Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Lo strano fascino dell’autoritarismo

Fulvio Cammarano * - 03.04.2019
Nuova Via della Seta

L’accordo commerciale con la Cina ha sollevato molte perplessità dal punto di vista del rischio di penetrazione del modello cinese nel cuore dell’Occidente. Al di là delle rassicurazioni fornite dal Presidente del Consiglio e delle ricadute economiche e politiche degli accordi, quello che andrebbe sottolineato è la scarsa attenzione dell’opinione pubblica ai temi dei valori etici che tale presenza potrebbe sollevare.  Si tratta di una questione complessa che non riguarda solo il nostro Paese e che potremmo definire “il senso di inferiorità delle democrazie liberali nei confronti dei sistemi autoritari”. Cosa significa? Semplicemente che esiste una lunga e mai interrotta storia di fascinazione delle democrazie liberali nei confronti dei Paesi ricchi e potenti governati da sistemi politici variamente autoritari. Le democrazie liberali, come è noto, sono caratterizzate dalla centralità del Parlamento, dell’opinione pubblica, dei sistemi di checks and balances dei poteri, a cominciare dal pluralismo dell’informazione. Si tratta di meccanismi nati per garantire il controllo del potere e dunque destinati a forgiare forme di elaborazione delle decisioni politiche decisamente più articolate e complesse e di conseguenza, inevitabilmente, meno rapide. Non è un caso, d’altronde, che, dall’esordio dei sistemi liberali ottocenteschi a oggi, il ruolo dell’esecutivo sia costantemente cresciuto a riprova del tentativo di incrementare la funzione decisionale a scapito di quella dibattimentale. Però la sempre più marcata centralità dei governi nei sistemi a democrazia liberale non potrà mai competere, sul piano della capacità d’intervento, con la totale autonomia operativa degli esecutivi dei Paesi in cui non esiste sufficiente pluralismo politico e dialettica democratica. È questa la discrepanza che almeno in parte può spiegarci l’”invidia” democratica nei confronti di quei sistemi in cui le decisioni governative non incontrano ostacoli e comunque non vengono mai effettivamente discusse o contestate.  Nel XIX secolo l’ammirazione da parte di molti settori della cultura liberale europea nei confronti della Germania bismarckiana, sistema costituzionale che aveva reso irrilevante politicamente il ruolo del Reichstag, è un esempio noto di tale complesso d’inferiorità da parte di sistemi parlamentari che si stavano apprestando ad affrontare le sfide dell’industrializzazione, del colonialismo, dell’integrazione sociale con la “palla al piede” della conflittuale rappresentanza politica. Francesco Crispi, che proveniva dalla democrazia radicale, fu il primo ammiratore del Cancelliere tedesco perché incarnava ai suoi occhi il potere che decide senza dover tenere conto del Parlamento. Fu anche per questa attrazione che si diffuse, nell’opinione pubblica italiana, il mito della Germania, nazione forte oltre che per ricchezza e capacità amministrativa e militare, anche perché considerata non infiacchita dal peso della “politica”. In realtà, le élite inglesi, francesi, italiane erano consapevoli dell’importanza del costituzionalismo parlamentare per quanto riguardava la tenuta complessiva del sistema, tuttavia nel momento in cui si affrontavano i grandi temi dello sviluppo e del futuro spesso l’opinione pubblica finiva per soggiacere al fascino dell’autoritarismo decisionale, la cui attrattività si rivelava tale solo in funzione dell’altra decisiva variabile, quella della ricchezza e della potenza militare. Per certi versi si trattava della rivoluzione organizzativa che aveva investito il modello economico e industriale, la rivoluzione manageriale all’insegna dell’efficienza e della razionalità che costituiva un parametro di riferimento per l’azione del governo e che sembrava rendere obsoleti i meccanismi della democrazia parlamentare. Qualcosa di non molto diverso, mutatis mutandis, sta oggi avvenendo con la Cina. La sua capacità espansiva fa chiudere un occhio sulle sue tare in fatto di libertà e democrazia. Quando si parla di tempi di realizzazione di opere pubbliche o di capacità di decisioni strategiche, i commenti più frequenti fanno riferimento alla concretezza di un’azione che non incontra ostacoli. Si tratta di una perversa quanto