Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

La svolta politica di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 01.02.2017

A seguito delle dimissioni di David Cameron,la nomina,il 13 luglio 2016, di Theresa May,figlia di un cappellano anglicano del Sussex, a Primo Ministro, ha segnato l’avvio di un nuovo corso della politica del governo conservatore. Secondo le enunciazioni vaghe e retoriche - “to build a stronger economy and a fairer society by embracing genuine economic and social reform” - sinora pronunciate dalla May, la nuova politica viene presentata esplicitamente come divergente dalla piattaforma elettorale del partito con cui il suo leader, Cameron, si era presentato nell’elezione generale del maggio 2015, vincendola con il 36,8% dei voti e assicurandosi il 50,8% dei seggi ai Comuni.

Nel discorso pronunciato il 5 ottobre 2016 alla conferenza del partito e in quello alla Lancaster House del 17 gennaio 2017 la May,procedendo oltre l’affermazione tanto tautologica quanto elusiva“Brexit is Brexit”, il ragionamento svolto dalla premier è, sostanzialmente, incentrato su di una interpretazione del voto referendario che trova scarso supporto, come del resto ogni tentativo di attribuire un unico motivo politico a similivotazioni, per loro natura inadatte a esprimere una direzione politica unitaria su questioni complesse e, piuttosto, tendenti a convogliare in un’espressione di volontà dicotomica aspirazioni o proteste fortemente differenziate. Il referendum, ha dichiarato nel discorso del 5 ottobre, “non è stato solo un voto per ritirarsi dalla EU” ma per “qualcosa di più ampio”, leggi tutto

L’islam europeo dei Balcani

Christian Costamagna * - 01.02.2017
La questione dei musulmani nei Balcani, ormai da tempo, è tornata alla ribalta delle cronache, anche in Italia. Si tratta di un tema complesso, che tende ad essere sbrigativamente semplificato dall'isteria allarmistica che accomuna, tout court, l'Islam con il terrorismo oppure, per contrasto, da una eccessiva minimizzazione, al limite della negazione, di un problema effettivamente esistente. Il libro La mezzaluna d'Europa - I musulmani nei Balcani dagli Ottomani fino all'Isis (ELS - La Scuola, Editrice Morcelliana, 2016, pp. 154) di Sergio Paini costituisce una risposta ragionata e meticolosamente informata, a come si è sviluppato l’Islam nei Balcani, dalle origini in epoca medievale sino ai giorni nostri.
Il libro di Paini non è un saggio scientifico rivolto alla comunità degli specialisti, bensì è di carattere divulgativo. Si rivolge dunque a quei lettori curiosi che vorrebbero comprendere megliol’evoluzione di un processo religioso, culturale e sociale. Il testo è suddiviso in capitoli che potrebbero essere definiti come schede ragionate che identificano, in maniera autonoma, vari temi sotto il profilo cronologico e per argomento. Dopo una parte di carattere introduttivo, nel quale l’autore ci spiega alcuni concetti chiave relativi all’Impero ottomano ed alla sua secolare presenza nella Turchia d’Europa, ci accompagna verso la scoperta dei popoli, coprendo circa mezzo millennio. In prima battuta Paini tratta il tema dei bosgnacchi
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Niente di nuovo sul fronte socialista?

Michele Marchi - 25.01.2017

Il primo turno della primaria della gauche francese ha certificato la crisi profonda del socialismo francese. Che Benoît Hamon, per tutti il terzo uomo di questa consultazione, negli ultimi sondaggi fosse in rapida risalita era noto. Non si pensava però che riuscisse a piazzarsi al primo posto, sopravvanzando il Primo ministro uscente Valls e “neo-colbertista” Montebourg. Il messaggio lanciato da militanti e simpatizzanti socialisti da questo punto di vista è stato chiaro. Valls si ferma al 31% perché rappresenta la continuità rispetto agli anni Hollande. Montebourg viene eliminato dalla corsa con il suo deludente 17% poiché ritenuto non credibile nel suo riproporre un socialismo anti-globalizzazione piuttosto arcaico. Hamon fa il pieno, soprattutto tra i giovani, perché viene percepito come il volto nuovo, l’outsider (anche se su questo punto si può e si deve discutere) portatore di un mix azzardato di difesa del modello sociale e di una sua innovativa (e utopica) rivisitazione, basti pensare agli accenti ecologisti e alla proposta di reddito universale di cittadinanza.

