Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Di turismo si vive? La stagione turistica 2014 e l’economia della Grecia

Giovanni Bernardini - 21.08.2014
Oia

“La Grecia come la immaginiamo”

 

Oia è un minuscolo villaggio cicladico arroccato sullo sperone settentrionale di Santorini, cinquecento metri sopra lo sguardo ammirato di chi raggiunge l’isola via mare. L’intero scenario in cui si colloca contribuisce all’entusiasmo per il suo avvistamento, per il contrasto tra il candore abbacinante dell’abitato sferzato dal sole e il profilo cinereo dell’isola, che ne denuncia l’origine vulcanica. Non mentono dunque le guide quando battezzano Oia “la Grecia come la immaginiamo”, cartolina punteggiata di cupole celesti che dal vivo non può lasciare indifferenti. Raggiunto il suo dedalo di vicoli contorti, ci si accorge presto come esso sia ormai completamente occupato da un ecosistema al cui centro si colloca il turista di ogni origine e portafogli. Una lunga teoria di attività commerciali ne ha preso possesso negli anni, a onor del vero con ben maggiore armonia e rispetto di quanto purtroppo riscontrabile altrove nel Mediterraneo. Una capacità di adattamento dimostrata anche nell’attrarre la più recente ondata di avventori dai “paesi emergenti”: a ben ascoltare, qualunque esercente (compresa l’attempata custode della piccola chiesa centrale) sembra essersi impadronito a tempo di record di un frasario fondamentale in russo, cinese e arabo. Segnale ulteriore, se ce ne fosse bisogno, dei nuovi equilibri della ricchezza mondiale. L’abilità nel mutare in oro le attrattive dell’isola raggiunge il culmine all’ora del tramonto: evento che il buon Dio ha distribuito abbastanza equanimemente, ma che secondo tutti i depliant raggiunge a Oia il culmine della maestosità. Questo si traduce nel quotidiano assalto di un fiume di turisti a ogni bar, ristorante, negozio con vista sul golfo per assistere all’evento, che secondo altri beninformati merita addirittura una gita in barca (a pagamento anch’essa): inutile suggerire che la vista sia altrettanto magnifica dalla gratuita spiaggia sottostante. Non soltanto a Oia, il turismo dell’era low cost vive anche di ritualità di massa che, più che condannare in virtù di uno snobismo anacronistico, è ben più proficuo gestire riducendone gli effetti collaterali più deleteri.

 

Una boccata di ossigeno

 

Tanto più che anche quest’anno la stagione turistica promette una vitale boccata d’ossigeno per la cianotica economia greca, asfissiata da anni di crisi del debito e dalle draconiane misure di austerity della “troika”. Quanto di più lontano in apparenza dalla miriade di isole e spiagge che quest’anno, secondo stime attendibili, registreranno un record di oltre 18 milioni di presenze (il doppio della popolazione greca) destinato a cancellare quello dello scorso anno, di poco inferiore e già straordinario. Alla disperata ricerca di segnali incoraggianti per il prossimo futuro, il Primo Ministro Samaras ha fatto appello alla “locomotiva” dell’industria turistica affinché “inizi a trascinare la nostra economia fuori da sei anni di dolorosa recessione”. Nel concreto il suo governo ha abbozzato nell’ultimo biennio soluzioni sistemiche per assecondare “l’invasione” turistica, dal prolungamento dell’orario dei musei alla riduzione al 6,5% dell’IVA per alberghi e ristoranti,  all’incremento dei voli diretti e delle destinazioni. Soprattutto, sembra essersi impegnato ad affrontare il vero tallone d’Achille strutturale del turismo in Grecia,: il suo carattere prevalentemente stagionale estivo. Come risultato le entrate dovrebbero superare i 13 miliardi di Euro, pari a un astronomico 18% circa del PIL.

 

Vivere di solo turismo?

 

Eppure numeri e immagini prodotti dall’estate greca non possono nascondere una realtà ben più complessa. Ancora nel 2013, mentre il settore turistico impiegava già un quinto della popolazione in età da lavoro, la disoccupazione complessiva raggiungeva il 28%, addirittura il 66% tra i minori di 25 anni. Numeri che le autorità hanno imputato in parte al lavoro nero che si sono impegnati a contrastare, ma la cui gravità non hanno potuto negare: tanto più che proprio quella stessa economia informale ha consentito a molte famiglie greche di contenere i costi imposti dalla crisi e dall’austerity. E ancora: se la Grecia ancora più che in passato costituisce una destinazione eccellente per il rapporto qualità/prezzi, lo si deve anche a sedici mesi di spirale deflattiva. Se milioni di turisti ne apprezzano gli effetti, ben diverse sono le ricadute disastrose sull’economia greca nel complesso. Quanto al gioco spesso perverso delle percentuali (su cui infatti il governo Samaras evita di esprimersi con chiarezza): l’incremento della percentuale del PIL imputabile al turismo è anche il risultato della contrazione complessiva del PIL stesso, di cui il 25% è stato letteralmente spazzato via in sei anni. Se dunque i conti segnano qualche timido progresso, è lecito chiedersi oggi più che mai a quale prezzo e con quali ipoteche per il futuro, dato che questi anni hanno visto il governo procedere tra l’altro alla messa in vendita ai privati di parte di quel patrimonio naturale e storico che segna le fortune del turismo in Grecia.

Sarebbe insensato negare la rilevanza del settore turistico per la Grecia, ma è anche lecito sospettare che una fiducia eccessiva nel suo “effetto traino” sia un elemento troppo aleatorio a cui affidare le sorti economiche della Grecia, per le quali rimane ben più grave in termini strutturali la cancellazione di interi settori produttivi. O per dirla altrimenti: se Oia può vivere di solo turismo, è illusorio e persino deleterio pensare che un intero paese, non soltanto la Grecia, possa fare altrettanto.