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I rischi della crisi turca nel caos mediorientale

Carola Cerami * - 03.09.2015
Turchia contro PKK

La Turchia tornerà al voto il 1 novembre. Dopo circa due mesi e mezzo dalle elezioni politiche del 7 giugno, che avevano visto la perdita della maggioranza assoluta del principale partito politico turco (l’AKP - Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) e l’ingresso in parlamento di un partito con una forte matrice curda (l’HPD – Partito Democratico dei Popoli), le consultazioni post elettorali per la creazione di una coalizione di governo sono fallite. Il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, leader dell’AKP, ha annunciato la scorsa settimana la formazione di un governo ad interim, un governo in carica per appena due mesi, con l’obiettivo di traghettare la Turchia al voto anticipato di novembre. Cosa è accaduto? Ripercorriamo le tappe principali di questa vicenda.

Dopo le elezioni politiche del 7 giugno e un lungo intervallo senza precedenti di oltre un mese, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, affida il mandato di formare un governo al primo ministro uscente Davutoğlu. La costituzione turca prevede un periodo di 45 giorni per procedere con i colloqui di coalizione, che iniziati tardivamente il 9 luglio si sono conclusi il 23 agosto. Il ritardo è stato chiaramente il primo segnale di una risposta tattica di Erdoğan per riprendere l’iniziativa e cambiare le sorti del voto. Nel frattempo, nei due mesi e mezzo trascorsi dall’elezione di giugno, Erdoğan ha cercato di trarre vantaggio dall’incertezza politica post elezione per consolidare il potere giudiziario, amministrativo e militare dell’AKP, con nuove nomine nella burocrazia, nella magistratura e nell’esercito, continuando così il percorso di monopolizzazione del potere. Intanto le consultazioni politiche appena avviate mostrano già chiaramente i primi segnali di insuccesso e il presidente Erdoğan rilascia le prime dichiarazioni sulla urgente necessità di una stabilità governativa, possibile, a suo avviso, solo tramite nuove elezioni e la creazione di un sistema presidenziale.

Contemporaneamente, la strategia politica si estende anche in politica estera. La Turchia rilancia la lotta al terrorismo su un doppio binario: il PKK e l’ISIS. Riprende l’azione militare contro il PKK nel sud est del paese e nel nord Iraq e si affianca agli Stati Uniti e alla coalizione internazionale nella lotta contro l’ISIS. Washington e Ankara trovano un accordo per una “no fly zone” in Siria e la Turchia offre agli Stati Uniti la base aerea di Incirlik per facilitare le azioni militari contro l’ISIS. La definizione ricorrente è “game changer”, un cambio di gioco della strategia turca. Di fatto l’intera operazione appare ambigua, e il cambio di gioco è poco incisivo, tanto da sembrare rivolto soprattutto a motivazioni di politica interna. Il principale obiettivo strategico dell’AKP appare sempre più quello di screditare, agli occhi dell’opinione pubblica turca il nuovo partito di matrice curda dell’HDP accusato di mantenere forti legami con l’organizzazione terroristica del PKK. Il timore poi di un Kurdistan indipendente è prioritario, l’ossessione che i curdi possano creare le basi per un futuro stato ai confini con la Siria guida la strategia di Ankara. Erdoğan tenta quindi di rilanciare una forte operazione nazionalistica di difesa territoriale allo scopo di ottenere alle prossime elezioni il voto dei nazionalisti e impedire all’HDP di raggiungere la soglia elettorale del 10 per cento

Ma il capriccioso esercizio del potere di Erdoğan, piuttosto che portare alla stabilità sembra al contrario far precipitare la Turchia nel caos, creando ulteriore instabilità. Le incertezze politiche aggravano infatti la crisi economica. Rispetto alla crescita economica degli anni precedenti, adesso la frenata è brusca, nel 2014 la crescita del PIL turco si è fermata al 2,9 per cento. Il crollo della lira turca sul dollaro americano, sui mercati valutari, inietta ulteriore sfiducia in un contesto quanto mai delicato. Le proteste sociali e politiche interne, il crescente terrorismo ideologico di sinistra, la ripresa delle ostilità con il PKK, una serie di scelte settarie ed errate in politica estera dall’Egitto alla Siria, hanno indebolito il ruolo regionale della Turchia e l’aspirazione a modello di benessere e sviluppo per la regione mediorientale e il mondo arabo. Eppure, in un momento storico cruciale e nel rischio di implosione dell’intera area mediorientale, la Turchia dovrebbe costituire un alleato solido e fondamentale, non soltanto nella lotta alla barbarie dell’Isis, ma anche nella capacità di mediazione regionale e di cooperazione internazionale. Dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen alla Libia, interi stati si stanno disgregando e la mappa del Vicino/Medio Oriente è ormai mutata per sempre.

In questo scenario la Turchia ha un ruolo geopolitico e storico di importanza cruciale: dall’accoglienza dei rifugiati alla lotta al terrorismo jihadista, dalla cooperazione internazionale alla mediazione fra est e ovest. Mai come in questo momento, Europa e Turchia, avrebbero bisogno di trovare un nuovo programma di “solidarietà globalizzata”. Siamo di fronte ad una svolta epocale nella storia dell’umanità, ad un esodo in massa dalla regione mediorientale all’Europa che attraversa la Turchia e le risposte richiederebbero non soltanto una rivoluzione dei parametri interpretativi di tali fenomeni, ma anche e soprattutto una nuova percezione dei rapporti internazionali.

Le elezioni turche del 1 novembre si inseriscono dunque in questo complesso contesto regionale e internazionale, e la stabilità turca è senz’altro auspicabile. Essa però non potrà arrivare dalle scelte di potere particolaristiche di Erdoğan, ma da una rinnovata visione politica della società civile turca.

 

 

 

 

* E' assegnista di ricerca in Storia internazionale all’Università di Pavia e direttore dell’International Center for Contemporary Turkish Studies di Milano