Due parole vanno però spese sulla partecipazione. La primaria che il 29 gennaio si concluderà con il ballottaggio Hamon-Valls si è aperta con un modesto livello di partecipazione. Bisogna però fare attenzione ad esprimere leggi tutto

Leggi elettorali e "second best"

Luca Tentoni - 14.01.2017

In un recente saggio ("Le nouvel ordre électoral" - ed. Seuil) Hervé Le Bras ci spiega che il tripartitismo francese si è ormai affermato, ma aggiunge che le dinamiche elettorali tendono a premiare maggiormente, laddove si arriva a ballottaggi a due, la destra rispetto alla sinistra e a scapito (pressochè sempre) del FN di Marine Le Pen. Anche se il demografo francese si spinge ad ipotizzare un esito più agevole per l'eventuale sfidante della leader di estrema destra (con una vittoria più ampia se il "competitor" fosse di destra, rispetto ad uno sfidante di sinistra), lo studio mette in chiaro come, in un sistema dove ci sono tre blocchi disposti su un asse ben delineato (in questo caso: sinistra-destra) il soggetto politico che è idealmente in mezzo agli altri due (quindi centrale sul continuum, non necessariamente centrista) è favorito, perchè raccoglie i voti di chi - a sinistra e nel FN - lo considera come il male minore. Esaminando le elezioni del 2012, 2014 e le due tornate amministrative del 2015, Le Bras afferma che "grazie alla sua posizione centrale, la destra ottiene un numero di seggi ben superiore a quello che potrebbe ottenere in rapporto ai voti del primo turno" e aggiunge che "un Fronte Nazionale al 25 o 30% sembra annunciare un lungo periodo di dominio della destra", leggi tutto

Vecchi e nuovi razzismi: Che fare?

Leila El Houssi * - 11.01.2017

Berlino, Istanbul e prima Parigi e Bruxelles sono vittime della spirale di violenza terroristica che da qualche anno si è abbattuta nella nostra quotidianità. A due anni dalla terrificante strage di Charlie Hebdo il coro unanime di condanna che ha coniato l’ormai conosciuto “Je suis“ sembra essere sostituito da una paura crescente che produce inesorabilmente un razzismo diffuso in varie frange delle società cosiddette occidentali.

Un razzismo che tuttavia non nasce all’indomani degli eventi tragici che abbiamo riportato. In realtà, da tempo la minaccia esterna si è posta come capro espiatorio per rinfrancare l’io dominante del razzista che ricostruisce la sua vittima secondo i propri bisogni. In questo quadro l’oppressione che si desidera esercitare è nei confronti dell’arabo musulmano in quanto straniero  che avrebbe superato la presunta soglia di tolleranza. Così dall’indifferenza sostanziale (che già è una forma di rifiuto) nei confronti del migrante trasparente, le nostre società legittimano la “valorizzazione delle differenze biologiche a vantaggio del dominante”. Ne consegue una narrazione zeppa di mito e alibi in cui viene presentata una figura del migrante arabo o dell’arabo europeo che non fa altro che riesporre quell’orientalismo diffuso nell’epoca della colonizzazione ampiamente decostruito a partire dalla fine degli anni settanta da Edward Said e da molti altri intellettuali. leggi tutto

Hollande cala il sipario

Riccardo Brizzi - 07.12.2016

«Un quinquennato si giudica all’inizio e si sanziona alla fine» aveva anticipato nel corso della campagna presidenziale del 2012 il candidato socialista François Hollande. Da presidente in scadenza di mandato ha preferito togliere ogni equivoco. Giovedì scorso, di fronte alle telecamere, ha preso atto della distanza ormai incolmabile con i francesi: « Ho deciso di non candidarmi alle presidenziali » ha dichiarato, visibilmente emozionato, al termine di un discorso di una decina di minuti pronunciato all’Eliseo. Molti osservatori hanno paragonato la rinuncia di Hollande a quella di un altro socialista, Jacques Delors, che l’11 dicembre 1994  annunciò la propria indisponibilità a correre per le presidenziali della primavera successiva. La comparazione tuttavia non può tacere due differenze significative tra questi episodi. Innanzitutto Delors appariva all’epoca il grande favorito della corsa presidenziale, mentre Hollande sconta oggi una crisi di consenso senza precedenti, che avrebbe pregiudicato qualsiasi possibilità di permanenza all’Eliseo. In secondo luogo Hollande ha annunciato il suo rifiuto a candidarsi da presidente in carica ed è la prima volta nella storia della V Repubblica che un capo dello Stato rinuncia a correre per la propria successione al termine di un solo mandato.

 

Il presidente «normale» non è riuscito a guadagnarsi la fiducia dei propri compatrioti, stretto nella morsa leggi tutto

L’Austria vince una battaglia decisiva ma non ancora la guerra

Furio Ferraresi * - 07.12.2016

Alexander Van der Bellen è il nuovo Presidente della Repubblica austriaca. Il candidato indipendente ed ex leader dei Verdi è stato eletto con una maggioranza di voti superiore alle attese (quasi il 54%), sconfiggendo Norbert Hofer (46%), il candidato ultranazionalista del Partito della Libertà (Fpö). È stato possibile giungere a questo risultato dopo un tortuoso percorso elettorale: il primo turno delle presidenziali in aprile, il ballottaggio in maggio, l’annullamento del risultato in luglio per irregolarità nello spoglio delle schede degli elettori residenti all’estero, il rinvio del nuovo ballottaggio, fissato inizialmente in ottobre, a causa della colla, evidentemente di scarsa qualità, impiegata per chiudere le buste destinate ai votanti all’estero e infine il ballottaggio buono del 4 dicembre scorso.