particolare forma di egemonia culturale di un Paese sino a pochi anni fa lontano da noi da molti punti di vista e oggi capace di produrre, nell’Occidente imbrigliato dalla crisi e dall’incertezza, un’attrazione che i riluttanti e un po’ autarchici Stati Uniti di Trump non sanno più garantire. Nonostante gli scetticismi di alcuni osservatori, la Cina sa dunque esercitare un soft power dovuto non tanto alla potenza del suo modello culturale, quanto all’espansione economica e soprattutto tecnologica in grado di gestire, senza esserne travolta, le forze astratte di una globalizzazione economica che ha lasciato in molti casi solo macerie sociali. Non è difficile individuare, quindi, le ragioni dell’ammirazione, pur con qualche distinguo e scrupolo etico, per la Cina in un Paese come il nostro in cui da molti anni il governo è caratterizzato dalla presenza di forze politicamente non omogenee e dunque non di rado paralizzato nelle scelte strategiche. Un Paese in cui i leader sono in realtà da molto tempo dei follower, condannati a seguire e a interagire con i flussi di opinione che corrono per il web, in parte subìti e in parte faticosamente alimentati. In Cina, peraltro, non c’è solo un’opinione pubblica imbavagliata, ma anche una crescita economica vertiginosa, rispetto ai nostri risicati standard, e un ruolo di prestigio a livello geopolitico che ci possono spiegare come l’immagine di Pechino sia destinata a crescere ulteriormente. La stessa cosa si potrebbe dire, con gli opportuni distinguo, della Russia di Putin. A partire dall’ascesa dell’impero tedesco, questo meccanismo bipolare di attrazione/repulsione per i sistemi autoritari ricchi e potenti, ma soprattutto efficaci ed efficienti, ha avuto continue conferme. Sino ad allora il modello per eccellenza era il Regno Unito, miracolo che sembrava in grado di sintetizzare libertà, crescita economica e ordine pubblico. Da quando l’elmo chiodato, la scienza e la potenza economico-amministrativa tedesca hanno spostato l’attenzione sull’integrazione non attraverso il Parlamento, ma l’autorità e la disciplina, la credibilità delle argomentazioni che mettono in luce limiti e miserie dei sistemi privi di opposizione e pluralismo è tendenzialmente in calo e comunque dipende soprattutto dalla fase storica attraversata. Dopo la II guerra mondiale, ad esempio, la Gran Bretagna di Churchill e gli Stati Uniti di Roosevelt emersero come i campioni della democrazia liberale, quella che sa decidere e vincere proprio grazie alle caratteristiche delle sue istituzioni democratiche, promettendo allo stesso tempo un futuro materiale migliore. Così in quegli anni si cancellò il fascino dell’autoritarismo fascista che negli anni ’30 aveva infettato un mondo reso insicuro dalle ferite non rimarginate della I guerra mondiale e dalla crisi economica esplosa nel 1929. La fragilità sociale è certamente un ottimo motivo per spiegare l’invidia nei confronti di chi sembra non avere quei problemi, ma quando l’invidia per una situazione contingente si trasforma in ammirazione popolare per il modello, allora significa che è in atto una modificazione dei valori di una comunità, a cominciare dal disinteresse per il valore delle libertà politiche, pronto ad essere sacrificato sull’altare della, pur fondamentale, tranquillità economica. Negli ultimi anni in Italia i diritti civili, politici e soprattutto sociali sembrano essersi trasformati in una specie di lusso che si può mettere facilmente da parte, magari in attesa di tempi migliori. Si arriverebbe cioè a sacrificare pezzi di libertà e di democrazia in nome della sicurezza economica e sociale, come se la democrazia fosse una specie di scatola da riempire o svuotare a seconda delle circostanze. Inutile dire che siamo di fronte ad un meccanismo psicologico pericoloso, come la storia dovrebbe aver ampiamente dimostrato. La sicurezza materiale, quella vera, non è espressione solo di efficienza tecnica e capacità di gestione, ma produce collante sociale e senso politico in quanto inserita in un sistema aperto, trasparente, plurale e inevitabilmente conflittuale che non sacrifica la libertà, quella reale e quotidiana delle persone in carne ed ossa, senza la quale i sistemi, anche quelli più forti, sono comunque destinati a crollare.

 

 

 

 

* Ordinario di storia contemporanea all’università di Bologna