Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Cosa cambia per l'Europa all'ONU dopo la Brexit

Lorenzo Ferrari * - 11.02.2017

L'idea di assegnare all'Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall'Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell'ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L'Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all'ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all'Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni leggi tutto

Caos e incertezza a tre mesi dal voto francese

Michele Marchi - 04.02.2017

Jean-Marie Colombani ha parlato della presidenziale “più folle della Quinta Repubblica”. Il sondaggista Jérôme Jaffré ha definito la campagna non ancora ufficialmente iniziata un vero e proprio “gioco al massacro”. Il noto commentatore politico di «Le Monde» Gérard Courtois ha descritto di recente la presidenziale 2017 come una sorta di “thriller politico”. Tutto vero, senza dubbio. Anche se la storia della V Repubblica è ricca di candidature non decollate, vittorie certe e poi sfumate in poche settimane. Che dire del flop di Chaban-Delmas al primo turno del 1974? Come non ricordare l’effimera candidatura di Rocard, avanzata e poi ritirata, una volta sceso in campo Mitterrand? E della meteora Raymond Barre nel 1988? E dello sgambetto di Chirac al quasi certo presidente Balladur nel 1995? Fino, naturalmente, alla clamorosa eliminazione dal primo turno di Jospin nel 2002.

Allo stesso modo c’è poco da scandalizzarsi di fronte all’affaire Penelope Fillon sollevato da «Le Canard enchainé». L’ultracentenario settimanale satirico ha mietuto non poche e autorevoli “vittime” (molte più a destra e al centro che a sinistra, occorre ricordarlo) nella storia della V. La famosa rivelazione di fine 1979 sugli imbarazzanti diamanti centrafricani donati dal dittatore Bokassa all’allora ministro Giscard (il cadeau era del 1973), leggi tutto

La memoria della Shoah nell’era dei selfie. Per un’etica dello sguardo

Maurizio Cau - 04.02.2017

Ora che un’altra “giornata della memoria” è alle spalle, ora che le luci sono tornate a spegnersi in attesa della prossima ricorrenza prevista dal calendario civile, ora che si ripongono nel cassetto le citazioni di Levi e le immagini dello sterminio (o della sua pluridecennale ricontestualizzazione cinematografica), ora che i palinsesti televisivi si sono svuotati del cerimonioso omaggio alle vittime della Shoah (un omaggio prevedibile e sempre uguale a se stesso), ora che tutto questo è passato, è forse possibile sviluppare un ragionamento sul senso e i limiti di quella ritualità retoricamente sovraccarica che, un giorno all’anno, inonda carta stampata, social network, TV.

Come ricordava un paio di anni fa in un denso libretto Elena Loewenthal, che non può essere certo tacciata di scarsa sensibilità sul tema o, peggio, di aspirazioni negazioniste, «il 27 gennaio di ogni anno si evoca il ricordo della Shoah. Si organizzano eventi, incontri, celebrazioni ufficiali. Ma che cosa sta diventando questo Giorno della Memoria? Una cerimonia stanca, un contenitore vuoto, un momento di finta riflessione che parte da premesse sbagliate per approdare a uno sterile rituale dove le vittime vengono esibite con un intento che sembra di commiserazione, di incongruo risarcimento» (Contro il giorno della memoria, ADD editore, 2014). leggi tutto

La svolta politica di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 01.02.2017

A seguito delle dimissioni di David Cameron,la nomina,il 13 luglio 2016, di Theresa May,figlia di un cappellano anglicano del Sussex, a Primo Ministro, ha segnato l’avvio di un nuovo corso della politica del governo conservatore. Secondo le enunciazioni vaghe e retoriche - “to build a stronger economy and a fairer society by embracing genuine economic and social reform” - sinora pronunciate dalla May, la nuova politica viene presentata esplicitamente come divergente dalla piattaforma elettorale del partito con cui il suo leader, Cameron, si era presentato nell’elezione generale del maggio 2015, vincendola con il 36,8% dei voti e assicurandosi il 50,8% dei seggi ai Comuni.

