). Le motivazioni di tale scelta sono piuttosto da ricondurre alla convinta sponsorizzazione del premier Renzi e, soprattutto, ai dosaggi di geografia, genere e colore politico che accompagnano i valzer di nomine ai vertici dell'Ue.

Il profilo della titolare della Farnesina consentiva infatti di riempire una serie di caselle rimaste vacanti. Innanzitutto è donna, una rarità all'interno della Commissione in costruzione, dove attualmente le «quote rosa» sono rappresentate da appena 5 dei 24 nomi avanzati dalle capitali (Belgio, Cipro, Danimarca e Olanda annunceranno a breve i propri candidati). Una proporzione inaccettabile per l'Europarlamento che ne pretende almeno nove (quante nella seconda squadra di Barroso). In secondo luogo appartiene al gruppo dei Socialisti e Democratici (S & D), già penalizzati dalla ripartizione degli incarichi rispetto al PPE. Infine è italiana, e nel consesso europeo era riconosciuta la necessità di concedere a Roma il ruolo «di visibilità» invocato da Renzi (che ha frettolosamente messo da parte la candidatura di Enrico Letta a presidente dell'Ue), in virtù del successo elettorale delle europee, che ha fatto del PD, con i suoi 31 deputati, la componente principale del gruppo S & D.

 

Il ruolo della Merkel e la nomina di Tusk

 

Angela Merkel ha finito per avallare la scelta, perché la concessione a Renzi è stata praticamente a costo zero, soprattutto di fronte alle priorità di natura economica, in una congiuntura nella quale Berlino si prepara al braccio di ferro con l'asse franco-italiano intenzionato - con la sponda dalla BCE - ad allentare i vincoli del rigore. La cancelliera tedesca, oltretutto, ha portato a casa l'investitura del premier polacco Donald Tusk, ex di Solidarnosc e fedelissimo di Berlino, alla presidenza del Consiglio europeo. Si tratta di un riequilibrio importante dell'Ue verso Est, che rappresenta contemporaneamente un segnale a Putin (benché i negoziati siano cominciati prima dello scoppio della crisi ucraina).

Atlantista eccentrico (critico nei confronti della gestione delle guerre in Iraq e Afghanistan), irriducibile sostenitore della salvaguardia della sovranità dell'Ucraina e artefice del recupero di credibilità di Varsavia nell'Ue, Tusk è anche il promotore di una «terza via» a livello economico, che in Europa potrebbe riconciliare alfieri del rigore e sostenitori della crescita. Nei sette anni di governo Tusk in effetti la Polonia ha sommato una crescita complessiva del 20% del Pil con una riduzione costante dei deficit pubblici. Nonostante le incognite - prima tra tutte il fatto che Tusk dovrà presiedere i consigli europei dell'eurozona pur provenendo da un paese che non ha aderito alla moneta unica - ad averla vinta è stata la Merkel, convinta che, a dieci anni dal primo allargamento all'ex Oltrecortina, occorresse dare finalmente un posto di responsabilità ai «nuovi» entrati.

 

Una triplice prova del fuoco per il trio Juncker-Tusk-Mogherini

 

L'esito dell'ultimo casting europeo non appare esaltante. L'attesa rottamazione del trio Barroso-Van Rompuy-Ashton non ha prodotto l'atteso salto di qualità. E per il nuovo trio Juncker-Tusk-Mogherini la pochezza dei predecessori non costituisce un alibi. Né l'obiettiva difficoltà di fare peggio rappresenta un titolo di merito. Soprattutto se si considera che lo scenario è più fosco rispetto a cinque anni fa. La prova del fuoco è triplice. In ambito economico, l'eurozona si sta rivelando incapace di agganciare la ripresa e di arginare la disoccupazione. A livello politico, l'euroscetticismo ha trovato crescente rappresentanza nell'emiciclo di Strasburgo, dove la pattuglia eurofoba ha quasi triplicato la propria presenza rispetto alla scorsa legislatura scorsa.

A livello internazionale, infine, era cosa nota che la diplomazia europea si decidesse a Berlino, Londra e Parigi prima che a Bruxelles. Tuttavia una guida più autorevole sarebbe stata un segnale importante in una congiuntura nella quale la rinnovata aggressività di Mosca sta drammaticamente mettendo a nudo molteplici fragilità (militari, diplomatiche, energetiche) che l'Ue ha lungamente tentato di nascondere sotto il tappeto. E così, nell'attuale frangente, guardando agli orizzonti europei, tornano alla memoria le parole di Italo Calvino in "Se una notte d'inverno un viaggiatore": «Il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio».