Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
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Argomenti

L’Europa e i rischi della Brexit

Michele Iscra * - 05.04.2017

Non sarà una semplice querelle diplomatica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e non perché durante la sua permanenza Londra abbia dato un grande apporto allo sviluppo di una autentica integrazione europea. Al contrario ha sempre più o meno remato contro: le battaglie della Thatcher contro Delors sono memorabili, ma neppure Blair può essere considerato un vero europeista, basterebbe ricordare la sua politica verso l’Iraq, così debitrice del rapporto privilegiato con Washington.

Sarebbe però semplicistico pensare che l’uscita del Regno Unito dalla UE in fondo non faccia che togliere di mezzo un partner poco convinto e poco disciplinato. Piuttosto si tratta di un passaggio che metterà a nudo una serie di debolezze la cui gestione appare piuttosto problematica.

La prima questione riguarda la riuscita o meno dell’operazione così come è vista dagli strateghi britannici di questa avventura. Detto in termini molto semplificati, a Londra si pensa che sostanzialmente l’interconnessione delle economie al giorno d’oggi sia tale per cui difficilmente si potrà escludere la Gran Bretagna dal rimanere nei vantaggi di un mercato sostanzialmente aperto senza sopportarne i costi in termini di sottomissione ad una autorità di regolamentazione sovranazionale. Chi ha lanciato l’immagine del Regno Unito leggi tutto

Il peso delle parole e il vuoto della politica: a proposito di Europa

Raffaella Gherardi * - 05.04.2017

I concetti sono la più potente arma della battaglia politica: così afferma Reinhart Koselleck, uno dei più illustri esponenti della storia dei concetti (Begriffsgeschichte). E in effetti  la politica dell'era moderna e  la riflessione teorica sulla stessa trovano un precipitato assai importante in parole-chiave che risultano in grado di delineare nuovi orizzonti, carichi di aspettative future.  Anche concetti classici  in occidente quali, per esempio, quelli di  libertà e democrazia, alla luce del progresso tecnico e scientifico dell'età moderna, assumono una valenza progettuale prima sconosciuta, nella misura in cui appaiono in grado di indirizzare la società e la politica verso un futuro pieno di speranza, certamente migliore rispetto al passato e aperto al coraggio del nuovo. L'Uomo moderno insomma non teme il domani, che anzi si appresta a progettare raccogliendone ogni possibile sfida, anche dal punto di vista delle parole stesse della politica che debbono risultare addirittura in grado di orientare il mutamento e la storia.

Alla luce di quanto appena affermato e senza scomodare i tanti odierni cantori della fine della modernità, noi, donne e uomini d'occidente, aventi alle spalle la duratura eredità del moderno, nelle sue tappe più gloriose (dalle grandi rivoluzioni americana e francese in poi), non possiamo leggi tutto

Terremoto in casa socialista

Michele Marchi - 01.04.2017

La campagna elettorale per il voto presidenziale francese è stata dominata, nell’ultima settimana, da due questioni fondamentali.

Da un lato i recenti sondaggi, sulla cui esattezza è sempre meglio essere cauti, fotografano la candidatura socialista di Benoit Hamon come in caduta libera. Praticamente tutti gli istituti lo collocano attorno al 10%, addirittura superato di 4-5 punti dal candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon.

Dall’altro è giunta l’attesa dichiarazione dell’ex Primo ministro Manuel Valls: il 23 aprile Valls voterà per Emmanuel Macron. Considerata la campagna elettorale che sta conducendo il vincitore delle primarie socialiste, tutta orientata a sinistra e con l’obiettivo di portare ad un complessivo riaggiornamento del PS e non certo nella direzione di una moderna socialdemocrazia europea, non c’era da attendersi altro da Valls. Che i rumors siano diventati realtà fa però una certa differenza.

Ebbene queste due evoluzioni possono avere ricadute di una certa rilevanza.

Partendo dalla presa di distanza di Valls dal candidato ufficiale del PS si deve prima di tutto notare che a questo punto il voto del 23 aprile si accompagnerà anche al rischio concreto di implosione del Partito socialista. Risulta difficile pensare a Hamon e Valls, per non parlare di tutti gli ex ministri socialisti che da tempo hanno espresso leggi tutto

Il futuro del presente, ed altre possibilità.

Sulla base delle notizie raccolte e diffuse finora, l'attentato del 22 marzo contro il Parlamento britannico a Londra sembra rientrare nella categoria degli attacchi "ispirati" ma non "organizzati" da organizzazioni internazionali terroristiche, come lo Stato islamico. Saremmo dunque di fronte ad un evento simile a quanto avvenuto nella strage a Nizza il 14 luglio oppure a quella del mercatino di Natale a Berlino, il 19 dicembre 2016. Gli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015 e quelli a Bruxelles del 22 marzo 2016, invece, erano caratterizzati da legami organizzativi più stretti con l'Organizzazione dello stato islamico (IS). La diversità dei collegamenti è proprio uno dei punti di forza dell'Organizzazione dello stato islamico che sfrutta modalità diverse di conflitto: dalla guerra convenzionale, alla guerriglia in terra di Iraq e di Siria, agli attentanti terroristici in Europa, Turchia, Tunisia ed Egitto, fino all'ispirazione di singoli individui a compiere atti terroristici con mezzi tanto semplici quanto letali, sempre in Europa o negli Stati Uniti d'America. Fino a questo punto, dunque, niente di nuovo. Purtroppo.

