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20 luglio 2019
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Muri e muretti: la “legittimazione a governare” fra Prima e Seconda Repubblica

Luca Tentoni - 26.05.2018
Nicolas Dupont-Aignan

Una delle principali caratteristiche della Seconda Repubblica è stato il superamento della “conventio ad excludendum”, cioè del perimetro politico al di fuori del quale c'erano partiti (compreso il Pci, il quale era però nell’”arco costituzionale” e che – non più considerato antisistema - rientrò parzialmente in gioco nel 1976-’79) che mai avrebbero potuto entrare organicamente in un governo. Fu con le elezioni del 1994 che An (Msi) e la Lega entrarono nella "stanza dei bottoni" con propri ministri di peso. I missini stavano portando a compimento la loro marcia verso Alleanza nazionale, in un percorso di evoluzione verso una destra "di sistema e di governo". Il Carroccio, invece, manteneva le proprie parole d'ordine (nel 1996, conclusa l'alleanza con Forza Italia e finita anche l'esperienza del sostegno al governo Dini, Bossi sarebbe arrivato a chiedere la secessione del Nord) ma, nel contempo, conquistava posizioni di rilievo nelle istituzioni (come la presidenza della Camera, affidata alla giovane deputata Irene Pivetti). La Lega "di governo" durò poco, a livello nazionale (sette mesi con Berlusconi, più l'anno di appoggio a Dini) ma in ambito locale la presenza del Carroccio nelle amministrazioni comunali, regionali e provinciali - già forte a partire dal 1990 - divenne ancora più robusta e capillare. Paradossalmente, però, si passò da un sistema nel quale c'era un muro invalicabile fra le forze "legittimate a governare" (o ad avvicinarsi all'obiettivo, pur senza raggiungerlo, come il Pci, fatta eccezione per il periodo 1976-'79, in circostanze particolari e senza ministri comunisti nei governi Andreotti) e le altre ad un modello rigidamente bipolare che, soprattutto nel primo decennio del Duemila, ha bloccato od ostacolato (anche grazie al sistema elettorale) la nascita e lo sviluppo di terze forze e di terzi poli, rinchiudendo l'alternativa di governo e la dialettica politica nella competizione fra centrosinistra (Unione) e centrodestra (Cdl). La lunga transizione non inizia, in realtà, con il 2013 e con l'arrivo in Parlamento del M5s, ma matura progressivamente fra il 2008 e il 2011, quando, nell'ordine, le due coalizioni escludono alcuni tradizionali alleati (a sinistra, socialisti e comunisti; a destra, l'Udc) per rendere ancora più stretto ed esclusivo il nuovo "club bipolare"; poi, nel 2010, quando Fini esce dalla Cdl e infine, nel 2011, quando si crea da un lato una sorta di raggruppamento centrista moderato (Udc-Fli) non riconducibile ai due poli dominanti, nasce un governo tecnico il cui presidente (Monti) diverrà in seguito l'ispiratore di una nuova lista alternativa alle principali (Scelta civica) e, nel contempo, si sviluppano forme nuove di declinazione del centrosinistra (la stagione "arancione" culminata con la vittoria di Pisapia a Milano) e si fa strada un movimento (inizialmente costituito da delusi della politica e, nelle zone rosse, da fasce di elettorato prevalentemente provenienti da esperienze di sinistra), il M5s. Già al momento di convocare i comizi elettorali per il voto del 2013, il panorama politico fondato sull'"esclusiva bipolare" centrodestra-centrosinistra è sfidato da due nuovi soggetti politici: uno di centro, moderato e liberale; uno antisistema, dalla composizione elettorale, geografica e sociale già più variegata rispetto agli esordi. Così come, nel '94, è venuta meno l’antica muraglia della "conventio ad excludendum", nel 2013 è il “nuovo muro” del bipolarismo a subire un colpo decisivo. Durante la Seconda Repubblica e fino al 2013, infatti, la regola del sistema politico prevede governi formati dai partiti della coalizione vincitrice alle elezioni (eventualmente col supporto - mai ad inizio legislatura - di forze uscite dal polo opposto). I partiti sono tutti legittimati a governare, purché però accettino di far parte di uno dei due “recinti coalizionali” maggiori (o di passare dall’uno all’altro). La circostanza della "coabitazione forzata" del 2011-2013 fra Pd e Pdl non è che il preludio alla scomposizione dei poli che avverrà nel 2013, col Pd al governo e Sel all'opposizione, col Pdl in maggioranza e Lega-FdI fuori (senza contare che - dei nuovi poli - uno va al governo, quello centrista, e uno - il M5S - assume di fatto la guida dell'opposizione). Anche nel 2013 si conferma la regola secondo la quale le forze presenti in Parlamento sono tutte legittimate a governare: inizialmente, infatti, Bersani cerca di formare un governo dialogando (invano) anche con il M5s. Ma sono i Cinquestelle a volersi "chiudere fuori". Intanto, svanito il bipolarismo (e affievolita la leadership di Forza Italia in un centrodestra in ristrutturazione), si afferma un sistema basato su due partiti (Pd, M5S) e un'area eterogenea e divisa (il centrodestra). La riforma elettorale del 2017 appare ad alcuni come il tentativo di formalizzare la distinzione fra forze di governo e forze antisistema, cercando di creare le condizioni per escludere queste ultime dall'accesso al governo. Ma il M5S - che nel frattempo ha un insediamento territoriale tale da finire per avvantaggiarsi con le nuove regole del gioco - e Lega e FdI (indispensabili non solo per tentare di far vincere le elezioni al centrodestra, ma addirittura per evitare che l'ex Cdl si disperda, balcanizzata e marginalizzata di fronte ad un ipotetico dualismo Pd-M5S) tornano in gioco, aspirando al governo, con un messaggio multiforme ma con tratti "antiestablishment" simili a quelli che hanno portato i candidati Mélenchon (La France Insoumise), Le Pen (Front National) e Dupont-Aignan (Debout la France) a sfiorare complessivamente il 46% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali francesi (la differenza con l'Italia, però, è che i due principali leader e i rispettivi partiti d'Oltralpe sono incompatibili fra loro, quindi a Macron è riuscita l'operazione che lo ha portato all'Eliseo, cosa che forse in Italia sarebbe stata molto più difficile, a giudicare dalle convergenze di elettori di destra sui candidati pentastellati ai ballottaggi delle elezioni comunali e che, in caso di permanenza dell'Italicum, avrebbe potuto persino, probabilmente, far vincere il premio di maggioranza alla Camera - al secondo turno - al M5S, in una sfida col Pd). L'esito del voto del 4 marzo 2018, infine, ha determinato una situazione nella quale quasi ogni incompatibilità sembra superata. Non quella fra Cinquestelle e Forza Italia (anche se i primi hanno eletto presidente del Senato un'esponente degli "azzurri") o fra M5S e Pd (c'è però anche qui da osservare che un'ala dei Democratici non è stata del tutto ostile ad un eventuale confronto con i Cinquestelle durante la crisi di governo). Alla fine, la maggioranza “gialloverde” di queste settimane scaturisce dalla spaccatura del polo di centrodestra (come nel 2013: stavolta, andando al governo, ne è di fatto uscita la Lega, come allora Forza Italia) per dar vita ad una "grande coalizione" di segno opposto (sul piano della politica economica e dei rapporti con l'Europa) rispetto a quella guidata da Letta cinque anni fa. Secondo alcuni osservatori, i partiti alleati al governo (M5S e Lega) potrebbero avere la tentazione di costituire una nuova "conventio", stavolta contro le forze europeiste. Si tratterebbe di una nuova versione, un nuovo "cleavage" che sostituirebbe quello bipolare centrodestra-centrosinistra del periodo 1994-2008. Ma, entrando in questo campo - per di più, ad un anno dalle elezioni europee, dove ogni partito "correrà da solo" e sarà inevitabilmente in competizione con tutti gli altri - si sconfina nella lettura del futuro, cioè in previsioni e scenari di fronte ai quali l'analista politico deve fermarsi.