Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Per un "nuovo umanesimo europeo": a proposito dell'utopia di Francesco.

Raffaella Gherardi * - 14.10.2017

L'importanza del discorso tenuto da Papa Francesco di fronte alla comunità accademica dell'Alma Mater Studiorum, che lo ha incontrato in Piazza San Domenico, nella sua ultima visita a Bologna (domenica, 1 ottobre), non è sfuggita ai commentatori più attenti, che ne hanno messo in luce aspetti e indirizzi teorico-progettuali diversi e profondi. Larga eco ha trovato, per esempio, la proposta di Francesco affinché il diritto alla cultura, il diritto alla speranza, il diritto alla pace, possano rappresentare la concreta prospettiva di una nuova progettualità da mettere in campo e alla quale i giovani possano essi stessi indirizzarsi. Particolare attenzione, da parte di alcuni commentatori, è stata rivolta soprattutto al forte richiamo fatto dal Papa allo ius pacis, il che segnerebbe, stando a qualche commento, una vera e propria svolta e l'assoluta archiviazione di ogni possibile giustificazione della guerra o della cosiddetta teoria della guerra giusta. E in effetti l'invocazione da parte di Francesco allo «ius pacis come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza» e il ribadito appello e monito «mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri», giungono dopo aver chiamato in causa, contro le presunte  «ragioni della guerra», importanti testimoni del secolo leggi tutto

Theresa May o Boris Johnson?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 11.10.2017

Il recente discorso di Theresa May alla conferenza del partito conservatore, definito dai media “catastrofico”, “disastroso”, “un incubo”, non sembra poter essere, di per sé, la ragione sufficiente di una caduta precipitosa dalla leadership del partito. A parte la tosse e alcuni piccoli incidenti che hanno costellato lo sfortunato discorso, la retorica della prima ministra appare in tutto simile a quella dei precedenti discorsi, che pure hanno strappato applausi entusiastici dal partito e solenni elogi dalla stampa, soprattutto quella favorevole al “leave”, in testa il “Daily Telegraph”: le stesse reiterate affermazioni di poter garantire la necessaria “strong and stable leadership”, sostanzialmente auto-elogiative, pronunciate con la stessa enfasi, le stesse promesse di poter realizzare il grande successo della “brexit”, di portare il Regno Unito a una “nuova era” di felicità e di grandezza, di voler creare una società “che funziona per tutti” e specie per gli “ordinary working people”, senza mai spiegare con quali strumenti questi risultati verrebbero assicurati. In realtà la reazione di alcuni colleghi di partito e –sembra – di gabinetto, secondo i quali sarebbe giunto il tempo per Theresa May di mettersi da parte, appare già maturata da tempo, almeno dall’esito deludente della “snap election”, e il discorso sembra leggi tutto

Il quadro politico catalano

Mauro Milano * - 11.10.2017

L’indipendenza della Catalogna dal resto della Spagna è piena di incognite. È un progetto politico che ha unito, negli ultimi anni, visioni molto diverse. Il blocco sovranista non potrebbe essere più eterogeneo: va dal centrodestra liberale alla sinistra radicale. Abbraccia la politica tradizionale ma anche la società civile. Un’idea fissa tiene insieme tutte queste posizioni: la creazione della nuova repubblica catalana. 

Quello del 1° ottobre non è stato il primo referendum per la secessione. Dopo due tentativi, anch’essi illegali, nel 2009 e 2014, si è voluta dare una connotazione referendaria alle elezioni “autonomiche” del 27 settembre 2015. Tanto che la forza di governo lo sottolinea persino nella sua denominazione: Junts pel Sí, “insieme per il Sí (all’indipendenza)”. Questa Grande Coalizione alla catalana comprende quattro partiti e nove associazioni impegnate per la salvaguardia dell’identità locale o nella causa indipendentista. Si tratta di un elemento che differenzia la Catalogna dal resto della Spagna, poco incline al cartello elettorale. Di un insolito colore verde acqua, si regge sull’accordo tra i due più grandi partiti locali. 

L’azionista di maggioranza della “candidatura civica” JxSí oggi si chiama Partit Demòcrata Europeu Català – PDeCat, ma dal 1974 al 2016 è stato leggi tutto

Choc Germania

Paolo Pombeni - 27.09.2017

Che le elezioni tedesche avrebbero potuto rappresentare un tornante lo si diceva da molte parti. Per lo più però ci si aspettava un tornante positivo: una buona riconferma di Angela Merkel che la incoronasse guida, insieme a Macron, della riscossa dell’Unione Europea. Qualche calo del suo partito era atteso, così come una non brillante performance socialdemocratica e un certo successo dell’estrema destra. Non però nei termini in cui tutto è accaduto, cioè una pesante perdita della CDU/CSU che va sotto di più di 8 punti, una debacle della SPD che si ferma ad un risultato al 20,5%: per entrambi il peggior risultato dal dopoguerra. In contrapposizione il nuovo partito populista, Alternative für Deutschland, balza al 12,6% e diventa il terzo partito al Bundestag.

