Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
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La «potenza civile» tedesca alla prova della crisi ucraina

Gabriele D'Ottavio - 19.08.2014
Il congresso di Berlino

Nel tardo pomeriggio di domenica 17 agosto si è tenuto a Berlino un vertice straordinario sulla crisi ucraina. Oltre al ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, all’incontro hanno preso parte gli omologhi di Francia, Russia e Ucraina. Preceduto da un colloquio telefonico tra la Cancelliera Merkel e il Presidente Putin avvenuto il giorno di ferragosto, il summit era stato convocato per far fronte alle nuove tensioni che sono state registrate lungo la frontiera orientale ucraina, in concomitanza con il crescente flusso di materiali bellici, consiglieri militari e personale armato proveniente dalla Russia. L’obiettivo dichiarato da Steinmeier alla vigilia dell’incontro era «una tabella di marcia verso un cessate il fuoco e una cornice per garantire controlli effettivi alle frontiere». Tuttavia, dalle prime indiscrezioni trapelate il vertice di Berlino non sembrerebbe aver prodotto alcun risultato concreto in vista dell’auspicata soluzione politica della crisi.

 

L’onesto sensale

 

Non è la prima volta che la Germania si candida a un ruolo di mediazione in una crisi internazionale provocata dalla Russia. Il precedente storico più famoso risale al 1878, quando l’allora Cancelliere Otto von Bismarck si guadagnò la qualifica di «onesto sensale». All’epoca Bismarck convocò un congresso internazionale a Berlino per rinegoziare le condizioni che la Russia zarista aveva imposto unilateralmente all’Impero ottomano con la pace di santo Stefano, dopo averlo sconfitto militarmente.

Facendo leva sul panslavismo per promuovere una politica espansionista, la Russia metteva a rischio lo status quo in Europa. Oggi come allora l’obiettivo della Germania è quello di trovare una soluzione diplomatica per disinnescare, o quanto meno di ridurre, le tensioni internazionali sul vecchio continente. Molto diversi appaiono però la posizione negoziale e soprattutto il modello di comportamento dei tedeschi. Alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento l’Impero tedesco, da poco unificato grazie a tre guerre vittoriose, si considerava una potenza soddisfatta della propria posizione nel contesto internazionale. Di conseguenza, Bismarck temeva che un’escalation della crisi in Europa orientale sarebbe potuta sfociare in una guerra generale, attraverso la quale le altre potenze europee (in primis la Francia) avrebbero potuto cercare di ridimensionare l’accresciuta potenza tedesca. Anche oggi la Germania può considerarsi un attore internazionale «soddisfatto» dello status quo: tuttavia, pur rappresentando un «gigante economico», non è più quella temibile potenza militare che per ben due volte cercò di imporre il proprio dominio sul continente europeo, provocando indicibili sofferenze a se stessa e a gran parte dell’Europa e del mondo. Il modello di comportamento della Germania riunificata è quello della «potenza civile»: una potenza che lavora per «civilizzare» le relazioni interstatali, ossia per trasformarle seguendo le direttive del multilateralismo, della cooperazione e del diritto internazionale. Fin tanto che la sicurezza veniva garantita dalla Nato e in particolare dagli americani, si è trattato di un modello normativo e utilitaristico efficace. Esso ha consentito ai tedeschi di ristabilire le proprie credenziali politiche e morali dopo le due guerre mondiali e di prosperare senza dover sostenere gli elevati costi che la gestione delle crisi internazionali normalmente comporta.

 

La «potenza civile» di fronte alle nuove crisi internazionali

 

Questa posizione di privilegio è stata garantita, come si è già detto, soprattutto dallo scudo nucleare americano, ma anche dal fatto che le crisi internazionali del secondo dopoguerra e del post-’89 raramente hanno costituito una minaccia per gli interessi economici tedeschi. Da questo punto di vista la crisi ucraina rappresenta una novità. L’Ucraina è geograficamente troppo vicina e la Russia economicamente troppo importante per consentire alla «potenza civile» tedesca di trincerarsi dietro la sua timidezza. Al riguardo è molto significativo il fatto che nei giorni scorsi la Bundesbank abbia ricondotto i primi preoccupanti segnali della stagnazione dell’economia tedesca alle tensioni geopolitiche e alle incertezze legate ad alcuni focolai di crisi come quello ucraino. D’altra parte, se è vero che dinanzi alla crisi ucraina la Germania non può più astenersi dall’assumere un ruolo di primo piano in politica estera, al tempo stesso è evidente che la «potenza civile» tedesca non appare sufficientemente attrezzata per far valere le proprie posizioni negoziali.

Diversamente da quanto è accaduto durante la gestione della crisi dell’eurozona, la Germania dovrà pertanto agire di concerto con le altre grandi potenze europee. La rivitalizzazione dell’asse con la Francia, testimoniata dalla presenza del ministro degli Esteri Laurent Fabius al vertice di Berlino, potrebbe tuttavia non essere sufficiente. Nella gestione delle fasi più acute delle crisi internazionali che mettono a repentaglio gli interessi tedeschi un approccio basato esclusivamente sul soft power potrebbe infatti risultare inadeguato. Pertanto, nel futuro prossimo la Germania potrebbe considerare diverse strategie per aumentare il proprio attivismo in politica estera: da un lato un più convinto supporto all’europeizzazione nei settori della sicurezza e della difesa, dall’altra un ripensamento del proprio modello di «potenza civile».