Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Deflazione: quantò si’ bruttà

Gianpaolo Rossini - 19.08.2014
John Maynard Keynes

I timori espressi  su queste colonne sul pericolo deflazione si sono materializzati  con le notizie sui prezzi in calo (inflazione negativa = deflazione) e sullo stop della Germania il cui Pil nel secondo semestre è sceso dello 0.2%, come l’anemica Italia.

Intendiamoci, sarebbe positiva per l’Italia una dinamica dei prezzi  più contenuta che in Germania per recuperare la competitività erosa nei primi due decenni di vita dell’euro con l’inflazione italiana superiore a quella teutonica. Dovremmo però evitare di gettarci in una scivolosa spirale deflazionistica. Avremmo perciò bisogno di un po’ di inflazione in Germania, attorno al 2-3% annuo, e stabilità dei prezzi in Italia. La Germania  non sembra però disposta ad un’inflazione al 2-3% annuo. Eppoi un’inflazione zero è rischiosa. Perché implica prezzi che scendono un po’ in alcuni comparti e che salgono in altri. Ma non è facile trattenere i settori dove i prezzi crescono dal farli scendere per rincorrere i consumatori. Non dimentichiamo poi che ogni volta che si muove un prezzo cambia il reddito di qualcuno. Prezzi cedenti provocano spesso riduzioni di redditi nominali che vanno accompagnate da politiche fiscali adeguate. Prezzi in territorio negativo sono micidiali perché inducono contrazioni di domanda, almeno nel breve medio periodo. Insomma la combinazione di inflazione e deflazione controllata tra Sud e Nord di eurolandia è molto complessa. Non sarebbe impossibile se avessimo una BCE che lo conducesse in maniera spregiudicata. Dovrebbe cancellare gli spread, segno dell’assenza di una politica monetaria unica ed efficace,  evitare deflazione al Sud spingendo con coraggio l’inflazione al Nord . Insomma, non un compito semplice.

Al di là dei sogni, la realtà di eurolandia è una grave deflazione con una BCE che sembra specializzata nell’agire quando è tardi.  La deflazione è andata troppo avanti in eurolandia. Invece di un processo controllato e positivo sembra tradursi nell’ennesimo contagio senza chiari confini di tempo e di spazio.

La deflazione è malattia di difficile cura.  Sul piano finanziario appesantisce le posizioni debitorie. Compro un’auto oggi prendendo a prestito. Quando restituirò la somma presa a credito la stessa auto nuova avrà un prezzo di listino inferiore. Forse allora è meglio se  rimando l’acquisto. Ma se tutti fanno così è il disastro. Se i prezzi  scendono i tassi d’interesse devono anch’essi ridursi fino a diventare anche negativi. Ma tassi d’interesse nominali negativi, quelli liquidati su una somma a fine anno, sono difficili da applicare perché sono una patrimoniale pagata alle banche, le quali dovrebbero a fine anno trattenere una parte del capitale depositato invece di corrispondere un interesse. Conviene allora tenere il denaro nel materasso o in cassaforte e a fine anno non ce lo troveremo decurtato, E’ quanto hanno fatto i giapponesi durante la lunga deflazione degli anni 90 del secolo passato quando ci fu un boom di acquisti di casseforti.  Se la deflazione fa felici i venditori di lucchetti e blindature ha però effetti devastanti sul sistema finanziario perché causa disintermediazione perché tutti vogliono stare  liquidi. Keynes coniò il termine di “trappola della liquidità” per descrivere proprio la situazione in cui tutti accumulano liquidità in modo illimitato. Insomma sia sul fronte dei creditori che dei debitori la deflazione è una selva oscura in cui è arduo districarsi. Se le autorità monetarie possiedono mezzi efficaci a contrastare l’inflazione come tasso d’interesse e offerta di moneta, questi strumenti diventano inutili in deflazione. Perché gli individui vogliono stare liquidi e ogni iniezione di liquidità viene prosciugata da questa insana sete di liquidità. Se la deflazione blocca acquisti e investimenti privati la mano pubblica deve intervenire massicciamente per impedire il collasso del sistema economico come si fece per due mesi in ottobre e novembre 2008 e poi più.  Ma oggi non c’è margine perché i conti pubblici in tutta Europa sono maleodoranti dopo 6 anni di purga fiscale. Solo una forte azione di acquisto di titoli pubblici della BCE con stampa di nuova moneta potrebbe servire. Ma temiamo che non si possa fare in una eurolandia prigione fiscale e monetaria a cielo aperto, schiava di diktat irragionevoli e di dogmi polverosi e falsi.

Qualcosa comunque sul piano fiscale lo potremmo fare senza gravi costi. Adottiamo finalmente una definizione di debito pubblico netto e non più lordo. Non si capisce infatti perché il debito pubblico italiano debba tra l’altro includere circa 58 miliardi prestiti  che implicano un pari credito nei confronti dei paesi cui sono stati erogati. Ci tocca di svendere patrimonio pubblico attraverso privatizzazioni affrettate perché il valore di mercato delle aziende pubbliche non può essere contabilizzato per calcolare il debito pubblico netto, vero indicatore di solvibilità.

 Con una brutta deflazione ed  emergenza conti pubblici occorre la  mobilizzazione delle risorse ora detenute in paradisi fiscali, nelle casseforti e nei materassi consentendo l’acquisto per contanti di titoli pubblici al portatore senza obbligo di registrazione dell’acquirente.  Su questo fronte un piccolo passo avanti è venuto in questi giorni dall’esclusione dell’imposta di successione sui titoli pubblici. Beh, facciamo allora un altro passo per battere ‘sta brutta deflazione.