Nel discorso pronunciato il 5 ottobre 2016 alla conferenza del partito e in quello alla Lancaster House del 17 gennaio 2017 la May,procedendo oltre l’affermazione tanto tautologica quanto elusiva“Brexit is Brexit”, il ragionamento svolto dalla premier è, sostanzialmente, incentrato su di una interpretazione del voto referendario che trova scarso supporto, come del resto ogni tentativo di attribuire un unico motivo politico a similivotazioni, per loro natura inadatte a esprimere una direzione politica unitaria su questioni complesse e, piuttosto, tendenti a convogliare in un’espressione di volontà dicotomica aspirazioni o proteste fortemente differenziate. Il referendum, ha dichiarato nel discorso del 5 ottobre, “non è stato solo un voto per ritirarsi dalla EU” ma per “qualcosa di più ampio”, leggi tutto

L’islam europeo dei Balcani

Christian Costamagna * - 01.02.2017
La questione dei musulmani nei Balcani, ormai da tempo, è tornata alla ribalta delle cronache, anche in Italia. Si tratta di un tema complesso, che tende ad essere sbrigativamente semplificato dall'isteria allarmistica che accomuna, tout court, l'Islam con il terrorismo oppure, per contrasto, da una eccessiva minimizzazione, al limite della negazione, di un problema effettivamente esistente. Il libro La mezzaluna d'Europa - I musulmani nei Balcani dagli Ottomani fino all'Isis (ELS - La Scuola, Editrice Morcelliana, 2016, pp. 154) di Sergio Paini costituisce una risposta ragionata e meticolosamente informata, a come si è sviluppato l’Islam nei Balcani, dalle origini in epoca medievale sino ai giorni nostri.
Il libro di Paini non è un saggio scientifico rivolto alla comunità degli specialisti, bensì è di carattere divulgativo. Si rivolge dunque a quei lettori curiosi che vorrebbero comprendere megliol’evoluzione di un processo religioso, culturale e sociale. Il testo è suddiviso in capitoli che potrebbero essere definiti come schede ragionate che identificano, in maniera autonoma, vari temi sotto il profilo cronologico e per argomento. Dopo una parte di carattere introduttivo, nel quale l’autore ci spiega alcuni concetti chiave relativi all’Impero ottomano ed alla sua secolare presenza nella Turchia d’Europa, ci accompagna verso la scoperta dei popoli, coprendo circa mezzo millennio. In prima battuta Paini tratta il tema dei bosgnacchi
leggi tutto

Niente di nuovo sul fronte socialista?

Michele Marchi - 25.01.2017

Il primo turno della primaria della gauche francese ha certificato la crisi profonda del socialismo francese. Che Benoît Hamon, per tutti il terzo uomo di questa consultazione, negli ultimi sondaggi fosse in rapida risalita era noto. Non si pensava però che riuscisse a piazzarsi al primo posto, sopravvanzando il Primo ministro uscente Valls e “neo-colbertista” Montebourg. Il messaggio lanciato da militanti e simpatizzanti socialisti da questo punto di vista è stato chiaro. Valls si ferma al 31% perché rappresenta la continuità rispetto agli anni Hollande. Montebourg viene eliminato dalla corsa con il suo deludente 17% poiché ritenuto non credibile nel suo riproporre un socialismo anti-globalizzazione piuttosto arcaico. Hamon fa il pieno, soprattutto tra i giovani, perché viene percepito come il volto nuovo, l’outsider (anche se su questo punto si può e si deve discutere) portatore di un mix azzardato di difesa del modello sociale e di una sua innovativa (e utopica) rivisitazione, basti pensare agli accenti ecologisti e alla proposta di reddito universale di cittadinanza.

Due parole vanno però spese sulla partecipazione. La primaria che il 29 gennaio si concluderà con il ballottaggio Hamon-Valls si è aperta con un modesto livello di partecipazione. Bisogna però fare attenzione ad esprimere leggi tutto

Leggi elettorali e "second best"

Luca Tentoni - 14.01.2017

In un recente saggio ("Le nouvel ordre électoral" - ed. Seuil) Hervé Le Bras ci spiega che il tripartitismo francese si è ormai affermato, ma aggiunge che le dinamiche elettorali tendono a premiare maggiormente, laddove si arriva a ballottaggi a due, la destra rispetto alla sinistra e a scapito (pressochè sempre) del FN di Marine Le Pen. Anche se il demografo francese si spinge ad ipotizzare un esito più agevole per l'eventuale sfidante della leader di estrema destra (con una vittoria più ampia se il "competitor" fosse di destra, rispetto ad uno sfidante di sinistra), lo studio mette in chiaro come, in un sistema dove ci sono tre blocchi disposti su un asse ben delineato (in questo caso: sinistra-destra) il soggetto politico che è idealmente in mezzo agli altri due (quindi centrale sul continuum, non necessariamente centrista) è favorito, perchè raccoglie i voti di chi - a sinistra e nel FN - lo considera come il male minore. Esaminando le elezioni del 2012, 2014 e le due tornate amministrative del 2015, Le Bras afferma che "grazie alla sua posizione centrale, la destra ottiene un numero di seggi ben superiore a quello che potrebbe ottenere in rapporto ai voti del primo turno" e aggiunge che "un Fronte Nazionale al 25 o 30% sembra annunciare un lungo periodo di dominio della destra", leggi tutto

Vecchi e nuovi razzismi: Che fare?

