Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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God bless America, e viceversa. Le visite pastorali e il soft power statunitense

Dario Fazzi * - 24.09.2015
Papa Paolo VI

Quella di papa Francesco è l’ultima di una lunga serie di visite pastorali negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, questi incontri hanno spesso segnato e scandito dei passaggi importanti nella politica estera statunitense. E la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba, che quest’ultimo viaggio in qualche modo suggella, si colloca pienamente nel solco di una simile tradizione. Da Paolo VI in poi, in particolare, il Vaticano ha rappresentato per gli Stati Uniti un’eccellente risorsa di soft power: il papa ha difeso interessi e valori vitali per Washington, ha contribuito a dirimere questioni internazionali spinose, a rovesciare regimi autoritari e, in ultima analisi, a rafforzare l’immagine internazionale degli USA.  

 

Nei primi anni Sessanta, ad esempio, Kennedy aveva provato, senza successo, a convincere Kruscev della necessità di limitare i test nucleari. Fu però grazie all’interposizione dei buoni uffici di Giovanni XXIII che le due superpotenze raggiunsero il primo accordo in materia nel 1963. Due anni più tardi, Paolo VI rese omaggio alla lungimiranza del presidente statunitense condannando, con le parole usate dallo stesso Kennedy, la proliferazione nucleare dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’enfasi posta dal papa sul disarmo rispecchiava la volontà di Washington di limitare l’aumento del numero di potenze nucleari e di bollare come moralmente – e cristianamente – inaccettabile qualsiasi passo compiuto in tale direzione. Quando di fronte a 8o.000 fedeli riuniti allo Yankee Stadium Paolo VI tuonò ancora contro la guerra, le sue parole suonarono come un chiaro avvertimento nei confronti di quei paesi che, dotandosi dell’atomica, avrebbero messo a repentaglio la pace e la sicurezza internazionale.

 

A Philadelphia nel 1979, Giovanni Paolo II definì la Dichiarazione di Indipendenza come un documento cardine per la proclamazione dell’eguaglianza tra gli esseri umani. Il papa polacco ricordò agli americani che come cittadini, e come cristiani, essi erano chiamati a preservare tale valore nel loro paese e a fare in modo che questo fosse rispettato altrove nel mondo. In questo modo, Wojtyla difendeva di fatto quel tentativo posto in essere dall’amministrazione Carter che, come ha molto ben spiegato in un suo recente volume Umberto Tulli, mirava a promuovere una campagna sui diritti umani tesa ad aumentare la pressione internazionale sull’Unione Sovietica. La Chiesa Cattolica, in questo senso, riuscì ad amplificare il volume di quella pressione e ad elevarne, al contempo, i toni morali.

 

Alla fine del 2008, quando negli Stati Uniti era forte la volontà di superare le contraddizioni della presidenza Bush e di ricostruire, a partire dalle macerie del World Trade Center, una nuova era di negoziazioni e diplomazia, papa Ratzinger volò a New York a benedire il sito degli attacchi dell’11 settembre, chiedendo il perdono per la violenza che quegli stessi attacchi furono in grado di generare. E adesso che la presidenza Obama giunge al termine, ecco Francesco volare all’Havana prima e a Washington poi per conferire al presidente americano il proprio imprimatur, fornendogli in tal modo quel segno tangibile che Obama ha più volte cercato nel corso di questi suoi due mandati. Papa Francesco, inoltre, potrà risultare un alleato fondamentale per promuovere un più serio coinvolgimento della comunità internazionale su temi connessi al surriscaldamento globale, una missione che l’amministrazione statunitense uscente proverà a portare a termine prima delle elezioni del prossimo autunno.

 

L’impressione, dunque, è che più volte le missioni pastorali oltreoceano siano servite a perseguire degli obiettivi di distensione e pacificazione del sistema internazionale; ma è anche quella che altre volte queste stesse visite siano servite a sostenere degli obiettivi strategici statunitensi, in specie in ambito di public diplomacy. Il vantaggio derivato da tale interscambio è stato per lo più reciproco e quasi sempre diffuso. God bless America quindi, ma anche viceversa.

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.