Molto, invece, si muove in Iraq e in Siria dove la principale organizzazione jihadista, l'Organizzazione dello stato islamico, sta subendo pesanti sconfitte militari sul campo. Nonostante la resistenza sempre più accanita delle truppe di al Baghdadi, le forze irachene leggi tutto

La corsa all'Eliseo: un voto di rottura

Riccardo Brizzi - 22.03.2017

Il confronto televisivo di lunedì scorso tra i cinque principali candidati alle presidenziali francesi ha confermato come il tema dominante della campagna elettorale sia la rottura con il passato. Non è d’altronde una novità assoluta nella storia delle presidenziali. Sotto la V Repubblica il mito del cambiamento costituisce la norma. Non si accede all’Eliseo se non si è disposti a sollevare il vessillo della «rottura».  Il generale de Gaulle lo ha fatto in modo clamoroso, a partire dal 1958.  E da allora ogni ambizione di guidare il paese si è fondata, in qualche misura, sulla volontà di rottura con il passato: Giscard d’Estaing ha messo in soffitta il gollismo, Mitterrand ha posto fine all’associazione tra la V Repubblica e la destra, Chirac ha chiuso la lunga parentesi socialista, il volontarismo di Sarkozy garantiva di interrompere il lungo declino dell’era Chirac, mentre Hollande è arrivato all’Eliseo promettendo di restituire «normalità» a una funzione presidenziale logorata dai cinque anni al passo di carica di Sarkozy.

Nella campagna presidenziale del 2017 tuttavia la carica di «rottura» appare più potente e generalizzata che in passato. Essa non è diretta soltanto contro il presidente uscente – che per la prima volta nella storia della V Repubblica  non si è ricandidato alla propria successione, leggi tutto

La nuova geografia politica olandese e la svolta conservatrice

Dario Fazzi * - 18.03.2017

Diversi osservatori, in Europa e altrove, hanno accolto i risultati delle elezioni olandesi dello scorso 15 marzo con un sospiro di sollievo. L’impatto dell’ondata populista e xenofoba cavalcata nei Paesi Bassi da Gert Wilders e dal suo Partito per la Libertà (PVV) è stato profondo, ma non così destabilizzante come molti ipotizzavano e alcuni persino auspicavano.

 

I liberali del premier uscente Mark Rutte hanno infatti conquistato la maggioranza relativa dei seggi, 33 su 150, affermandosi come primo partito del paese, probabile guida del nuovo governo e principale argine contro la deriva ultranazionalista prefigurata da un’eventuale vittoria di Wilders. Gli elettori olandesi hanno preferito la continuità alla rottura, ma le visioni conservatrici di cui Rutte si è fatto artefice e promotore nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo non hanno trionfato in maniera netta e assoluta. La vittoria del VVD è infatti macchiata da una perdita di consensi rispetto al 2012 di oltre cinque punti percentuali e ben otto seggi in Parlamento, il che comporterà la necessità di ricercare un’alleanza più ampia rispetto a quella uscente per formare un governo stabile e di legislatura.

 

Al secondo posto si è piazzato Wilders, che fino a qualche settimana prima delle elezionii più autorevoli sondaggi accreditavano come principale partito del paese leggi tutto

Eliseo 2017: verso un radicale cambiamento sistemico?

Michele Marchi - 15.03.2017

Jacques Attali ha di recente definito quella in corso la peggiore campagna elettorale della Quinta Repubblica. I segnali di fastidio, al limite dell’intolleranza, nei confronti della classe dirigente politica non mancano e numerosi sondaggi di opinione parlano di un probabile aumento dell’astensionismo. Peraltro i due candidati che, secondo i dati al momento disponibili, dovrebbero accedere al ballottaggio sono definibili, seppur con caratteristiche differenti, “anti-sistema”. Marine Le Pen lo è per definizione, Emmanuel Macron si è costruito questa immagine lanciando il suo movimento En Marche!, uscendo dal governo Valls e infine decidendo di non partecipare alle primarie del PS, partito al quale peraltro non è mai stato iscritto.

In un quadro ancora molto incerto, a cinque settimane circa dal primo turno del 23 aprile, ci si può soffermare a riflettere con un minimo di attenzione su quattro elementi di una certa importanza e che potrebbero determinare le sorti della presidenziale 2017.