Ma se si vuole vedere la realtà fino in fondo non bisogna fermarsi a questi dati. Teniamo conto che una volta di più dal dopo unificazione la Germania si conferma come un sistema saldamente multipartitico, con buona pace di quei politologi che quasi fino agli anni Novanta esaltavano il sistema quasi bipolare della BRD coi suoi tre partiti storici, i due grandi CDU/CSU e SPD, e il piccolo partito liberale FDP sempre sull’orlo di non superare la soglia di sbarramento leggi tutto

La via particolare della Germania verso le elezioni

Gabriele D'Ottavio - 13.09.2017

Nella riflessione storico-politicasullaGermania emergono continuamente gli interrogativi su una sua presunta «via particolare». La campagna elettorale a cui stiamo assistendo, per esempio, presenta caratteristichemolto diverse da quelle che hanno contraddistinto gli ultimi appuntamenti elettorali in paesi come Olanda, Francia o Gran Bretagna. Quel che colpisce è l’intensità straordinariamente bassa del confronto politico. Molti osservatori l’hanno definita una campagna elettorale sonnolenta o addirittura soporifera. Sono varie le ragioni che possono aiutare a spiegare questo fenomeno e tutte rafforzano l’idea di un presunto «eccezionalismo» tedesco. Anzitutto, va considerata la questione della contendibilità del voto e, più precisamente, la prospettiva di un esito che a questo punto appare abbastanza prevedibile, almeno per quel che riguarda il nome di chi guiderà la Germania nei prossimi quattro anni. Da diverse settimane tutti i principali istituti demoscopici danno Angela Merkel in netto vantaggio sullo sfidante Martin Schulz. Lo scarto attualmente stimato tra i cristiano-democratici e i socialdemocratici oscilla tra i 17 e i 13 punti percentuali, con i primi che vengono dati attorno 37/38% e i secondi attorno al 21/22%. La cautela è d’obbligo quando si parla di sondaggi. Ricordiamoci dell’effimero «effetto Schulz» che durò lo spazio di alcune settimane. E da qui al 24 settembre non si possono leggi tutto

Limiti e risorse della "Grande coalizione" all'italiana

Luca Tentoni - 09.09.2017

Mentre in Germania si attende il voto del 24 settembre per sapere se sarà confermata al governo del Paese la "Grosse Koalition" fra i democristiani della Merkel e i socialdemocratici di Schulz, in Italia i due possibili alleati di una maggioranza consimile provano a mantenersi distanti: un po' per l'approssimarsi delle elezioni siciliane (che vedranno contrapporsi il candidato del Pd a quello del centrodestra unito), un po' perchè nessuno può dare per scontata oggi un'intesa "necessitata" che si concretizzerebbe eventualmente dopo le elezioni generali di marzo (con più che probabili durissime reazioni della Lega: Salvini, se escluso dall'accordo Berlusconi-Renzi, denuncerebbe il "tradimento" del Cavaliere). Inoltre, soltanto accennare all'eventualità di un'alleanza Pd-Ap-FI farebbe "fuggire" una parte dell'elettorato "di frontiera": da una parte, verso Mdp e sinistra; dall'altra, verso Lega e FdI. Secondo i sondaggi più recenti, oggi i tre partiti avrebbero complessivamente circa il 44% dei voti, contro il 47,2% ottenuto nel 2013 da Pd e Pdl. Con una buona campagna elettorale, Berlusconi, Renzi e Alfano potrebbero riuscire a raggiungere quota 47, ma la conquista della maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere non sarà né scontata, né facile. I possibili protagonisti italiani della "Grande coalizione" si presentano alle elezioni politiche con alcuni problemi "strutturali" leggi tutto

Macron presidente: quattro mesi e luna di miele finita?

Michele Marchi - 06.09.2017

Non si è ancora concluso il primo “quadrimestre”ed Emmanuel Macron è già crollato nel gradimento dei francesi. O almeno così recitano i sondaggi che hanno accompagnato la rentrée 2017. Sembrano un lontano ricordo, le luci del Carousel du Louvre della sera del 7 maggio scorso, ma anche il 64% di gradimento del dopo elezioni legislative. In due mesi esatti Macron ha battuto entrambi i suoi due predecessori. A fine agosto 2007 Sarkozy poteva vantare ancora un invidiabile 69% di gradimento. Mentre Hollande nel 2012 navigava attorno al 54%. Come spiegare il 40% di gradimento del giovane presidente? Commentatori e sondaggisti si stanno accanendo in mille elucubrazioni. Le motivazioni più citate riguardano errori di comunicazione e scarsa azione pedagogica nello spiegare le riforme che l’esecutivo ha avviato. In molti puntano poi il dito contro la cosiddetta “dittatura dell’urgenza”, in base alla quale un’opinione pubblica sempre più informata ma anche sempre più disincantata, pretenderebbe soluzioni rapide per problemi in realtà complessi e stratificati. Insomma, secondo la logica dei rapidi entusiasmi, seguiti da altrettanto veloci disillusioni. Tutto plausibile, ma forse qualche indicazione sistemica in più il “crollo” di gradimento la offre.

