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Da eroe a Pixuleco

Rafael Ruiz * - 10.09.2015
Pixuleco e Luiz Inacio Lula da Silva

Il mese di agosto in Brasile è sempre stato considerato, nei termini di temperatura politica, soggetto a problemi e sorprese di qualsiasi tipo (per esempio, è stato il mese del suicidio di GetúlioVargas). Popolarmente agosto è conosciuto come il mese del “cane pazzo” (cachorrolouco).

I presagi per la presidentessa Dilma lasciavano intendere una conferma della tradizione, ma guardandoci ora indietro a pochi giorni dalla fine di agosto, non sembra esagerato sostenere che le cose siano andate peggio di quel che si potesse immaginare.

Erano previste per metà mese in diverse città una serie di manifestazioni popolari contro il governo, il PartidodosTrabalhadores (PT) e la presidentessa. Quello che sembrava potere essere grave, alla fine si è rivelato come, potremmo dire, un normale esercizio di democrazia. Gli scontenti hanno manifestato ma né il loro numero, né il loro impatto è stato superiore a quello dei mesi precedenti. Certo, le manifestazioni si sono tenute in più citta, ma in termini di numeri assoluti tutto è rimasto nella normalità democratica. Lo stesso hanno fatto anche coloro che sostengono Dilma e il governo e il loro numero è stato molto significativo, nonostante la manifestazione si sia svolta in un giorno freddo e piovoso nella città di San Paolo.

Tutto sembrava destinato a dimostrare che il mese di agosto non sarebbe stato così problematico come si prevedeva al suo inizio. Tuttavia, Dilma e la sua squadra politica hanno sorpreso la popolazione con misure e atti che si poteva prevedere confermassero la tradizione agostana anche senza una particolare avvedutezza o cultura politica; bastava la sensibilità di un qualsiasi comune cittadino.

In primo luogo c’è stata una strana dichiarazione di Dilma a fine luglio che si è meritata un posto nel novero delle freddure politiche: “Non ci poniamo una meta. La lasciamo aperta e quando la raggiungeremo, allora la supereremo”. Di fronte al marasma in cui si trova l’economia, in agosto Dilma ha affermato che avrebbe tagliato dieci ministeri, senza però dire quali e quando. La dichiarazione ha suscitato un’enorme apprensione nei partiti che appoggiano il governo. In seconda battuta, è stata la volta del vicepresidente Temer dichiarare in pubblico che “manca un uomo che unisca il Paese”. Una dichiarazione come questa è molto difficile da spiegare, una volta fatta. Certo Temer ci ha provato, ma questo è quello che ha detto e non sembra ci siano molte possibilità di interpretazione. Da quel momento Temer si è allontanato dal governo.

Ad un certo punto è parso che ci si potesse aspettare una certa stabilità, dato che il presidente della camera Eduardo Cunha (fino a quel momento il sassolino più appuntito nelle scarpe del governo) è stato incriminato di corruzione. Come tanti altri imprenditori e politici, Cunha è coinvolto in un caso di trasferimento illecito di denaro e accusato di aver approfittato per questo della chiesa evangelica, la sua. Quando però sembrava si fosse trovato un momento di tregua Dilma ha annunciato che sarà riproposta un’imposta (Contributo Provvisorio sui Movimenti Finanziari) tra le più impopolari. Si tratta di un’imposta sulla circolazione degli assegni, creata nel 1993, ai tempi di Fernando Henrique e del governo PSDB, in forma apparentemente provvisoria ma che si è rivelata quasi permanente, dato che è stata cancellata appena nel 2008. La decisione è stata annunciata di venerdì e l’unico suo effetto è stata la resurrezione di Cunha, che si è immediatamente dichiarato contrario e ha subito dichiarato che la camera non approverà. Il lunedì successivo Dilma ha deciso di dimenticare l’imposta. Di seguito, però, ha inviato al Congresso la previsionedei conti pubblici per il 2016, ma qualcosa non torna: si prevede di spendere più di quanto si incasserà. Oggi stesso, mentre scrivo questo articolo, le prime pagine dei quotidiani affermano che pare che il ministro dell’economia Joaquim Levy sia fatto cuocere a fuoco lento.

Ma quello che senza dubbio richiama più l’attenzione nell’ambiente politico è il declino sofferto dall’immagine di Lula. Nella manifestazione di Brasilia è apparso un fantoccio (più di dieci metri per più di cento kg) con la faccia dell’ex-presidente, vestito da prigioniero comune con il numero 13-171. 13 è il numero del PT nelle elezioni, 171 l’articolo del Codice Penale relativo alla truffa.

L’espressione “pixuleco” era quella usata dall’ex-tesoriere del PT, Vaccari Neto, con riferimento alle tangenti che raccoglieva nello scandalo Petrobrás. Secondo l’accusa, Vaccari avrebbe raccolto circa 4 milioni di reais in “pixulecos”. Ora il “pixuleco” va di città in città, appare in pubblico e già c’è un mercato di portachiavi, adesivi e spillette con l’immagine di Lula carcerato. Quando qualcuno che era visto come un “eroe”, come un intoccabile, finisce col cadere in questo tipo di disprezzo politico non pare impossibile pensare che le cose, nella politica brasiliana, non vadano molto bene; o meglio, vadano piuttosto male.

 

 

 

 

* Professore di História da América nella Universidade Federal de São Paulo

  Traduzione di Claudio Ferlan