Leila El Houssi * - 11.01.2017

Berlino, Istanbul e prima Parigi e Bruxelles sono vittime della spirale di violenza terroristica che da qualche anno si è abbattuta nella nostra quotidianità. A due anni dalla terrificante strage di Charlie Hebdo il coro unanime di condanna che ha coniato l’ormai conosciuto “Je suis“ sembra essere sostituito da una paura crescente che produce inesorabilmente un razzismo diffuso in varie frange delle società cosiddette occidentali.

Un razzismo che tuttavia non nasce all’indomani degli eventi tragici che abbiamo riportato. In realtà, da tempo la minaccia esterna si è posta come capro espiatorio per rinfrancare l’io dominante del razzista che ricostruisce la sua vittima secondo i propri bisogni. In questo quadro l’oppressione che si desidera esercitare è nei confronti dell’arabo musulmano in quanto straniero  che avrebbe superato la presunta soglia di tolleranza. Così dall’indifferenza sostanziale (che già è una forma di rifiuto) nei confronti del migrante trasparente, le nostre società legittimano la “valorizzazione delle differenze biologiche a vantaggio del dominante”. Ne consegue una narrazione zeppa di mito e alibi in cui viene presentata una figura del migrante arabo o dell’arabo europeo che non fa altro che riesporre quell’orientalismo diffuso nell’epoca della colonizzazione ampiamente decostruito a partire dalla fine degli anni settanta da Edward Said e da molti altri intellettuali. leggi tutto

Hollande cala il sipario

Riccardo Brizzi - 07.12.2016

«Un quinquennato si giudica all’inizio e si sanziona alla fine» aveva anticipato nel corso della campagna presidenziale del 2012 il candidato socialista François Hollande. Da presidente in scadenza di mandato ha preferito togliere ogni equivoco. Giovedì scorso, di fronte alle telecamere, ha preso atto della distanza ormai incolmabile con i francesi: « Ho deciso di non candidarmi alle presidenziali » ha dichiarato, visibilmente emozionato, al termine di un discorso di una decina di minuti pronunciato all’Eliseo. Molti osservatori hanno paragonato la rinuncia di Hollande a quella di un altro socialista, Jacques Delors, che l’11 dicembre 1994  annunciò la propria indisponibilità a correre per le presidenziali della primavera successiva. La comparazione tuttavia non può tacere due differenze significative tra questi episodi. Innanzitutto Delors appariva all’epoca il grande favorito della corsa presidenziale, mentre Hollande sconta oggi una crisi di consenso senza precedenti, che avrebbe pregiudicato qualsiasi possibilità di permanenza all’Eliseo. In secondo luogo Hollande ha annunciato il suo rifiuto a candidarsi da presidente in carica ed è la prima volta nella storia della V Repubblica che un capo dello Stato rinuncia a correre per la propria successione al termine di un solo mandato.

 

Il presidente «normale» non è riuscito a guadagnarsi la fiducia dei propri compatrioti, stretto nella morsa leggi tutto

L’Austria vince una battaglia decisiva ma non ancora la guerra

Furio Ferraresi * - 07.12.2016

Alexander Van der Bellen è il nuovo Presidente della Repubblica austriaca. Il candidato indipendente ed ex leader dei Verdi è stato eletto con una maggioranza di voti superiore alle attese (quasi il 54%), sconfiggendo Norbert Hofer (46%), il candidato ultranazionalista del Partito della Libertà (Fpö). È stato possibile giungere a questo risultato dopo un tortuoso percorso elettorale: il primo turno delle presidenziali in aprile, il ballottaggio in maggio, l’annullamento del risultato in luglio per irregolarità nello spoglio delle schede degli elettori residenti all’estero, il rinvio del nuovo ballottaggio, fissato inizialmente in ottobre, a causa della colla, evidentemente di scarsa qualità, impiegata per chiudere le buste destinate ai votanti all’estero e infine il ballottaggio buono del 4 dicembre scorso.

Ha vinto l’Austria europeista, inclusiva e aperta, mentre è stato sconfitto chi avrebbe voluto trasformarla nel primo Paese con un presidente di estrema destra eletto direttamente dal popolo, l’apripista di quell’internazionale del populismo xenofobo che gonfia le vele in tutta Europa. Vienna non entrerà dunque nel gruppo di Višegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), come aveva invece auspicato Hofer in campagna elettorale, richiamandosi a presunte radici culturali comuni ma soprattutto alla necessità di una gestione dell’immigrazione diversa da quella annunciata, leggi tutto