Prima di tutto si è parlato molto, nel corso della lunga sequenza elettorale francese, di superamento del clivage sinistra/destra e della leggi tutto

Nuovo approccio dell’Unione europea alla resilienza: possibili implicazioni per la società civile

Lucia Conti * - 06.09.2017

In giugno 2017 l’Unione europea (UE) pubblica la comunicazione sulla resilienza: “Un approccio strategico alla resilienza nell’azione esterna dell’UE”, che integra la precedente comunicazione del 2012: “Imparare dalle crisi sulla sicurezza alimentare” allo scopo di riadattare l’azione esterna alle nuove sfide globali.

 

Il concetto di resilienza, desunto dalla fisica, è oggetto di molte discipline. Al di là della definizione diffusa di: “adattamento positivo nonostante le avversità”, i ricercatori concordano che può assumere sfaccettature ed implicazioni diverse a seconda dei contesti in cui viene applicata: individui, famiglie, comunità e culture.

 

Il concetto è relativamente nuovo nella cooperazione allo sviluppo e nella comunicazione del 2012 viene collegato alla sicurezza alimentare e nutrizionale e definito come: “L’abilità dell’individuo, del nucleo familiare, della comunità, di un paese o di una regione di far fronte, adattarsi e ristabilirsi da stress e shock”. La novità della comunicazione del 2017 è l’approccio sistemico che vede il sistema sociale come un organismo capace di integrare e orientare le sue componenti interconnesse verso finalità comuni. Obiettivi e strategie vengono quindi ridefiniti. Oggetto primario dell’azione leggi tutto

Settembre andiamo …

Paolo Pombeni - 02.09.2017

Le reminiscenze scolastiche sono dure a morire e dunque ogni settembre torna alla mente la poesia di D’Annunzio: “settembre, andiamo, è tempo di migrare …”. Il ricordo sottolinea quell’andamento del tempo mutuato sulla scuola per cui in effetti a settembre sembra che ricominci tutto dopo quella che dovrebbe essere la pausa estiva.

Così è anche per la politica, che in agosto in genere non va completamente in vacanza perché si esercita a prepararsi il terreno per la ripresa autunnale, ma che comunque è attesa alla prova di quello che, almeno sulla carta, potrebbe essere un nuovo inizio. Quest’anno se non sarà un nuovo inizio ci si attende quanto meno una certa svolta, perché le scadenze che ci si parano davanti non sono davvero né poche né modeste.

Cominciamo da quella che potrebbe apparire la più lontana dai nostri problemi immediati. Il 24 settembre si voterà in Germania. I pronostici danno per certa la vittoria della Merkel e del suo partito, ma bisognerà vedere l’ampiezza del successo. A prescindere da questo, se non ci saranno sorprese sconvolgenti, la riproposta incoronazione della Cancelliera aprirà una nuova fase nella vicenda dell’Unione Europea. In probabile tandem con Macron verrà preso in mano lo spinoso dossier della necessaria riforma della UE: leggi tutto

Il disarmo nucleare globale è a portata di mano, ma dipende tutto dall’Olanda

Dario Fazzi * - 05.08.2017

Lo scorso sette luglio i paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno firmato un trattato che li impegna ad astenersi dallo sviluppo, dalla sperimentazione, dalla produzione, dall’acquisto, dal possesso e dall’accumulo di armi nucleari. Si tratta del primo vero e proprio accordo legalmente vincolante volto a mettere al bando in maniera permanente le armi nucleari, inclusi gli arsenali atomici già presenti sulla scena internazionale. L’ambizioso trattato è il risultato più rilevante di oltre un decennio di campagne promosse da vari gruppi transazionali e non governativi quali il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa,l’ICAN, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, PAX, un’organizzazione a carattere ecumenico erede di quel Comitato Interconfessionale per la Pace che fu tra i gruppi più attivi nelle proteste contro gli Euromissili dei primi anni Ottanta, ma anche da leader religiosi, politici, scienziati e accademici provenienti da ogni parte del mondo.

 

L’ambizione e la portata del trattato lo rendono un esempio pressoché unico nella lunga storia dei negoziati nucleari. Uno dei principali obiettivi dell’accordo, infatti, è quello di superare leggi tutto