Il primo è senza dubbio l’ascesa costante e quasi prepotente della candidatura Macron. Il giovane enarca è, almeno secondo i principali sondaggi, già con un piede all’Eliseo. Non solo certo di passare al ballottaggio, ma negli ultimi rilevamenti è dato di alcuni punti sopra Marine Le Pen già al primo turno. In tutte le simulazioni di ballottaggio, leggi tutto

La diversa velocità della Germania

Gabriele D'Ottavio - 15.03.2017

Nelle ultime settimane gli istituti demoscopici hanno rilevato repentini e consistenti mutamenti nelle intenzioni di voto degli elettori tedeschi. Il mese scorso si è assistito al cosiddetto «effetto Schulz», cioè alla straordinaria rimonta nei sondaggi della socialdemocrazia tedesca (SPD) sull’Unione dei cristiano-democratici (CDU/CSU) guidata da Angela Merkel.Più di recente invece, alcuni sondaggi darebbero il partito euro-critico e anti-immigrati Alternative für Deutschland non più,come solo la settimana scorsa, stabilmente sopra il 10% dei consensi, bensì al di sotto della soglia a due cifre. Non è escluso che tra il presunto recupero della SPD e l’apparente appannamento di AfD vi sia una qualche relazione. Tuttavia, l’attendibilità degli ultimi sondaggi e la plausibilità di eventuali nessi causali tra le diverse variazioni registrate sono ancora tutte da verificare.

Anche la sola parvenza di una maggiore fluidità del voto tedesco è però un dato di cui occorre tenere conto. Si tratta di un dato che si può tranquillamente aggiungere a quelli già sanciti dalle ultime tornate elettorali. Le ultime elezioni politiche nazionali nel 2013 e il più recente voto regionale nel 2016 hanno infatti evidenziato una crescente volatilità elettorale dei cittadini tedeschi, la repentina affermazione di forze politiche portatrici di sfide inedite e capaci di sottrarre consensi ai partiti tradizionali e una leggi tutto

Il voto di Belfast sfida la Brexit

Massimo Piermattei * - 08.03.2017

Per Theresa May, che sta affrontando il non facile compito di condurre la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea ed è impegnata ormai da mesi nel duro confronto con la First minister scozzese Nicola Sturgeon, si apre un nuovo fronte. Stavolta a Belfast, dove le elezioni dello scorso 2 marzo hanno sancito il clamoroso successo del Sinn Féin. Soprattutto in termini di rapporti di forza con l’altro principale partito nord irlandese, il Democratic Unionist Party (il gap tra le due forze politiche è sceso a un solo seggio) e di prevalenza del blocco “nazionalista” su quello unionista – seppur di strettissima misura.

Le elezioni si sono rese necessarie in seguito alle dimissioni dell’esponente di Martin McGuinness, Deputy First Minister per il Sinn Féin, dall’esecutivo che guidava l’Irlanda del Nord, in polemica con la First Minister unionista Arlene Foster sui “Renewable Heat Incentive”, provvedimenti in materia di energia. La particolare autonomia nel Regno Unito del governo nord irlandese si basa,infatti, sul power sharing, cioè la condivisione del potere esecutivo tra i due partiti usciti più forti dalle urne – un escamotage inventato nel 1998, con il Good Friday Agreement, per risolvere l’eterno dualismo tra le forze repubblicane e quelle unioniste e rafforzare così il processo di pace. leggi tutto

L’Olanda alle urne: Il popolo oltre il populismo.

Dario Fazzi * - 22.02.2017

Stando agli ultimi sondaggi, le elezioni che si terranno il prossimo 15 marzo segneranno un momento di svolta per il sistema politico olandese. Le ultime proiezioni, infatti,presentano un quadro piuttosto allarmanteper i due partiti cha al momento guidano la coalizione di governo, i liberali-conservatori del premier Mark Rutte (VVD) e i laburisti del vice-premier Lodewijk Asscher (PvdA). Al declino relativo di VVD e PvdA, che insieme perderebbero oltre il 50% dell’elettorato conquistato cinque anni fa e che passerebbero dagli attuali 79 a circa 37 seggi sui 150 a disposizione in Parlamento, fa da contraltare l’affermazione del leader populista e xenofobo Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà (PVV).

 

Il successo di Wilders è legato in massima parte alle medesime ragioni che hanno consentito la crescita e la proliferazione di forze ultranazionaliste e protezioniste tanto negli Stati Uniti quanto in Europa: una crescente insoddisfazione nei confronti delle élites al potere; il dilagare di un senso di profonda alienazione, politica, sociale e culturale; perduranti difficoltà economiche connesse, soprattutto in alcune aree, a una problematica riconversione postindustriale; la percezione che l’identità nazionale sia messa a repentaglio da un’apparentemente inarrestabile e scarsamente gestibile ondata migratoria; la moltiplicazione dei canali di (dis)informazione che, pur contribuendo a incrementare il livello

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