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24 luglio 2021
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La Scozia indipendente? Storia e attualità all'origine del Referendum del 18 settembre

Giulia Guazzaloca - 06.09.2014
Referendum Scozia 2014

Il Regno Unito

 

In Italia se n’è parlato poco e anche le incaute similitudini tra il caso scozzese e quello della Padania sono state perlopiù limitate agli organi di stampa della Lega Nord; ma il referendum che il prossimo 18 settembre potrebbe sancire l’indipendenza della Scozia riveste un’importanza cruciale per la Gran Bretagna e per l’Europa intera. La vittoria degli indipendentisti metterebbe fine a tre secoli di storia dell’Unione e anche al Regno Unito come l’abbiamo conosciuto finora.

Regno Unito che tuttavia dal punto di vista religioso, linguistico e geografico è sempre stato tutt’altro che omogeneo. Composto originariamente di quattro realtà nazionali unite ma non totalmente fuse, Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda, nel corso dell’800 e dei primi decenni del ’900 conobbe enormi tensioni a causa delle aspirazioni autonomistiche degli irlandesi, in maggioranza di religione cattolica. Se la nascita nel 1921 dello Stato libero d’Irlanda risolse parzialmente l’annosa questione irlandese (lasciando tuttavia lacerazioni profonde nell’Irlanda del Nord), crebbero però costantemente, a partire dal periodo fra le due guerre, le rivendicazioni identitarie in Scozia e Galles. Di natura più culturale quello gallese, legato anche alla differenza linguistica, di natura più politica quello scozzese, animato dall’orgoglio per le prestigiose istituzioni nazionali (Chiesa, università) sopravvissute alla fine dello Stato scozzese separato (1707), entrambi i nazionalismi sono espressione di un pluralismo di identità antico e quanto mai fecondo.

 

Lo Scottish National Party

 

Nato negli anni ’30, lo SND ha conosciuto grande visibilità e consensi a partire dalla metà degli anni ’60, quando, complici le difficoltà economiche della Gran Bretagna e la fine del suo glorioso impero, ha cominciato ad inserire nel proprio programma provvedimenti tesi a tutelare gli interessi economici scozzesi, accanto ai tradizionali temi della devolution. Grazie alla scoperta di giacimenti petroliferi nel Mare del Nord ha poi cercato di demolire la tesi tradizionale del governo centrale secondo cui l’unione con l’Inghilterra era indispensabile all’economia scozzese.

Anche oggi il partito nazionalista, di orientamento socialdemocratico, punta molte delle sue carte sui vantaggi economici che deriverebbero alla Scozia dalla separazione con Londra, in primo luogo la minor pressione fiscale. Proprio le conseguenze economiche di un’eventuale secessione sono state al centro dei dibattiti televisivi tra Alex Salmond, l’istrionico e agguerrito leader dello SND, e Alistair Darling, il laburista che guida il fronte «Better Togheter», e stanno tenendo banco in queste ultime fasi della campagna elettorale. La questione più delicata riguarda la moneta: in caso di secessione quale sarà quella utilizzata dagli scozzesi? Salmond è convinto che dovrebbe continuare ad essere la sterlina, ma Londra ha detto chiaramente che un’eventuale Scozia indipendente non potrà rivendicare alcun diritto sulla moneta britannica. Se è vero che anche senza il consenso di Westminster il governo scozzese potrebbe decidere di usare ugualmente la sterlina, resta il fatto – come hanno sottolineato molti autorevoli economisti – che avere una moneta comune senza un governo federale comune è quanto meno rischioso.

 

I sondaggi

 

Compatto e formato dai leader dei tre maggiori partiti, Cameron, Miliband e Clegg, lo schieramento degli unionisti ha potuto vantare fino a qualche settimana fa un netto vantaggio nei sondaggi, fra i 14 e i 17 punti. Ma ultimamente gli indipendentisti sembrano in rimonta: qualcuno lo attribuisce alla buona performance di Salmond nell’ultimo dibattito televisivo, altri al fatto che lo SNP ha alzato il livello dello scontro e delle pressioni, solleticando il tradizionale fervore patriottico degli scozzesi. Sta di fatto che Cameron si è detto «teso e nervoso» perché «la questione è estremamente importante».

Secondo le ultime rilevazioni i contrari all’indipendenza sono ancora la maggioranza, fra il 53% e il 48% a seconda dei sondaggi, mentre i favorevoli sono dati tra il 42% e il 47%. Alta la percentuale degli indecisi che potrebbero facilmente ribaltare la situazione; secondo gli analisti, l’indecisione è legata soprattutto al timore che il distacco da Londra possa danneggiare l’economia scozzese. Ed è proprio sulle sicurezze date dallo status quo che ripongono le loro speranze i leader del «Better Together».

 

Non c’è solo la Scozia

 

A prescindere dall’esito che avrà, la consultazione scozzese non può e non deve interessare solo i britannici; è infatti una delle tante espressioni delle pulsioni identitarie e nazionalistiche che animano oggi il continente europeo, mettendo seriamente in discussione i confini usciti dalla Seconda guerra mondiale. Il caso della Crimea, quello della Catalogna, dove un referendum per l’indipendenza è fissato per il 9 novembre, la situazione ancora incerta del Kosovo, le dispute tra fiamminghi e valloni in Belgio, le rivendicazioni in Irlanda del nord e nei Paesi baschi: in tutta Europa si sta assistendo alla fioritura di sentimenti identitari che, pur con caratteristiche e obiettivi differenti, vedono mescolarsi interessi economici, tensioni politiche, conflitti etnico-linguistici o religiosi.

È evidente che accanto alle spinte all’«uniformità» prodotte dalla globalizzazione e dal processo di integrazione economica e politica dell’Europa, continuano ad operare fattori contrari legati alle identità territoriali, ai nuovi e vecchi localismi emersi soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda. Il caso della Scozia dimostra altresì che questa ondata di «post-nazionalismo» non riguarda solo i paesi di recente formazione o democratizzazione, come quelli dell’area balcanica e dell’Est europeo. Una ragione in più perché tutti, leader e cittadini europei, seguano con attenzione l’esito della vicenda scozzese: il ripiegamento verso le identità etnico-nazionali, l’attaccamento al «territorio», le spinte alla secessione o all’indipendenza sono infatti tra le contraddizioni più evidenti dell’attuale processo di integrazione.