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“Tempi interessanti”: i tremiti dell’estate cinese.

Aurelio Insisa * - 29.08.2015
Zhou Benshun

“May you live in interesting times”, recita una presunta maledizione cinese famosa nel mondo anglosassone. Sebbene non esiste alcuna alcun detto simile in mandarino, certamente si tratta di un’espressione appropriata per descrivere il 2015 cinese ed in particolare gli ultimi mesi. L’attenzione dei media internazionali nell’ultima settimana si è ovviamente concentrata sulla nuova implosione del mercato azionario cinese, il quale – dopo un periodo di parziale ripresa a seguito del crollo del 12 giugno coincidente con l’influsso di circa mille miliardi di US$ da parte della Banca Centrale Cinese – ha toccato nuovi minimi a seguito della svalutazione dello yuan avvenuta l’11 agosto. Più in generale, sta emergendo in questi giorni un pesante clima da redde rationem sull’economia cinese, la cui epitome è l’ormai conclamato rallentamento della crescita economica del paese, stimata a luglio al 7% (a fronte del 14% registrato nel 2007), e sulle possibili conseguenze per l’economia globale.

Non vi è certamente scarsità di commenti autorevoli sulle attuali difficoltà dell’economia cinese. Tuttavia un aspetto che merita forse maggiore attenzione, soprattutto nel panorama dell’informazione in Italia, è una valutazione della dimensione strettamente politica di questa crisi economica ed in particolare di questa crisi. Il coinvolgimento della nuova classe media cinese nel mercato azionario del paese – circa 90 milioni di nuovi investitori, per la stragrande maggioranza privati cittadini non provvisti di un grado di istruzione elevato – è il risultato di una scelta politica ben precisa, veicolata tramite un’ingente operazione di propaganda sui media nazionali, mirante a coinvolgere i risparmiatori cinesi nel necessario percorso di transizione da un sistema economico basato su investimenti ed esportazioni ad uno trainato dai consumi. Sfortunatamente per Pechino, questa operazione di convincimento delle masse ha legato indissolubilmente la credibilità politica di Xi Jinping e del suo “Sogno Cinese” (Zhongguo meng) – l’impalcatura ideologica della nuova amministrazione – con la ingente perdita dei risparmi di milioni di cittadini.

Da una prospettiva più ampia, quella stessa tenuta critica della credibilità del regime cinese messa a dura prova dalla crisi del mercato azionario è un fil rouge che collega i maggiori avvenimenti di questa tormentata estate cinese. Il giorno dopo la prima critica svalutazione dello yuan da parte della Banca Centrale Cinese, l’intera nazione è stata sconvolta da due enormi esplosioni nell’area portuale di Tianjin (a soli 150 km da Pechino), che hanno provocato immani danni materiali per miliardi di yuan ed un numero ancora imprecisato di vittime. Ancora una volta, è la dimensione politica dell’evento che merita di essere sottolineata. La notizia che Dong Mengmeng, il figlio dell’ex capo della sicurezza nella zona portuale Dong Peijun, fosse stato in passato uno degli azionisti di maggioranza della Ruihai International Logistics, la società che possedeva il magazzino di materiali chimici nel quale è avvenuta la prima esplosione, getta lunghe ombre sulla vicenda. Non deve stupire quindi che il controllo del flusso di informazioni è stato particolarmente rigido e mirato non soltanto a coprire la reale entità dei danni, ma soprattutto ad evitare che si trasformasse in un dibattito più ampio sui rischi derivanti da un’urbanizzazione ed un’industrializzazione forzata e non adeguatamente coperta giuridicamente. Echi simili sono emersi nell’indagine che ha portato all’arresto giorno 24 luglio di Zhou Benshun, il segretario della provincia dello Hebei. Zhou è la seconda “tigre”, termine che indica i funzionari del Partito di massimo livello accusati di corruzione, ad essere catturata dopo l’arresto a fine 2013 del suo mentore, l’ex membro del Comitato Permanente del Politburo Zhou Yongkang (i due non sono imparentati). Come nel caso dell’esplosione di Tianjin, sono ancora una volta gli affari illeciti dei “figli di”, in questo Zhou Jing, il figlio di Benshun, proprietario di un piccolo impero economico comprendente proprietà immobiliari ed importazioni di liquori e auto di lusso, ad esporre la reale portata della corruzione nel Partito e la sua ramificazione all’interno dell’economia cinese.

 

Quali vie d’uscita?

 

Certamente, non è un caso che l’arresto sia avvenuto nel periodo immediatamente successivo al primo crollo del mercato azionario. Nel momento in cui l’economia cinese sta entrando in acque inesplorate che rischiano di erodere il consenso che il PCC ha faticosamente costruito negli ultimi trent’anni, poche strade rimangono a disposizione del Partito per giustificare il suo regime monocratico. La lotta interna alla corruzione nel PCC è la via più efficace per mostrare all’opinione pubblica che il regime è meritevole della fiducia del popolo cinese, ma allo stesso tempo la più complessa perché coinvolge i delicati equilibri di potere che si sono formati nel paese, soprattutto a livello locale, in questi ultimi decenni. Il rischio che la lotta alla corruzione di Xi replichi le dinamiche della perestroika gorbacheviana è non immediato ma concreto nel medio termine. Con un’economia in panne ed una situazione sociale che rischia di diventare esplosiva (a volte, come è capitato a Tianjin, letteralmente) l’altra strada che il regime può essere tentato di prendere è quella del nazionalismo, con le imprevedibili conseguenze sul piano militare che porta con sé. In realtà, negli ultimi tre anni, Pechino ha assunto a più riprese posizioni e intrapreso iniziative quanto meno provocatorie nelle dispute territoriali nelle quali è coinvolta sia nel Mar Cinese Orientale che in quello Meridionale (rimandiamo al riguardo a questo precedente articolo di Mente Politica).

Sebbene entrambe le dispute siano state parzialmente “messe in pausa”, né Pechino, né le altre principali parti interessate, Tokyo e Washington, sembrano tuttavia essere vicine ad una loro soluzione definitiva. In questo contesto, l’imponente parata militare programmata a Pechino giorno 3 settembre e ufficialmente denominata “Il Settantesimo Anniversario della Vittoria del Popolo Cinese nella Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e nella Guerra Mondiale contro il Fascismo” (alla quale sarà presente anche il nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni), indipendentemente dagli esercizi retorici del governo che provano a dipingerla come un’occasione di riconciliazione internazionale, appare come un tentativo di soffiare sulle fiamme del nazionalismo in un periodo di grave incertezza economica. E, ironicamente, come recentemente sottolineato dal Wall Street Journal, gli ingenti costi dell’organizzazione della parata e i mancati introiti derivanti dalla giornata di ferie ad essa connessa non stanno certo contribuendo a risollevare la situazione economica del paese. Di certo i “tempi interessanti” che la Cina sta attraversando non sembrano destinati a finire con l’arrivo dell’autunno.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong