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20 luglio 2019
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L’Italia nel gorgo europeo

Michele Iscra * - 16.06.2018
Nave Aquarius

La gestione della questione dei migranti raccolti dalla nave Aquarius ha avuto l’andamento di una telenovela, più che non quello di una seria questione riguardante un’emergenza storica. E non è solo stata colpa dei nuovi governanti italiani, che hanno più che altro mostrato la loro incapacità di capire quanto la faccenda avesse risvolti che andavano ben al di là dei temi cari al sovranismo di casa nostra.

Che Salvini non comprendesse bene la delicatezza della faccenda era scontato e del resto non gli interessava farlo. Per un leader tutto chiacchiere e televisione era troppo ghiotta  l’occasione di mostrarsi nelle vesti del nuovo politico che sa decidere quel che gli altri non hanno saputo fare. Non è la decisione in sé a destare stupore, perché alla chiusura dei porti per mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità si era già pensato da parte del governo precedente. Quel che ha fatto i guai è l’averla gestita a suon di smargiassate, sino al punto da esautorare di fatto il presidente del Consiglio e il ministro degli esteri, costretti poi a seguire la linea che era stata loro imposta.

Quel che neppure l’astuto Salvini poteva prevedere era che alcuni esponenti del governo francese, incluso il presidente Macron, fossero pronti a seguirlo sul suo terreno (mentre i vertici maltesi se ne sono ben guardati). Si può capire che Macron e i suoi avessero l’obiettivo di fare anch’essi un po’ di populismo a buon mercato per recuperare consenso a sinistra, ma qualcuno avrebbe potuto spiegare loro che così avrebbero compattato l’opinione pubblica nazionale intorno alle intemerate del leader della Lega. Sembra che perfino il Quirinale si sia trovato a doversi schierare a tutela della dignità del nostro paese, stupidamente offesa dal gallismo d’oltralpe.

Alla fine tutto è stato rappattumato, seppure malamente. Malamente, perché in realtà Salvini è riuscito, come si sarebbe detto in altri tempi, a far esplodere le contraddizioni interne alla UE. Ma qui viene il bello (bello si fa per dire): davvero all’Italia conviene questo scenario che si è aperto?

D’accordo, Macron fa finta di non avere mai detto cose offensive sull’Italia, Conte lo prende per buono, si farà l’incontro a due a Parigi, come se ne faranno a Berlino,Londra, ecc. Ma quel che è successo non verrà dimenticato e vale la pena di elencarlo.

Punto primo: tutti hanno visto che Salvini ha un peso politico determinante e che né Di Maio, né Conte, né i ministri tecnici sono in grado di arginarlo (dopo aver fatto politica estera in senato è corso a fare politica economica alla Confcommercio …). Significa che tutti sanno che se c’è bisogno di scatenare qualche incendio si sa a chi rivolgersi, ma che, d’altra parte, non si può far conto sulla capacità politica di alcune figure chiave dell’attuale governo.

Punto secondo: le mosse attuali del governo italiano hanno fatto in modo che si mettesse in difficoltà la cancelliera Merkel, che, già reduce da un percorso postelettorale non esattamente brillante, si trova ora alle prese con le velleità di attacco alle spalle da parte del leader della CSU Seehofer a cui ha dovuto dare il ministero degli interni (per certi versi tutto il mondo è paese). Salvini può pensare che grazie a quello che gli sembra un ottimo rapporto con Seehofer e col premier austriaco Kurz lui possa far parte del “grande gioco”, ma non è così. Quelli lo useranno fin che servirà loro e poi lo abbandoneranno, perché è l’asse del Nord ciò che interessa Baviera e Austria e in quello poteva avere un ruolo la vecchia Lega di Bossi, non quella nuova di Salvini.

Punto terzo: Macron dovrà rivedere le sue ambizioni di essere il regista del rinnovamento dell’Unione Europea in partnership con la Merkel, perché per giungere almeno parzialmente al suo obiettivo avrebbe bisogno di un consesso governabile, il che non è, sia per l’ormai evidente sfrangirarsi dei nazionalismi interni, sia per la debolezza della guida delle istituzioni comunitarie. Ciò lo mette in una posizione difficile non per un futuro lontano, ma per le elezioni europee del prossimo anno su cui puntava molto.

In questo contesto il gravissimo rischio che corre l’Italia è di diventare il comodo capro espiatorio su cui tutti scaricheranno le responsabilità dei propri fallimenti. Altro che essere un paese che si è riconquistato una posizione internazionale di prestigio: saremo respinti in quel destino storico che ci ha fatto più volte considerare, come disse un diplomatico inglese quando cercavamo di negoziare il nostro ingresso nella Triplice Intesa nel 1915, “the harlot of Europe” (non traduco per lasciare al lettore il piacere di scoprire il significato).

Tutto questo mentre la BCE annuncia la fine del “quantitative easing”, cioè della garanzia di acquisto dei nostri titoli pubblici, cioè di quello strumento con cui sosteniamo finanziariamente il nostro debito pubblico. Così se non bastasse fare i conti colle diffidenze dei mercati, dovremmo pensare a come difenderci se qualche “alleato” volesse tenerci calmi o punirci per qualche nostro avventurismo. Con le incertezze che aspettano la UE l’anno prossimo, fra il venire a maturazione della Brexit e quel che potrà succedere con elezioni europee che non si sa sotto che cielo si svolgeranno, non è che abbiamo davanti prospettive allettanti. Aggiungendoci che comunque dovrà esser rifatta la Commissione e deciso il nuovo presidente dell’Unione: scadenze per cui bisognerebbe disporre di candidati di prestigio e anche di buona abilità politica. Non esattamente il tipo di personale che i nuovi governanti sanno scovare.

 

 

 

 

* Studioso di storia contemporanea