Ha vinto l’Austria europeista, inclusiva e aperta, mentre è stato sconfitto chi avrebbe voluto trasformarla nel primo Paese con un presidente di estrema destra eletto direttamente dal popolo, l’apripista di quell’internazionale del populismo xenofobo che gonfia le vele in tutta Europa. Vienna non entrerà dunque nel gruppo di Višegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), come aveva invece auspicato Hofer in campagna elettorale, richiamandosi a presunte radici culturali comuni ma soprattutto alla necessità di una gestione dell’immigrazione diversa da quella annunciata, leggi tutto

La socialdemocrazia al capolinea?

Giovanni Bernardini - 03.12.2016

Ha fatto bene Michele Salvati, nel suo pezzo uscito domenica 27 novembre per “La Lettura”, a esporre la questione nei termini franchi e comprensibili di una metafora sportiva: se la politica odierna fosse un campo di allenamento, assisteremmo all’umiliante spettacolo del più classico “torello” tra due o più destre, con al centro quanto resta della sinistra a rincorrere inutilmente una palla che non riesce nemmeno a toccare. In questa poco invidiabile condizione si trova soprattutto la sfiancata socialdemocrazia europea, che insieme al fiato sta perdendo anche la lucidità. Fuori di metafora, Salvati mostra come sia oggi in corso un “perverso gioco di squadra” tra due destre che si confrontano – ma non disdegnano di cooperare – sin dagli albori del capitalismo moderno: una liberista e liberale, favorevole a una diffusione senza limiti del mercato come unico principio regolatore e ostile all’interferenza dello stato; e una populista, tradizionalista e comunitaria, pronta a convogliare lo scontento e le paure generate dagli eccessi della prima verso la chiusura autoreferenziale, verso l’ostilità nei confronti dell’“altro” e del “diverso”, verso la leggi tutto

Fillon candidato: punto e a capo

Michele Marchi - 30.11.2016

Ridotta all’osso è questa l’indicazione più univoca, ma anche più veritiera, delle primarie della destra e del centro francese. François Fillon parteciperà alla corsa all’Eliseo del 2017 e lo farà contando su una legittimazione giunta da su un voto franc et massif. Le primarie sono state un successo sia perché hanno prodotto un risultato netto - senza possibili polemiche e recriminazioni - sia perché hanno dimostrato la capacità organizzativa della destra post-gollista, sia infine perché hanno ridato dignità all’istituto stesso dell’elezione primaria. Il fatto che si sia imposto il “terzo uomo” (addirittura in certe fasi Fillon era stato presentato come il “quarto” o “quinto” dai sondaggi) e soprattutto che gli oltre quattro milioni di francesi che, a due riprese, si sono mobilitati non si siano fatti condizionare dai sondaggi così favorevoli ad Alain Juppé, getta obiettivamente una luce nuova su un metodo di selezione che, in Italia e Francia in particolare, qualche perplessità l’aveva sollevata. Il grande successo di immagine di queste primarie se è possibile deve essere ulteriormente amplificato considerato da dove si è partiti e cioè dalle “macerie del 2012”, con il partito orfano di Sarkozy, dilaniato dalla lotta intestina Copé/Fillon e poi gravato dai guai finanziari e giudiziari legati proprio all’ultima campagna presidenziale dello stesso Sarkozy, leggi tutto

Primarie a destra: l'Italia non è la Francia

Luca Tentoni - 26.11.2016

Per la prima volta, i partiti del centrodestra francese stanno facendo scegliere agli elettori il proprio candidato all'Eliseo. Il primo turno di votazione si è svolto domenica 20 novembre. Accedono al ballottaggio François Fillon e Alain Juppé; l'ex Capo dello Stato Nicolas Sarkozy, invece, è giunto al terzo posto, quindi è rimasto escluso dal secondo turno (rimandiamo, per un approfondimento, all’articolo di Michele Marchi per Mentepolitica del 23 novembre scorso: "Primarie francesi 2016: un ciclone Fillon" (http://www.mentepolitica.it/articolo/primarie-francesi-2016-un-ciclone-fillon/1034). La partecipazione al voto è stata elevata (circa 4 milioni di elettori) anche considerando che si trattava della prima esperienza di elezioni primarie per questa area politica (i socialisti, invece, hanno adottato da anni questo metodo di selezione). Da tempo, in Italia ci si chiede se quel che resta della CDL sia in grado di organizzarsi non solo per costituire una coalizione o (cosa più difficile, se non impossibile) un "listone unico" da presentare alle elezioni, ma anche se sia possibile dar vita a "primarie" aperte agli elettori di area. Le difficoltà non sono di carattere organizzativo (o lo sono solo marginalmente) perchè il nodo è politico. In primo luogo, bisognerebbe stabilire se tutti i candidati sarebbero disposti ad accettare (come in Francia è avvenuto) di riconoscere il risultato sia pure in presenza di quel 23% di votanti leggi tutto