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17 luglio 2019
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Questione di leadership e questione generazionale

Michele Marchi - 21.04.2018
Merkel e Macron

Nello spazio di due giorni Macron ha parlato nell’emiciclo di Strasburgo ed è poi volato a Berlino per un bilaterale con Angela Merkel, finalmente alla guida del nuovo governo con fatica emerso dal voto del settembre scorso. Parigi-Strasburgo/Bruxelles-Berlino, questo è senza dubbio il triangolo del potere europeo, ma questo è soprattutto il triangolo nel quale si giocherà il delicato futuro dell’Ue da qui al voto europeo della prossima primavera.

Che i passaggi del 17 e del 19 aprile fossero due momenti intermedi, in vista del (si spera) decisivo Consiglio europeo di fine giugno, tutti ne erano consapevoli. Oggi sappiamo anche che quel delicato summit europeo avrà un importante “antipasto”, dieci giorni prima, nell’annunciato Consiglio dei ministri congiunto franco-tedesco del 19 giugno. Eppure da Strasburgo e da Berlino qualche indicazione interessante è già emersa.

Angela Merkel era obbligata, per ragioni di politica interna (pressioni bavaresi e sommovimenti interni alla CDU), a raffreddare gli entusiasmi dell’inquilino dell’Eliseo. Lo ha fatto, come al solito, alla maniera della Cancelliera, invertendo l’ordine delle priorità europee: immigrazione, politica estera comune e sviluppo dell’Unione economica e monetaria (più unione bancaria). Queste, in ordine di importanza, le necessità secondo Berlino. Per Parigi, come è noto, tutto dipende al contrario dal completamento dell’Unione economica e monetaria e di conseguenza: bilancio comune, Fondo monetario europeo e fondo europeo di garanzia sui depositi bancari sono imprescindibili per quella decisiva migliore articolazione tra responsabilità e solidarietà, punto di partenza per il vero rilancio del processo di integrazione. Immigrati e politica estera comune restano priorità anche per Parigi, ma la convinzione del giovane presidente francese è che se l’Europa integrata ha rischiato di implodere al momento della crisi dell’area euro, debba proprio ritrovare da quella ripartenza, solide basi per poi gestire i flussi migratori ed articolare un credibile sforzo diplomatico comune.

Nessuno vuole negare le difficoltà che i due leader devono affrontare nel condurre una politica europea sempre più contestata a livello di politica interna. E nessuno dimentica che Macron può contare su un quadro politico-istituzionale saldo, per non dire blindato, almeno sino all’avvio del tourbillon elettorale che caratterizzerà il triennio 2019-2021. Al contrario Merkel, mai come in questa congiuntura sta sperimentando le prime difficoltà di un sistema che, dopo il voto di settembre, sembra davvero aver archiviato le sue caratteristiche di stabilità e coerenza tra il momento elettorale e quello della formazione dell’esecutivo.

Ma al netto di queste doverose considerazioni e senza voler tratteggiare caricature di sorta, guardando la settimana trascorsa è difficile non notare una profonda disparità, tra Berlino e Parigi, a proposito della percezione del momento storico che l’Unione europea e con essa i Paesi del Vecchio Continente stanno vivendo.

Ascoltando Angela Merkel in conferenza stampa dopo il bilaterale con Macron l’impressione è quella di un remake del pragmatismo e della salda guida tedesca che l’Ue vive da circa tredici anni.  Alla “magia dell’inizio” già evocata accogliendo per la prima volta Macron nel maggio 2017, Merkel contrappone il suo saldo e pragmatico realismo come ricetta che, seppur con qualche affanno, gli ha garantito la riconferma elettorale e la conseguente centralità europea.

Ascoltando Macron nel suo intervento a Strasburgo si era però avuta un’altra percezione. Nel suo rievocare l’importanza della difesa del liberalismo da intendersi come elemento cardine e imprescindibile del “modello europeo”, riproponendo la “politicizzazione” dei dibattiti sul futuro europeo e ricordando come l’Europa dei popoli si stia ribellando alle élites perché queste sono venute meno al loro ruolo di guida, l’impressione è quella che l’inquilino dell’Eliseo sia consapevole dell’urgenza del momento.

In definitiva mentre uno accelera, l’altra frena, mentre uno si mostra volontarista, l’altra dispensa realismo a piene mani? Senza voler estremizzare, il “presente” di Angela Merkel ha ben chiaro il passato ma sembra non avere un respiro futuro. Il “presente” di Macron ha altrettanto chiaro il passato (molto interessante il riferimento ai “sonnambuli d’Europa”, che richiama il capolavoro di Hermann Broch del 1931 e anche l’affascinante affresco del 2013 di Christopher Clark sugli anni precedenti la Grande Guerra), ma ha anche una chiara visione per il futuro. E soprattutto ha un’ansia quasi bulimica per cercare di raggiungerlo e la consapevolezza che potrebbe definitivamente sfuggire.

In conclusione mi pare si possa affermare che il problema non è soltanto strategico, né solo una questione di condizionamenti dovuti a pressioni provenienti dai rispettivi contesti di politica interna. Credo che un esercizio della leadership così dissimile e una percezione così differente dell’urgenza del momento, debbano non poco anche ad elementi di natura generazionale. Ad incontrarsi (o a scontrarsi) non sono solo due modelli economico-sociali e due progetti di egemonia a livello continentale, ma sono anche due generazioni. Si tratta di due generazioni accomunate dal fatto di non aver vissuto in prima persona i drammi della lunga guerra dei trenta anni. Ma che, al contrario, non condividono le radici ma anche le ferite dell’Europa divisa e poi riunificata nella moneta comune e nell’allargamento ad est (mentre la Germania si riunificava e si firmava il Trattato di Maastricht, Macron era un brillante liceale e Merkel era eletta al Bundestag).

L’impressione è che un terzo tempo nel progetto di integrazione debba iniziare. Il primo è stato quello della ricostruzione e del benessere. Il secondo del rilancio e della riunificazione, tedesca e dell’intero continente. È urgente entrare in un terzo tempo, quello dell’Europa nel mondo “globale”. La “generazione Macron” sembra più consapevole di questa urgenza, quella Merkel appare più timorosa e ripiegata su se stessa, intenta ancora a gestire i dividendi del secondo tempo. I prossimi mesi dovranno chiarire se l’Europa entrerà davvero nel suo terzo tempo e chi concretamente contribuirà maggiormente a condurvela.