Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Macron: un uomo (solo) al comando?

Michele Marchi - 17.05.2017
Macron e Merkel

Angela Merkel ha parlato, citando Hermann Hesse, di “magia dell’inizio”, riferendosi ai primi passi del nuovo presidente della Repubblica francese. Al netto della “Macron-mania” che sta contagiando il nostro Paese e, in generale, il Vecchio Continente, il nuovo inquilino dell’Eliseo, nei suoi primi passi da presidente eletto, ha fornito alcuni spunti interessanti che, se confermati, potrebbero rendere il suo quinquennato davvero storico almeno quanto lo è stata la sua elezione.

Sin dalla solennità della serata del Carousel du Louvre, confermata al momento del passaggio delle consegne e della sfilata sugli Champs-Elysées dopo aver reso omaggio al milite ignoto all’Arc de Triomphe, l’impressione è quella di una forte volontà di “ri-presidenzializzare” la funzione. Stile e contenuti sembrano già delineare una presidenza lontana sia da quella “bling-bling” di Sarkozy, sia da quella “normale” di Hollande. Macron pare aver compreso che la giovane età, la volontà dei francesi e la gravità del momento impongono il ritorno alla centralità del “monarca repubblicano”. E proprio a proposito della “gravità del momento”, il quarantenne ex-banchiere, ma non dimentichiamolo ex segretario generale aggiunto all’Eliseo (2012-2014), sembra consapevole di trovarsi dinanzi ad un nuovo inizio per il Paese, per certi aspetti simile a quello del 1958. L’ultimo quindicennio (secondo mandato di Chirac e decennio Sarkozy-Hollande) ha definitivamente acuito la crisi del Paese, che è crisi economica, sociale ed identitaria, ma è anche crisi del suo funzionamento istituzionale. La rinascita passa, secondo Macron, prima di tutto per un ripristino della lettura “verticale” del ruolo dell’inquilino dell’Eliseo. E in secondo luogo per una destrutturazione del sistema politico-partitico.

Anche la scelta del Primo ministro, che dovrà condurre il Paese al voto legislativo dell’11-18 giugno, deve essere collocata in questa direzione. Su chi sia Edouard Philippe si stanno accanendo i media francesi ed europei. Enarca di sinistra (rocardiano) poi passato a destra (liberal-moderata di Juppé), esperienze nel privato, ma poi eletto di “prossimità”, sindaco di Le Havre (rossa sino al 1995) ed eletto all’Assemblée nationale nell’oramai passata legislatura. Ma, al di là di tutto ciò, interessante è riflettere sul perché di questa scelta. Prima di tutto Philippe non è certo un novizio della politica e ha esperienza nella gestione della cosa pubblica e dunque potrà occuparsi di politica corrente oltre che contribuire alla gestione della campagna elettorale. Allo stesso tempo però non ha un “suo” profilo politico nazionale e di conseguenza non potrà né far ombra, né proporsi come troppo autonomo rispetto al “suo” Presidente. In secondo luogo scegliendo Philippe, Macron lancia contemporaneamente una sfida, ma anche un ponte, nella direzione dei LR. Da una parte vorrebbe completare la scomposizione delle due principali forze di sinistra e di destra. Sul fronte PS le elezioni presidenziali sono state sufficienti per provocarne l’implosione. Sul fronte post-gollista la scelta di un membro dell’ala Juppé dovrebbe contribuire ad acuire le tensioni tra i possibilisti di un’alleanza programmatica con Macron (appunto Juppé, ma anche Raffarin, Le Maire, ecc) e i fautori della “vendetta” alle legislative, con conseguente “coabitazione” (Wauquiez e naturalmente Sarkozy). Vi è però un altro significato nella scelta di Philippe, che ci riporta ancora una volta al 1958. Tra le righe si può leggere un invito, valido soprattutto a destra: mantenete pure la vostra identità ma fate campagna per il Presidente in carica e per la sua volontà di riformare il Paese. In questo senso si potrebbe ripresentare lo scenario delle legislative del novembre 1958 nel corso del quale praticamente tutti i candidati, eccetto quelli del PCF e una parte dei socialisti, seppur inseriti nelle liste del MRP, dei radicali, della destra e dell’allora SFIO, avanzavano la loro “fidelité” al generale de Gaulle, al suo progetto di riforma istituzionale e al suo sforzo per risolvere la crisi algerina. Anche in questo caso, l’esito sul medio-lungo periodo sarebbe la destrutturazione dell’attuale sistema dei partiti. Vi è anche un rischio evidente, però, nel puntare su un Primo ministro come Philippe. In un quadro di questo genere potrebbero aprirsi spazi non trascurabili per forze che contestano da sinistra e da destra la scelta “centrista e riformista” di Macron. E se queste non dovessero trovare opportuna rappresentanza in parlamento, potrebbero riversare la loro rabbia e la loro protesta direttamente nel Paese.

La terza rilevante questione riguarda l’Europa. Con la sconfitta di Marine Le Pen si è evitata la quasi certa implosione dell’Ue. L’arrivo di Macron rappresenta però una sfida almeno quanto un’opportunità per il processo di integrazione. Più che la rapida, tradizionale e per certi versi didascalica visita a Berlino, ad essere interessanti sono le parole sull’Europa pronunciate dal presidente nel discorso di insediamento. Con solennità e ambiguità egli ha parlato “dell’Europa, della quale noi abbiamo bisogno”, dell’Europa che “ci protegge e ci permette di portare in nostri valori nel mondo”. Questo insistere sul “noi” ha una doppia lettura: noi europei, senza dubbio, ma attenzione anche, e forse prima di tutto, noi francesi. Perché la missione di Macron è evidente: riformare il Paese e poi tornare ad operare affinché l’Europa sia un po’ meno tedesca ma, non dimentichiamolo, un po’ più francese (a maggior ragione una volta che la Brexit sarà completata). L’obiettivo di medio termine è quello di tornare a sedersi al tavolo della coppia franco-tedesca potendo parlare da pari. Quello di lungo periodo è “l’Europe puissance et protectrice”.  

Rifondare, modernizzare e liberalizzare: queste le tre parole chiave del neo-presidente. Rispettivamente de Gaulle, Pompidou e Giscard d’Estaing, si può azzardare. Tutto ciò condensato in un quarantenne del XXI secolo. Parigi ha battuto un colpo. Berlino probabilmente risponderà con il pragmatico “usato sicuro” di Angela Merkel. E da Roma? Niente di nuovo dall’Europa del sud?