Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Merkel, gli Stati Uniti e una questione di fiducia

Giovanni Bernardini - 31.05.2017
Zbigniew Brzezinski

Chissà se, tra un decennio o due, il discorso tenuto da Angela Merkel di fronte a 2.500 militanti dell’Unione Cristiano Sociale a Monaco di Baviera verrà insignito dell’aggettivo “storico”, per essere ricordato come“il giorno in cui la Cancelliera ha esortato definitivamente gli europei a prendere il loro destino nelle loro mani”. Chissà se sotto alla consueta patina della retorica si nasconde già un messaggio destinato a testimoniare una svolta della politica tedesca e a incoraggiarne un’altra simile presso gli alleati. O al contrario, chissà se quegli accenti oggi rilanciati dai giornali di mezzo mondo verrannoridimensionati a una manifestazione contingente di insoddisfazione; o ancora a un artificio volto a toccare le corde giuste di un elettorato, quello bavarese, che ama poco i toni generalmente più misurati della Cancelliera. Arrischiarsi nel vaticinio è da sempre uno dei più grandi pericoli in cui incorrono gli analisti politici di ogni sorta, salvo poi confidare nella scarsità di memoria storica che affligge i nostri tempi.

 

Chi conosce la storia del tutto peculiare del legame che intercorre tra la Germania (prima Occidentale, poi unita) e gli Stati Uniti a partire dal 1945, sa bene come i cicli di disaccordo e incomprensione si siano alternati alla riconciliazione e alla collaborazione, ma sempre sulla base di un rapporto fiduciario fondamentalmente ininterrotto. Le radici di quest’ultimo sono da ricercare nella svolta dell’immediato dopoguerra, quando un paese devastato, sconfitto e fino a pochi prima simbolo di ogni Male della storia divenne rapidamente la nuova pietra angolare del sistema politico-economico-militare transatlantico contrapposto all’Unione Sovietica e all’espansione della suaegemonia sul continente. È certamente possibile affermare che tutto questo non sarebbe avvenuto senza l’esplicito volere di Washington, imprescindibile per superare le resistenze dei tanti “alleati” (per non parlare dei “nemici”) che guardavano con occhio preoccupato a una tanto repentina riabilitazione tedesca.

 

Un filo mai spezzato lega le giornate del “blocco di Berlino” del 1948-1949 e la nascita subito dopo della Repubblica Federale Tedesca all’appoggio incondizionato che gli Stati Uniti dell’amministrazione Bush padre diedero ai progetti di rapida riunificazione tedesca nel 1990, di nuovo contro i dubbi e i timori di tanti alleati europei. Nella ricca iconografia della Guerra Fredda, quel rapporto tra i due paesi doveva essere interpretato come la sfida accettata e infine vinta per i “cuori e le menti dell’umanità” a partire da dove, in Germania, si era manifestata per prima l’inconciliabilità dei progetti statunitensi e sovietici per il dopoguerra. Ciò non significa che i decenni intercorsi tra i due eventi non fossero punteggiati da crisi e tensioni. È quanto accadde attorno alla Ostpolitik del Cancelliere Brandt dalla fine degli anni ’60, interpretata come un azzardo “a cuor leggero” da Washington, e da Bonn come la necessità di un corso più autonomo nel perseguire il proprio interesse nazionale. O dieci anni più tardi, quando il Cancelliere Schmidt e il Consigliere per la Sicurezza Brzezinski (recentemente scomparso) vennero quasi alle mani durante una discussione a porte chiuse sul dispiegamento di nuovi armamenti nucleari, separati soltanto dal Presidente Carter. Eppure, non c’è governo tedesco occidentale che non abbia interpretato come primo obiettivo di politica internazionale la conciliazione tra gli interessi in Europa e la relazione “speciale” con gli alleati e protettori oltre Atlantico, a prescindere dalle antipatie per i leader statunitensi del momento (come fu il caso di Reagan) o per specifiche scelte di politica internazionale.

 

L’ipotesi che qualcosa abbia iniziato lentamente a cambiare dagli anni ’90 è ormai da tempo materia di una discussione tra storici e analisti politici a cui nemmeno Mente Politica si è sottratta (http://mentepolitica.it/articolo/a-oequestione-tedescaa-2-0/462). Negli alti e bassi del post-11 settembre 2001, in particolare, divergenze fondamentali sono maturate tra la nuova Germania e gli Stati Uniti della “guerra al terrore”, con il punto più basso raggiuntoin occasione del rifiuto di partecipare all’invasione dell’Iraq e il dibattito che lo accompagnò nella società tedesca sulla revisione dei valori e delle priorità nazionali. Tutto questo a fronte di una palese diversione di interesse statunitense dall’Europa verso altre aree del mondo, Asia in primis, che soltanto lo stile del Presidente Obama e l’apprezzamento europeo per molti aspetti del suo operato in patria hanno mascherato negli ultimi anni. Certamente lo scarso prestigio di cui Trump godein Europa dalla sua elezione, e che i più recenti avvenimenti fino al G7 di pochi giorni fa hanno solo aggravato, riveste una parte rilevante nelle esternazioni di Merkel. Eppure, in prospettiva storica l’affermazione di un Cancelliere tedesco secondo cui è finito il tempo in cui gli europei potevano fare affidamento su “altri” non può non destare l’attenzione collettiva, al punto da spingere un vecchio rappresentante statunitense presso la NATO (Ivo H. Daalder) a dichiarare: “Sembra di essere alla fine di un’era in cui gli Stati Uniti guidavano e l’Europa seguiva […]. Oggi gli Stati Uniti hanno preso una direzione su alcune questioni chiave che sembra andare in senso diametralmente opposto a quella intrapresa dall’Europa. I commenti di Merkel sono la presa d’atto di questa nuova realtà.

 

C’è dunque margine per ritenere davvero che gli avvenimenti di questi giorni e la loro interpretazione proposta da Angela Merkel segnino una svolta significativa della politica tedesca verso una leadership europea consapevole dei costi e delle opportunità che essa comporta, e verso un non episodico allentamento del vincolo transatlantico? È lecito sospendere il giudizio. Ma anche derubricare le ragioni di incomprensione e “sfiducia” a mero incidente nei rapporti bilaterali sarebbe una dimostrazione di scarsa comprensione delle tendenze profonde che si stanno consumando da più di due decenni, e di cui sia le scelte dell’Amministrazione Trump sia le rigide risposte europee sono molto più la manifestazione che la causa.